“Mi sono perso” – Il viaggio di Goethe in Italia

Goethe viaggiò in Italia per quasi due anni, tra il 1786 e il 1788. All’epoca viaggiare in Italia era considerata una esperienza di arricchimento impareggiabile, e sebbene gran parte della popolazione fosse del tutto stanziale lungo il corso della propria esistenza, ad aggiungersi ai pellegrini e commercianti che già viaggiavano da secoli si aggiungevano di anno in anno coloro che viaggiavano per motivi esplicitamente conoscitivi. Come Goethe, appunto, all’epoca un trentasettenne ministro di Weimar già noto per il suo Werther, che come tanti contemporanei si sentiva soffocato in quanto artista dalla routine e si mise in cammino per l’Italia per rinnovare le fonti della propria ispirazione artistica e perdersi, giacché viaggio lungamente sotto falso nome e senza dare sue notizie persino ai familiari e amici più stretti, da vero antesignano di quei lunghi viaggi zaino in spalla che avrebbero influenzato generazioni a partire dal Novecento.
La settimana scorsa ero a Verona per un reading del mio diario di viaggio in India, di passaggio alla libreria Gulliver – una delle migliori librerie di viaggio in circolazione, gestite da una persona di rara cultura e garbo come Luigi Licci – che mi aveva ospitato già due mesi fa, ho notato ancora questa piccola targa recitante “Mi sono perso”, curiosamente sotto delle piastrelle con la scritta “Gulliver”. Fu proprio Luigi a raccontarmi la storia di questa iscrizione in Via Stella 18 a Verona, e il suo legame con uno dei più grandi scrittori di sempre, che riprendo oggi da Dismappa a cura di Giuseppe Di Salvatore, che ringrazio.

In via Stella si può vedere la targa “Mi sono perso”, datata 10 settembre 2010, segno del passaggio dell’artista Ruth Baettig a Verona.

Ruth Baettig ha colto con un viaggio in Italia l’occasione offerta dalla Fondazione Pfeiffer di adoperare un camper (Pfeiffer Mobil) per due mesi. Ha prodotto tre lavori artistici:
– “Auch ich in Arkadien”: lungo il percorso di andata del viaggio in Italia di Goethe, una serie di fotografie ripetono le inquadrature delle cartoline con l’inserzione di un personaggio vestito di bianco, figura da tempo presente nei lavori performativi dell’artista.
– “Souvenirs”: tutte le cartoline non utilizzate nel lavoro fotografico vengono bucate con un foro di due centimetri e timbrate con la scritta “Mi sono perso”, quindi spedite ad amici e centri d’arte.

“Mi sono perso”: quindici targhe in ottone sono affisse lungo il percorso di risalita dell’Italia dalla Sicilia alla frontiera svizzera. Sulle targhe compare la scritta “Mi sono perso” con la data in caratteri romani – i quindici giorni dispari del mese di settembre 2010. I luoghi prescelti per l’affissione sono strade il cui nome è particolarmente suggestivo, degno di un’esperienza.

“Mi sono perso”
Via Siracusa 95 | Via Paradiso 1|Corte degli Angeli 15 | Sabbiadoro |Via Amore 19 | Via S. Fortuna 2 |Piazza Miracoli 39 |  Via della Luce 51 | Via dei Cerchi 2 |Piazzetta del Limbo 8 | Via Stella 18| Corte dello Zucchero 2637 |  Via del Prosecco 3 | Via Abbondanza 31 | Via Semplicità 3

«Auch ich in Arkadien”.
Anch’io in Arcadia: questo il proposito e il sottotitolo del Viaggio in Italia di Goethe. Nient’altro che la formulazione più precisa dell’atteggiamento turistico ancora attuale: obliterare un’immagine preconcetta – per Goethe quella dell’antichità greca e romana, del classicismo – riempire una casella prestabilita. Per poter dire poi, nel proprio salotto interiore, “ci sono stato”. La caccia alle ricchezze di pubblico dominio, per non sentirsi esclusi dalla Storia e dalla Cultura, si riduce però spesso a una collezione di clichés, ovvero a una collezione di cartoline. Le cartoline imitano le fotografie del turista che ha letto le guide turistiche, le fotografie del turista imitano le cartoline. E a ben vedere le cartoline parlano meno dell’Italia e degli italiani, e più di una storia monumentale dell’arte e di un’italianità che hanno una data di nascita ben precisa: il Settecento di Goethe. Dopo che i britannici e i francesi avevano rodato il Pittoresco nel Grand Tour italiano, i tedeschi gli avevano dato consapevolezza e scienza, fino a costruire e cristallizzare tutti quei luoghi comuni sull’Italia e gli italiani che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del turismo italiano. Un gruppo di sguardi stranieri, tedeschi, per lo più riuniti a Roma: di qui, paradossalmente, la famosa “italianità”.
Oggi un viaggio in Italia non può prescindere da questa realtà ingombrante del turismo, ora ampiamente di massa. Non c’è percorso più “vero”, allora, di quello che segue le tracce di Goethe giù per la penisola, imitando l’attaggiamento turistico, infilandosi ad ogni pie’ sospinto dentro le cartoline, gridando quotidianamente “anch’io!”. E in quell’imitazione, destinata a essere ironica e autoironica, emerge lo spunto per una distanza, per uno sguardo critico, che decostruisce il cliché dall’interno.
Ma quello di Goethe, da tour alla caccia di conoscenza e immagini da portare a casa è diventato un vero e proprio viaggio. Il suo racconto in Viaggio in Italia è la descrizione di una sempre maggior apertura alla realtà scoperta in Italia: dalle immagini preconcette e cercate, Goethe si apre sempre più all’ esperienza di situazioni di vita che lo intercettano sul percorso verso il cuore del mediterraneo. Oggi un viaggio in Italia sulle tracce di Goethe, allora, significa anche e soprattutto sottolineare la differenza e la distanza tra atteggiamento turistico e atteggiamento di viaggio. Se il turista ha all’orizzonte il ritorno a casa in cui accumula le immagini catturate, il viaggiatore ha all’orizzonte solo l’esperienza presente a cui si dedica completamente. Il mondo del turista è un mondo prevalentemente di immagini, quello del viaggiatore è un mondo di fatti e situazioni: il suo unico dogma è l’esperienza. Esperienza a cui darsi, abbandonarsi, esperienza in cui perdersi.
C’è un momento critico di “conversione” del turista in viaggiatore: il momento del perdersi. In questo momento il cliché va a pezzi, la cartolina è perforata, l’immagine sfondata sulla realtà presente. Perciò è una cartolina perforata il souvenir da inviare agli amici lontani: non serve da ricordo, ma da memento di un’esperienza mai catturabile. È “mi sono perso” il motto paradossale del viaggiatore, “mi sono perso” l’annuncio della resa alla realtà.
Quando si perde l’orientamento, in realtà, si perde solo l’orientamento di un nord prestabilito, si perde l’organizzazione del viaggio pianificato, si perde la guida turistica, si perde il futuro preconizzato. Il futuro del viaggiatore riprende la sua giusta forma interrogativa. E il presente non è già proiettato allo scopo prefissato, ma riacquista la polpa della vita. Diviene certo e concreto. In quel punto il presente prende la forma di una dichiarazione iscritta su metallo perenne. “Mi sono perso”, appunto. Quando ci perdiamo, in realtà, non “siamo perduti”, non siamo affatto disperati, ma recuperiamo il senso più pieno del qui e dell’ora, e quindi anche della speranza del dopo – un dopo liberato da obblighi, libero di essere esplorato. Quando ci perdiamo, è l’occasione di scoprire davvero quanto ci tocca in quel momento e inoltrarci nel futuro prossimo, l’occasione di fare esperienza. Può capitare a via Siracusa, ma può aiutarci il gioco suggestivo dei nomi: Corte degli Angeli, Sabbiadoro, Paradiso, Amore; e poi su per la penisola ritrovata da viaggiatori: Miracoli, S.Fortuna, Luce, Cerchi, anche il Limbo, e Stella, Prosecco, Zucchero, Abbondanza e Semplicità. Queste le nuove strade quando si perde la strada prefissata. Nomi come il filo rosso di una nuova carta geografica. Una carta che non disegna il nostro cammino ma che camminando noi disegniamo».

Il viaggio di Goethe in Italia tra il 1786 e il 1788

Il viaggio di Goethe in Italia tra il 1786 e il 1788

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Chris Yan – Kinferoof (music for water and contact microphones)

Chris Yan è Christian Mastroianni. Lo dirò subito: un amico. Un amico vero, che ho conosciuto attraverso la musica di Luciano Cilio, stella polare delle nostre comuni ricerche sul silenzio su due diversi fronti. Per me la parola, per Chris la musica. Collaboriamo ormai da quasi due anni, reading su reading siamo arrivati a confezionare uno spettacolo tratto dal mio INDIA – complice il silenzio di cui potete leggere in lungo e in largo su questo blog. E di Chris avevo recensito in tempi ancora non sospetti il precedente disco Mnestereophonia su Impatto Sonoro. Nel tempo, e per mia fortuna, ho perso quelle credenziali di oggettività per valutare un disco di Chris. Soggettivamente, ritengo Chris uno dei migliori sperimentatori italiani e per questo me lo tengo ben stretto. Ieri carusopascoski ha parlato dei testi di Brian Eno, oggi restiamo in ambito ambient music e sperimentazione con questo studio sull’acqua di Chris, Kinferoof (music for water and contact microphones), osservazione dinamica del passaggio del ghiaccio attraverso i suoi diversi stadi fisici, effettuata attraverso dei microfoni ultrasensibili atti a registrare il rumore del ghiaccio nell’atto di sciogliersi e su cui Chris ha innestato le sue intuizioni minimali, che dilatano, variano e mettono a fuoco il processo fisico in atto. Di seguito, trovate la presentazione del progetto nelle parole di Chris e il video integrale del suo studio, al termine la biografia artistica e il teaser della sua collaborazione con la poeta e attrice Isabella Bordoni per Fortuna.


Kinferoof
è una Composizione/Performance dettata dalla pura improvvisazione.

Spinta dal naturale processo creativo ,con un occhio di riguardo alla ricerca sonora,
nasce come per gioco da una delle mie sessioni di Field Recording.

In questi ultimi mesi sto ampliando quotidianamente il mio archivio sonoro personale, concentrandomi sullo studio e il rapporto tra materia/suono .

Nella sessione riprese del 5 Febbraio 2015, l’obbiettivo mirava alla registrazione-test di
nuovo materiale tecnico (in questo caso specifico un microfono idrofono) e in riposta come
studio all’ acqua e i suoi processi.
In questa giornata ho tentato il processo di scongelamento,appoggiando il microfono idrofono alla base di un recipiente
di vetro e coprirlo in seguito con cubetti di ghiaccio in modo da registrarne poi il processo di ritorno allo stato liquido.

Per ampliare la gamma di frequenze e risposta al suono in questione,ho aggiungo al set due microfoni a contatto
posizionati sotto al contenitore di vetro ,in modo da captare il risuonare dello ghiaccio che si scioglie nello spazio del recipiente.
Alle maniglie invece,per lo stesso motivo, ho applicato due Mogees (anche questi microfoni a contatto) ma il segnale viene
direttamente processato da un software su smartphone.
Infine intervenivo in questo processo muovendo e cambiando posizioni ai vari cubetti,sia ‘risuonando’ percussivamente
i bordi del contenitore; sia versando a tempi e cadenze diverse dell’acqua da una brocca o da un contagocce.

La traccia ha la durata di circa 70/80 minuti e si muove in tre grandi movimenti:
a) prèl
b) iebsi
c) urat

Tutti i suoni verranno poi convertiti e trattati attraverso software di editing musicale.

Christian Mastroianni è musicista e compositore polistrumentista.
Nato a Tivoli nel 1987 si forma musicalmente come bassista e contrabbassista,
interessato a diversi generi e presente in varie formazioni musicali ,collaborando
con numerosi progetti ed artisti. Approda negli anni più recenti all’elettronica
e alla ricerca sonora.
Nel 2009 firma come CHRIS YAN, “Urban Mantra” suo primo concept album solista
in co-produzione con Roberto Zoli.
La pubblicazione dà il via a collaborazioni che lo vedono coinvolto in reading, performance, cortometraggi, colonne sonore.
È del 2012 “Mnesterophonìa”, il suo secondo concept album a cui fa seguito un interesse crescente nella sperimentazione sonora.
Muovendo la propria ricerca su ampio raggio, è interessato a sviluppare i rapporti trarumore/suono/parola, composizioni electro/ambient, musiche per immagini.
Cambia così ,il proprio approccio sensoriale e materiale tecnico con cui lavorare sia in studio sia nelle esibizioni live.
Dal vivo è accompagnato e gestisce ; laptop,controllers MIDI, iPad, synths , iPhone e altri apparati tecnologici in comunicazione fra loro. 

Nel 2011, sulla scorta di un comune amore per gli scritti di John Berger, inizia la collaborazione con Isabella Bordoni e firmano nel 2012 il loro primo live con la sigla

IB-CM|50/25 in omaggio all’età e al tempo.
Poesia e musica, parola, spazio, ambientazioni acustiche sono il tracciato lungo il quale si articola la loro collaborazione che nel 2013 vede la realizzazione di
“FORTUNA|Abitare l’infanzia”, creazione radiofonica su testo e voce di Isabella, di cui un estratto è andato in onda su Rai Radiotre nel programma “Battiti” e di cui
ORF-Kunstradio trasmette nell’inverno 2014/15 la versione che integra alla voce italiana, voci femminili in tedesco. 

Il 3 Settembre 2014  esce in 150  copie numerate ,stampate ,piegate a mano
“live at FACK MSUV” registrazione del SOLO set durante l’esperienza “FACK MSUV “’;
Eseguito il 5 Luglio presso il Museo d’Arte Contemporanea di Vojvodina (MSUV) – Novi Sad(Serbia).

Attualmente, oltre che esibirsi in SOLO, è impegnato nello studio ed ampliamento della propria ricerca sonora e nella sonorizazzione di filmati,performance,spettacoli.

 

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Brian Eno – Tre testi tradotti (con canzone a fronte)

 

Taking Tiger Mountain

Salivamo e salivamo
Che fatica salire
Oltre le stelle per trovare la cima della Montagna della Tigre
Forzavamo le linee verso la neve

 

Spider And I

Il ragno e io seduti guardando il cielo
Sopra un mondo senza suono
Tessiamo una tela per catturare una piccola mosca
Per il nostro mondo senza suono
Dormiamo al mattino
Sognamo una neve che fa vela lontano
Mille miglia lontano

 

Crosseyed And Painless

Perdo forma – Cerco di agire a caso
Non so fermarmi – Potrei finire in ospedale
Cambio forma – Mi sento come un incidente
Sono tornati – A dire la loro esperienza

E’ un mistero / E per me troppo oscuro
Consumarsi / Ed era la loro politica

Pronto ad andare – Spingo i fatti davanti a me
Fatti perduti – Che non sono mai come sembrano
Là non c’è niente – Nessun genere d’informazione
Alzo la testa – Cerco segni di pericolo

C’era una linea / C’era una formula
Tagliente come un coltello / I fatti hanno aperto un vuoto in noi
C’era una linea / C’era una formula
Tagliente come un coltello / I fatti hanno aperto un vuoto in noi

Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando…
Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando…
Sto ancora aspettando…

Torna la sensazione / Appena chiudiamo gli occhi
Sollevo la testa / E dentro guardo intorno

L’Isola del Dubbio – E’ un sapore di medicina
Muoversi guardando indietro – Ho avuto un messaggio dall’ossigeno
Fare una lista – Trova il prezzo dell’opportunità
Farlo bene – Fatti inutili nell’emergenza

Torna la sensazione / Appena chiudiamo gli occhi
Sollevo la testa / E dentro guardo intorno

Fatti semplici e fatti diretti
Fatti pigri e fatti tardi
Fatti che vengono con punti di vista
Fatti che non agiscono come vorrei
Fatti che agitano la verità
Fatti che vivono capovolti
Fatti che prendono il meglio per sé
Fatti inesistenti sul volto delle cose
Fatti che non macchiano i mobili
Fatti che escono sbattendo la porta
Fatti scritti sulla tua faccia
Fatti che continuano a cambiar forma

Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando…
Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando…
Sto ancora aspettando…

 

Traduzione di Paolo Beltrando

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Salvatore Setola – Dovremmo smettere di fare figli (o Sul fare figli come atto d’amore)

Grazie a CloudItalia, la peggiore compagnia internet che serve il mio paese – nonché l’unica, e da qui i problemi – carusopascoski ha avuto gravi difficoltà nel tenersi aggiornato negli ultimi 5 mesi, con il sottoscritto costretto a poche ore alla settimana di connessione scroccata in giro. Ma essendo un blog nato per fare un’ecologia dell’equilibrismo vigliacco che impesta l’Italia, per proporre contropinioni, provocazioni e salti di pensiero, la questione della maternità surrogata è perfetta per riscendere in campo, con questo scritto radicale e intenso di Salvatore Setola, amico e critico musicale per Ondarock, musicofilo compulsivo e testa sempre al largo dai luoghi comuni. Non so se sono d’accoro con quello che ha scritto Salvatore Setola​ in quest’articolo, ma so che è qualcosa che dovremmo leggere tutti. Una provocazione scritta con la pancia e il cervello, e la riflessione più profonda e al contempo radicale che abbia letto sul tema della Maternità Surrogata, di cui mi limito a ribadire di preferire i fagioli in umido. Con un esempio grafico del perché potrebbe essere un bene non fare figli, scelto da Salvatore e condiviso da carusopascoski​. E prometto a quei lettori che hanno continuato a consultarlo durante l’inattività prolungata di aggiornare il blog più di una volta al mese. Prima dell’articolo, Salvatore ci suggerisce attraverso un’immagine un esempio del perché è bene non fare figli. Buona lettura, e se siete proprio convinti figli svegli in un mondo marcio. 

Un esempio sul perché a volte sarebbe meglio non fare figli, suggerimento di Salvatore Setola.

Sulla questione che sta animando l’opinione pubblica in questi giorni, io la penso in un modo ben più radicale. Dovremmo smettere di fare figli. Tutti. In qualsiasi modalità: biologica o assistita o surrogata. Perché spesso sono solo una proiezione del nostro ego e non un atto d’amore. Desideriamo un figlio come desideriamo il cellulare alla moda o la macchina nuova. E questa distorsione non dipende certo dal fatto che al desiderio di genitorialità abbiano accesso anche gli omosessuali. Anzi, credo che sugli etero pendano colpe gravissime, visto che fino a oggi, i figli, li hanno fatti principalmente loro. Non riesco a comprenderlo, questo assurdo bisogno tutto occidentale e moderno di avere un figlio a ogni costo e con ogni mezzo. Ma non mi sorprende, dopotutto abbiamo applicato la logica capitalistica persino a una scopata. So benissimo che ci sono felici eccezioni. E le benedico. Tuttavia, nella nostra società, la tendenza è quella di concepire i figli o come un passo di vita inevitabile (magari è solo l’atavico istinto alla salvaguardia della specie incanalato in una sovrastruttura sociale) o come un diritto individuale tra i tanti. E in quanto tale da esercitare con qualsiasi modalità. Anche se non provi amore verso chi ti darà quel figlio, anche ricorrendo al denaro.

Non sogno una famiglia e non desidero diventare padre, però penso che un figlio sia un atto d’amore. Ma non un atto d’amore nei confronti del nuovo essere che stiamo mettendo al mondo. Un atto d’amore nei confronti della persona con cui mi unisco nel fisico e nello spirito. Un reciproco dono di fertilità, una possibilità data al futuro in nome di un sentimento che ti lega a un altro. Se dalla procreazione togliamo le implicazioni spirituali, allora procreare diventa una questione di mera “produttività”. In quest’ottica un figlio e il pc dal quale sto scrivendo sono immessi nello stesso dominio. Quello dei beni di consumo. E non serve fare appello alla libertà personale di chi rivendica “l’utero è mio e ci faccio quello che voglio” perché, se la nostra identità non si risolve nell’avere ma innanzitutto nell’essere, allora ci sono cose – come i nostri corpi – che non possono mai considerarsi merce. La solita visione cattolica del cazzo, direte. Ma il cattolicesimo non c’entra, basta studiare l’antropologia. La nascita delle collezioni è un buon esempio. Nelle società rurali e primitive quando un oggetto era considerato “speciale” (e credo che speciale sia ogni parte del nostro corpo, al tempo stesso individuale e unica), veniva collocato all’interno di un recinto sacro insieme ad altri oggetti che si presupponevano speciali. Si pensava, cioè, che siccome quelle cose non erano normali utensili dovessero essere sottratte al circuito dei beni acquistabili, vendibili, scambiabili o regalabili ad altri uomini. Li si sacrificava, ossia li si rendeva sacri. Da quel momento abitavano uno spazio che non ammetteva negoziazioni.

Ecco, io credo che il corpo umano, alla medesima stregua, sia qualcosa di sacro e inviolabile. Ma se nella nostra società facciamo prevalere le ragioni della produttività, allora – esattamente in una logica capitalistica – si guardano le persone come mezzi e non come fini. La persona con la quale unisco il mio seme (o della quale accolgo il seme) dovrebbe essere il mio fine, non il mezzo per arrivare a uno scopo. Ossia figliare. Quando le persone diventano dei mezzi, degli strumenti, allora siamo caduti nel materialismo più barbaro. La fallibilità, a quel punto, diventa un limite. E, lo sappiamo bene, la visione utilitaristica non ammette limiti. Che siano limiti causati da un’alterazione delle funzioni biologiche (la sterilità), che siano limiti affettivi (non ho un amore, ma voglio comunque avere un figlio) o che siano limiti di compatibilità (due persone dello stesso sesso che non possono riprodursi). La cosa veramente pericolosa di tutta questa storia – e di tutta la parte di Storia che chiamiamo “progresso” – è che ci stiamo disabituando ad accettare la nostra fallibiltà, che invece dovrebbe essere una delle caratteristiche più preziose dell’essere (ancora) umano. E’ bello che due persone che si amano – etero o omosessuali – desiderino un figlio, ma se per varie ragioni non possono averlo, dovrebbero saperlo accettare. E magari dire: visto che non possiamo procreare, in nome del nostro amore salviamo un bambino orfano da una vita di merda. Ecco perché la vera, ignobile discriminazione contro cui bisognerebbe lottare è l’esclusione delle coppie gay dalla pratica, nobile, dell’adozione. Piuttosto che annunciare le nuove, fantastiche frontiere del progresso e del liberismo in quell’abominio (etimologicamente allontanamento dall’umano) che è la maternità surrogata. Definizione che sarà pure politicamente corretta rispetto a “utero in affitto”, ma che tradisce tutto un immaginario alla Philp K. Dick.
Non posso né voglio impedire, in democrazia, ad altre persone di esercitare il loro diritto sui propri corpi. Vorrei però ricordare che se affrontiamo il problema solo da una prospettiva legale, di diritto, e non nelle sue implicazioni filosofiche, spirituali e antropologiche (lo so che sono ambiti disciplinari poco cool rispetto alle magnifiche e progressive sorti dell’economia e della tecnologia), secondo me banalizziamo molto. Se figliare è un diritto e tutti hanno diritto a fare i figli, in qualunque condizione, in qualsiasi contesto e con qualsiasi mezzo giacché qualsiasi risultato – capitalisticamente – si può e si deve ottenere, non voglio certo che questo diritto venga negato a qualcuno. Per cui, se tale è il progresso, e se il diritto ha il solo scopo di regolamentarne le conseguenze, ben vengano tutte le leggi che permettano a chiunque lo voglia di ottenere un figlio. Ma se personalmente potessi battermi per una causa, mi batterei non affinché tutti abbiano il proprio bel figlio, bensì affinché nessuno ne faccia più. Direi: fratelli, smettiamo di riprodurci e andiamo tutti abbracciati – etero e gay, atei e credenti, musulmani e cattolici, bianchi e neri, fascisti e comunisti, ebrei e palestinesi – verso l’estinzione. Sarebbe l’unico, ultimo, estremo atto d’amore verso quella vita che abbiamo ormai reificato in ogni suo aspetto.

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Umberto Eco – Elogio di Franti (da “Diario Minimo”)

“Il libro Cuore è un turpe esempio di pedagogia piccolo borghese, classista, paternalistica e sadicamente umbertina non potevo dunque che identificare nell’opera un solo personaggio positivo, Franti, la cui grandezza morale e le cui ragioni sentimentali e sociali emergevano a dispetto dell’acrimonia con cui l’autore e il suo piccolo diarista filisteo ce lo presentavano. Perché la società italiana, formatasi sul modello di Cuore, ha continuato a fare del libro una guida per l’azione anche quando non lo leggeva più. ‘Dicono che non verrà più perché lo metteranno all’Ergastolo’. Franti non riappare più nel libro perché né l’autore né Enrico più ce lo vogliono, deve sparire”. Questo è il commento che Umberto Eco scrisse per il suo Elogio di Franti del 1963, pamphlet polemico e scattante in cui si riscatta il destino dell’unica personaggio critico in un romanzo popolato da futuri volontari dell’esercito fascista; Franti è costretto a lasciare la scuola, “l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è” (Ivan Illich), perché non disposto ad accettarne il perbenismo di facciata, il conformismo di fondo e il moralismo che ne era alla base. Ma Franti non dimentica “che l’ingombrante nella morale, è che si tratta sempre della morale degli altri. I canti più belli sono quelli di rivendicazione” (Leo Ferré). Nel suo Diario Minimo Umberto Eco ridisegna il Franti di De Amicis e gli fa vestire i panni di Gaetano Bresci, l’anarchico che nel 1900 assassinò re Umberto I. La voglia di riscatto di quel Franti la si ritrova alla metà degli anni Ottanta nell’omonima band torinese: “Volevamo essere diversi, per questo scegliemmo di chiamarci Franti, il cattivo del libro Cuore”.

Umberto Eco – Elogio di Franti (da “Diario minimo”)

“È certo, ove si voglia mettersi dal punto di vista dello spirito ortodosso, che il riso umano è intimamente legato alla disgrazia di una antica caduta, di una degradazione fisica e morale… Tutti i furfanti da melodramma, maledetti, dannati, fatalmente segnati da un sogghigno che arriva loro alle orecchie, rientrano nella ortodossia pura del riso /…) Il riso è satanico: è dunque profondamente umano.”
Baudelaire

“E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra sezione.”
De Amicis, Cuore

Così alla pagina di martedì 25 ottobre Enrico introduce ai lettori il personaggio di Franti. Di tutti gli altri è detto qualcosa di più, cosa facesse il padre, in che eccellessero a scuola, come portassero la giacca o si levassero i peluzzi dai panni: ma di Franti niente altro, egli non ha estrazione sociale, caratteristiche fisionomiche o passioni palesi. Tosto e tristo, tale il suo carattere, determinato al principio dell’azione, così che non si debba supporre che gli eventi e le catastrofi lo mutino o lo pongano in relazione dialettica con alcunché. Franti da Franti non esce; e Franti morirà: “ma Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”, si scrive il lunedì 6 marzo, e da quel punto, che è a metà del volume, non se ne farà più motto.  Chi sia codesto Enrico è sin troppo risaputo: di mediocre intelletto (non si sa che voti prenda né se riesca promosso a fine anno), oppresso sin dalla più tenera infanzia da un padre, da una madre e da una sorella che gli scrivono nottetempo, come sicari dell’OAS, lettere pressoché minatorie sul suo diario, egli vive continuamente immerso in umbratili complessi, un po’ diviso tra l’ammirazione prona per un Garrone che non perde occasione per far della bassa retorica elettorale (“Son io!” e il maestro, babbeo: “Tu sei un’anima nobile!”; e se qualcuno dà noia al supplente, subito Garrone dalla parte del potente e dell’ordine: “guai a chi lo fa inquietare, abusate perché è buono, il primo che gli fa ancora uno scherzo lo aspetto fuori e gli rompo i denti!”, così il supplente rientra e vede tutti zitti, lui, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme “un leoncello furioso, pareva” – e gli dice “come avrebbe detto a un fratello” ti ringrazio Garrone, e via, Garrone è a posto per tutto l’anno, ditemi se non era figlio di mignotta) e d’altro lato una sorta di attrazione omosessuale per il Derossi, che è “il più bello di tutti”, scuote i capelli biondi, prende il primo premio, si fa baciare dal giovane calabrese e sembra insomma certi personaggi dei libri di Arbasino.
Tra questi poli è l’Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell’ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo, e in cui l’ideologia dolciastra stava alla lotta di classe come il repubblicanesimo di Carducci alla rivoluzione francese (odi alla regina Margherita, nonne e cipressi che a bolgheri alti e stretti, ma repubblica, ciccia): questo padre che parla di rispetto per i mestieri e le professioni, esalta la nobiltà degli umili, incita il figlio ad amare i muratori, ma si demistifica in quella terribile pagina del 20 aprile (giovedì) in cui esorta il figlio a gettare le braccia al collo a Garrone quando tra quarant’anni lo ritroverà col viso nero nei panni di un macchinista, “ah non m’occorre che tu lo giuri, Enrico, sono sicuro, fossi tu anche un senatore del Regno” – e non lo sfiora neppure il sospetto di quel che potrebbe (dovrebbe) accadere, che cioè Enrico possa ritrovarsi nei panni di un macchinista ad incontrar l’amico Garrone senatore del Regno (conoscendo Garrone, arrivato alla camera alta per via Acli, va bene, ma ciononostante è il principio che conta, vero? ).
Che poi chi sia questo padre, questo Alberto Bottini dalla oscura professione (non la dice neppure quando va a visitare il vecchio maestro a Condove), viene fuori abbastanza bene pagina per pagina, e si esemplifica infine in quelle linee in cui questo squallido filisteo protofascista esplode nell’elogio dell’esercito: “Tutti questi giovani pieni di forza e di speranze possono da un giorno all’altro essere chiamati a difendere il nostro Paese, e in poche ore essere sfracellati tutti dalle palle e dalla mitraglia. Ogni volta che senti gridare in una festa: Viva l’Esercito, viva l’Italia, raffigurati, di là dai reggimenti che passano, una campagna coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora l’evviva dell’Esercito ti escirà più profondo dal cuore, e l’immagine dell’Italia ti apparirà più severa e più grande”.
E la domenica 11 ottobre, e il martedì 14 costui scriverà ancora una lettera guerrafondaia al figlio, parlando di Roma meravigliosa e eterna, di Patria sacra, di sangue da donare e ultimo bacio alla bandiera benedetta; e sempre senza la minima chiarezza ideologica, sì che a distanza di pochi giorni intesse con il medesimo tono l’elogio di Cavour e di Garibaldi, dimostrando di non aver capito nulla delle forze profonde che divisero il nostro Risorgimento. E ti educava così questo figlio alla violenza e alla retorica nazionale, all’interclassismo corporativista e all’umanitarismo paternalista, sì che svolgendosi la vicenda nell’ottantadue, possiamo immaginarci Enrico interventista quarantenne (e quindi a casa, da tavolino), all’inizio della guerra, e professionista fiancheggiatore delle squadre d’azione nel ventidue, lieto infine che il Paese sia andato in mano a un uomo forte garante dell’ordine e della fratellanza.
Il Derossi a quell’epoca era già morto sicuramente in guerra, volontario, caduto scagliando la sua medaglia di primo della classe in faccia al nemico.
Votini era passato spia dell’Ovra e Nobis, che doveva avere possedimenti in campagna, e già da piccolo dava dello straccione ai figli di carbonai, agrario fiancheggiatore delle squadre, sicuramente era già federale.
C’è da sperare che il muratorino e il Precossi si fossero almeno presi il loro olio di ricino e tramassero nell’ombra; e forse Stardi, sgobbone com’era, si era letto tutto il Capitale, senonaltro per puntiglio, e quindi qualcosa aveva capito; ma Garoffi di certo si era allineato e non faceva politica, e Coretti, con quel padre che gli passava calda calda la carezza del Re, chissà che non facesse la guardia d’onore all’Uomo della Provvidenza.
Questo il clima: ed Enrico ne era l’esponente medio, paro paro. Da un ragazzo di quella fatta non possiamo aspettarci qualche lume su Franti: anzi doveva esistere tra i due una sorta di incomprensione radicale per cui se Franti un giorno avesse raccolto un passerotto da terra e gli avesse sminuzzato briciole di pane, Enrico non lo avrebbe mai detto. Logico che Franti, se raccoglieva passerotti, li portasse a casa per metterli in padella, perché l’unica volta che Enrico si tradisce e ci mostra la madre di Franti che si precipita in classe a implorare perdono per il figlio punito, affannata “coi capelli grigi arruffati, tutta fradicia di neve”, avvolta da uno scialle, curva e tossicchiante, ci lascia capire che Franti ha dietro di sé una condizione sociale, e una stamberga malsana, e un padre sottoccupato, che spiegano molte cose. Ma per Enrico tutto questo non esiste, egli non può capire il pudore di questo ragazzo che di fronte all’impudicizia feudale della madre che si getta, davanti alla scolaresca, ai piedi del Direttore e di fronte all’intervento melodrammatico di quest’ultimo (“Franti, tu uccidi tua madre!”, eh via, dove siamo?), cerca un contegno nel sorriso, per non soccombere nello strame: e lo interpreta da reazionario moralista qual è: “E quell’infame sorrise”.
Ma se vogliamo giocare a questo gioco allora giochiamo. Franti non ha sostrato, non si sa come nasca e come muoia, egli è l’incarnazione del male? Ebbene sia, accettiamolo come tale e come tale vediamolo, elemento dialettico nel gran corso della vita scolastica deamicisiana, momento negativo in tutta la sua evidenza trionfante. Ma prendiamolo come tale, e non lasciamoci confondere dai piccoli particolari di contorno: che se Franti non ha sfondo sociologico non devono averlo neppure le persone di cui egli pare prendersi beffa, la mamma di Crossi che egli scimmiotta nella sua condizione di erbivendola, e il muratore caduto sul lavoro al passaggio del quale Franti sorride: se facciamo della demagogia sul muratore e sull’erbivendola, allora facciamola anche su Franti e sulle determinazioni economiche della sua perfidia. Se no accettiamolo come un principio senza fondo e senza storia, e affrontiamolo pensando che di lui Enrico ci abbia parlato come gli storici romani dei cartaginesi: che erano popolo industre e laborioso, gran mercanti e navigatori, ma siccome non possedevano un’industria culturale non commissionavano elogi e libelli, mentre i romani, meglio organizzati quanto a uffici studi, avevano buon gioco a affidare alla storia terribili notizie sul conto dei nemici, dicendo che mettevano i bambini nel ventre di una statua infuocata; che se poi loro, i conquistatori, distruggevano Cartagine e spargevano sale sulle rovine, quello era ben fatto.
Ciò che Franti fa è vario e assai complesso: sale su un banco e provoca Crossi, e fa male, ma quando Crossi gli tira un calamaio egli fa civetta, e il calamaio va a colpire  il maestro che entrava. Civetta meritoria quant’altre mai, dunque, perché questo maestro è lo stesso ributtante leccapiedi che in un diverbio tra Coraci (il calabrese) e Nobis, dà ragione a Coraci e torto a Nobis, ma a Nobis dà del voi mentre a Coraci dà del tu. Dà del tu anche a Franti, naturalmente, perché costui non ha un padre distinto con una gran barba nera.
Più avanti vediamo Franti che ride mentre passa un reggimento di fanteria; Enrico tiene a precisare che Franti “fece una risata in faccia a un soldato che zoppicava”, ma non si vede perché in una sfilata preceduta dalla banda (come Enrico ci dice), qualche colonnello autolesionista avrebbe infilato un soldato che zoppicava. Dunque verosimilmente il soldato non zoppicava, e Franti irrideva la sfilata tout court: e vedete che la cosa cambia già aspetto. Se poi si considera che, istigati dal direttore, i ragazzi salutano militarmente la bandiera, che un ufficiale li guarda sorridendo e restituisce il saluto con la mano e un tizio che aveva all’occhiello il nastrino delle campagne di Crimea, un “ufficiale pensionato”, dice bravi ragazzi, allora ci accorgiamo che il riso di Franti non era poi così gratuitamente malvagio ma assumeva un valore correttivo: costituiva l’ultimo grido del buon senso ferito di fronte alla frenesia collettiva che stava prendendo i ragazzi che già cantavano “battendo il tempo con le righe sugli zaini e sulle cartelle ‘ e con “cento grida allegre accompagnavano gli squilli delle trombe come un canto di guerra”.
E’ in circostanze del genere che Franti sorride e ride: “Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei Funerali del Re; e Franti rise”. Franti sorride di fronte a vecchie inferme, a operai feriti, a madri piangenti, a maestri canuti, Franti lancia sassi contro i vetri della scuola serale e cerca di picchiare Stardi che, poverino, gli ha fatto solo la spia. Franti, se diamo ascolto ad Enrico, ride troppo: il suo ghigno non è normale, il suo sorriso cinico è stereotipo, quasi deformante; chi ride così certo non è contento, oppure ride perché ha una missione. Franti nel cosmo del Cuore rappresenta la Negazione, ma – strano a dirsi – la Negazione assume i modi del Riso. Franti ride perché è cattivo – pensa Enrico – ma di fatto pare cattivo perché ride.  Quello che Enrico non si domanda è se la cattiveria di chi ride non sia una forma divirtù, la cui grandezza egli non può capire poiché tutto ciò che è riso e cattiveria in Franti altro non è che negazione di un mondo dominato dal cuore, o meglio ancora diun cuore pensato a immagine del mondo in cui Enrico prospera e si ingrassa. Per questo Enrico deve rifiutare Franti: perché se Franti appare un inadattato al mondo in cui vive e lo coinvolge in un sogghigno epocale (Franti mette tra parentesi qualsiasi fatto che invece coinvolga emotivamente gli altri) l’unico modo di esorcizzare la scepsi negativa di Franti è quello di denunciare Franti come strega. E di non accettarlo a priori.
E infatti nel gran mare di languorosa melassa che pervade tutto il diario di Enrico, in quell’orgia di perdoni fraterni, di baci appiccicaticci, di abbracci interclassisti, di galeotti redenti e gaudenti in maschera che regalano smeraldi a bambine smarrite tra la folla, tra madri che si sostengono a vicenda, maestrine dalla penna rossa, signori che abbracciano carbonai e muratori che biascicano lagrime di riconoscenza sulla spalla di ricchi possidenti, là dove tutti si amano, si comprendono, si perdonano, si accarezzano, baciano le mani a voscienza, leccano il cuore a tamburini sardi, cospargono di fiori vedette lombarde e coprono d’oro patrioti padovani, una sola volta appare una parola di odio, di odio senza riserve, senza pentimenti e senza rimorsi: ed è quando Enrico ci traccia il ritratto morale di Franti:

“Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figlio, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi che tutti rispettano; burla persino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni della giacchetta e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, ha la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni che egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte: sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. II maestro finge ogni tanto di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a pigliarlo con le buone, ed egli se ne fece beffa. Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per tre giorni ed egli tornò più tristo e insolente di prima. Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre”.

È naturale che in questo crescendo di accuse e di infamie la nostra simpatia vada tutta a Franti (pensate, “si copri il viso con le mani, come se piangesse, e rideva!”. Anche De Amicis non rimane indifferente di fronte a tanta grandezza, e mai la sua scrittura è stata più tacitiana, nobilitata dalla materia): ma è vero del pari che tanto accumularsi di nefandezza è troppo wagneriano per essere normale, sfiora il titanico, deve avere un valore emblematico e riecheggiare un momento di civiltà; una figura  della coscienza universale, lo voglia o no l’autore; e se la nostra dotta memoria cerca solo per un poco ecco che questo ritratto finisce per evocarne un altro, quasi parallelo: ed è il ritratto di Panurge.

“Altre volte poi disponeva, in qualche bella piazza per dove la detta ronda doveva passare, una striscia di polvere da sparo, e al momento giusto ci dava fuoco, divertendosi poi a vedere i gesti eleganti di quei poveretti che scappavano, credendo di avere ai polpacci il fuoco di Sant’Antonio. In quanto poi ai rettori dell’università e teologi, li perseguitava in altri modi; quando ne incontrava qualcuno per la via, non mancava mai di far loro qualche brutto scherzo: ora mettendogli uno stronzo nelle pieghe del berretto, o attaccandogli delle code di carta e strisce di cenci dietro la schiena, o qualche altro fastidio… E soleva portare un frustino sotto il vestito, col quale frustava senza remissione i paggi che erano in giro per qualche commissione, per farli andare più svelti. E nel mantello aveva più di ventisei taschette e ripostigli sempre pieni: l’una di un piccolo dado di piombo e di un coltellino affilato come il trincetto di un calzolaio, che gli serviva per tagliar le borse; l’altra, di aceto, che gettava negli occhi a quanti incontrava; l’altra di lappole, con attaccato piumetti d’oca o di cappone, che gettava sulle vesti e sui berretti dei pacifici cittadini; e spesso attaccava anche lor dietro due belle corna, che quelli si portavan per tutta la città, e qualche volta per tutta la vita. E ne metteva anche alle donne, sui loro cappucci, di dietro, ma fatti a forma di membro virile; e in un’altra, teneva una quantità di cornetti, tutti pieni di pulci e pidocchi, che trovava dai poveri di Sant’Innocenzo, e con delle cannucce, e piume per scrivere, li gettava sui colletti delle più azzimate giovinette che trovava per la via, e così in chiesa…” (e via di questo passo, nella bella traduzione di Bonfantini; e poi basti pensare alla beffa dei montoni per vedere in Panurge un Franti ante litteram, o in Franti un Panurge post, che è poi lo stesso).

Ora Panurge non nasce e non arriva a caso: non è gigante né Dipsodo, e non entra nella regale società pantagruelica con l’aria di chi voglia sovvertire un ordine dalle radici; la società in cui vive l’accetta e vi si integra – ci beve e ci si ciba, chiedendo anzi ristoro in molte lingue – vive la vita di corte e segue il sovrano nei suoi viaggi, accetta dispute con dottori d’oltremanica e frequenta la borghesia dei dintorni. Ma si integra à rebours, ogni suo gesto appare sfasato rispetto alla norma, accetta le convenzioni (la messa) per sovvertirle dall’interno (occasione per distribuir pidocchi), intraprende discorsi ma per turlupinare l’interlocutore, veste come gli altri ma fa delle sue vesti nascondiglio per i suoi trucchi, nessuno dei quali mira specificatamente a un utile particolare, ma tutti nell’insieme a una deformazione degli umani rapporti.
Proprio per questo, se Gargantua et Pantagruel è il libro che chiude un’epoca e ne apre una nuova, esso lo è proprio per la centralità che vi ha Panurge, poiché il Gargantua è, rispetto alla cultura tardomedievale che si sfa, proprio quel che Panurge è per la corte di Pantagruel, qualcosa che si installa dentro a un ordine e lo mina  dall’interno deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia. Compagno di Panurge in questa impresa, è il Riso. Anche Panurge, l’infame, rideva.
Ecco dunque profilarsi l’idea di un Franti come motivo metafisico nella sociologia fasulla del Cuore. Il riso di Franti è qualcosa che distrugge, ed è considerato malvagità solo perché Enrico identifica il Bene all’ordine esistente e in cui si ingrassa. Ma se il Bene è solo ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si oppone a quanto una società identifica con il Bene, ed il Riso, lo strumento con cui il novatore occulto mette in dubbio ciò che una società considera come Bene, apparirà col volto del Male, mentre in realtà il ridente – o il sogghignante – altro non è che il maieuta di una diversa società possibile.
Per cui bene aveva fatto Baudelaire a identificare il Riso con il Diabolico ed a vedervi il principio del Male. Agli occhi di Colui che tutto sa, il riso non esiste, e scompare dal punto di vista della scienza e delle potenze assolute: è chiaro: dal momento che di un ordine esistente si ha certezza e corresponsabilità, dal momento che vi si assente dogmaticamente o vi si aderisce consustanzialmente, quest’ordine non può essere messo in dubbio, e il primo modo per credervi è di non riderne. Il riso, dice Baudelaire, è proprio dei pazzi: di coloro che non si integrano all’ordine, dunque. Per colpa loro, nel caso dei pazzi; ma nel caso sia colpa dell’Ordine? Chi sarà allora il Ridente? Colui che ha avuto coscienza della caduta, e quindi della provvisorietà dell’ordine dato. Il cattivo dunque, colui che ha colpevolmente mangiato all’albero del bene e del male? Ma questa è l’interpretazione del Ridente data da chi non ride, e accetta l’Ordine. Per lo scolastico messo alla berlina da Panurge, nel dialogo con Thaumaste fatto a gesti e a sberleffi, il gioco di Panurge è un attentato diabolico.
Per noi, nati da Rabelais, il gioco di Panurge è allegra profezia di una nuova dialogica, e comunque messa a punto della vecchia, resa dei conti. Chi ride è malvagio solo per chi crede in ciò di cui si ride. Ma chi ride, per ridere, e per dare al suo riso tutta la sua forza, deve accettare e credere, sia pure tra parentesi, ciò di cui ride, e ridere dal di dentro, se così si vuol dire, se no il riso non ha valore. Ridere del piegabaffi, oggi, è un gioco da ragazzi; ridete dell’usanza di radersi, e poi discuteremo. Chi ride deve dunque essere figlio di una situazione, accettarla in toto, quasi amarla, e quindi, da figlio infame, farle uno sberleffo. (Franti a parte, solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire. E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere.)
Tale è Franti. Dall’interno idilliaco della terza classe in cui alligna Enrico Bottini, egli irraggia il suo riso distruttore; e chi si aggrappa a ciò che egli distrugge, lo chiama infame. Fatto nascere dall’immaginazione di De Amicis e dalla visione astiosa di Enrico come principio dialettico, Franti viene troppo presto eliminato di scena perché si possa intravvedere quale reale funzione avrebbe egli svolto in questo quadro: se il comico è l’Ordine che, accettato ed esasperato a bella posta, esplode e si fa Altro, Franti non ha neppure abbozzato il suo compito. Tenuto a freno dalla visione sospettosa di Enrico, non ha saputo espandersi come dialettica voleva: e solo noi possiamo ora intravvederne e svilupparne i germi liberatori e correttivi. Troncato sul nascere, il “Principio Franti” non si è risolto, come avrebbe dovuto, nella forma compiuta del Comico: e “comica” rimane solo la dialettica Franti-Enrico vista da noi, ora, e come tale messa in rilievo. Bloccato nella situazione Cuore nella misura in cui Enrico lo aveva immobilizzato – escludendo dogmaticamente che Franti potesse avere coscienza del significato dei suoi gesti – l’Infame, anziché sacerdote dell’epoché ironica, rimane soltanto un non-integrato e uno schizoide. Ma di lui – e da lui – ci rimane un monito, acché la sua infamia sia la nostra virtù. Saremo capaci di ridere, a ciglio asciutto, di nostra madre?
Eliminato dal contesto fantastico in cui viveva, Franti è accantonato dal cronista dell’Ordine e della Bontà: ed è supposto finire all’ergastolo, dove appunto si raccolgono i non-integrati. Franti è così rimasto come un abbozzo di Comico possibile: per riuscire egli avrebbe dovuto assumere – ostentando buona fede – i panni di Enrico e scrivere lui stesso il Cuore. Col sogghigno – invece che col singhiozzo – facile. Siccome non ha raccontato, ma è stato raccontato, non ha assunto la funzione di giustiziere comico, ma è rimasto come un’ombra, una tabe, una falla nel cosmo di Enrico, una presenza inspiegabile e non risolta.
Noi sappiamo però che, al di fuori del libro, gli è stata lasciata un’altra possibilità (di cui Enrico non aveva avuto mai sentore): perché l’Ordine o lo si ride dal di dentro o lo si bestemmia dal di fuori; o si finge di accettarlo per farlo esplodere, o si finge di rifiutarlo per farlo rifiorire in altre forme; o si è Rabelais o si è Cartesio; o si è, come Franti ha tentato, uno scolaro che ride in scuola, o un analfabeta di avanguardia. E forse Franti, con la memoria accesa del gesto di papà Coretti che dava al figlio, con la mano ancor calda, la carezza del Re (impeditogli da Enrico di sorridere ancora una volta, cancellato con un tratto di penna), si apprestava in una lunga ascesi a esercitare, all’alba del nuovo secolo, sotto il nome d’arte di Gaetano Bresci.

 

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POETARIO – laboratorio di poesia, a cura di Luca Buonaguidi | La Bottega delle Storie, Pistoia

POETARIO
Laboratorio di poesia

Della poesia, come dell’amore, più che parlarne, è opportuno farne esperienza. L’esperienza della poesia sarà il tema del laboratorio. Portate una penna, un taccuino e lasciate a casa (pre)giudizi netti e distinti.

Workshop esperienziale di scrittura poetica in 3 incontri condotto da Luca Buonaguidi

1° incontro – 17 febbraio, ore 21
2° incontro – 29 febbraio, ore 21
3° incontro – 8 marzo, ore 21

La bottega delle storie – Via della Torre, 9, Pistoia
E’ previsto un contributo libero per la partecipazione
Informazioni e Iscrizioni a:
info@labottegadellestorie.it – www.labottegadellestorie.it

L’utilità della poesia sta nel ricordarci quanto sia difficile rimanere la stessa persona, perchè la nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono (Czeslaw Milosz)

Luca Buonaguidi (Pistoia, 1987) ha pubblicato I giorni del vino e delle rose (2010, Fermenti), Ho parlato alle parole (2014, Oèdipus) e un suo racconto compare ne La sagra è vicina (2013, Beltempo). Suoi testi o commenti ad essi si leggono su varie riviste di letteratura e poesia e raccoglie le sue scritture
nel blog www.carusopascoski.com. Scrive/ha scritto di cultura e società nelle sue varie forme per Altracittà, Cani Bastardi, CineFatti, Comunità Provvisorie, i.OVO, Il Tirreno, Impatto Sonoro, KonSequenz, Mola Mola, Stordisco ed altre. Premiato ad alcuni concorsi di poesia nazionali, suoi readingvengono ospitati in tutta Italia e vengono sonorizzati/accompagnati da musicisti come Elias Nardi, Trucupas, Jacopo Salvatori, Chris Yan, CollectiveNimel e due suoi diversi testi faranno parte dei prossimi dischi di Girolamo De Simone e i Masie. Laureato in Psicologia Clinica, già tutor per studenti disabili e operatore presso una comunità terapeutica, conduce seminari esperienziali sul carattere antropologico, espressivo e terapeutico della poesia e progetti di scrittura creativa. Vive oggi in un paese di una decina di anime sull’Appennino tosco-emiliano per riscoprire l’importanza di essere piccoli

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Live from the Bataclan

“Alzo gli scudi, preparo le armi, organizzo la resistenza nel solo modo che conosco. Leggendo.”
(Stefano Solventi)

È insopportabile. Tutto. Massacri vecchi e nuovi, con in comune sempre e soltanto innocenti nell’atto di vivere la loro vita. “Vivere era impossibile”, scrive Don De Lillo in Underworld. Non sarà questo blog ad aggiungere una sola parola in più sui fatti di ieri, a Parigi. Una tragedia immane, che mi colpisce doppiamente perché ierisera, se fossi stato parigino e mi sarebbe piaciuto molto, sarei forse andato anch’io al Bataclan a sentire gli Eagles Of Death Metal. E a chissà quanti altri concerti. E allora non mi resta che alzare gli scudi, preparare le armi, organizzare la resistenza nel solo modo che conosco: con la musica. Oggi, la musica dei migliori concerti del Bataclan, che ho raccolto qui per tutti quelli che non possono fare a meno della musica, soprattutto in giornate come questa.

 

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Una mia poesia per l’International Rilke Society

Una notizia che precede il mio infarto per troppa emozione: l’INTERNATIONAL RILKE SOCIETY ha deciso di pubblicare la traduzione in tedesco di una mia poesia su Rilke nel suo yearbook. Se ripenso che questo è successo grazie all’incontro casuale sul bus per Fiesole con quello che, chiacchierando, si svela essere il curatore tedesco dell’opera di Rilke in gita a Firenze, penso a cose sconnesse e ne rido di gusto. Qui avevo scritto la storia di questo incontro, e avevo pubblicato la traduzione della poesia in tedesco e la sua versione originale.

Storia della mia prima poesia tradotta in tedesco

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Dino Buzzati – Hieronymus Bosch, il maestro del Giudizio universale

"Il Giardino delle delizie" è un trittico a olio su tavola (220x389 cm) di Hieronymus Bosch, databile 1480-1490 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid.

“Il Giardino delle delizie” è un trittico a olio su tavola (220×389 cm) di Hieronymus Bosch, databile 1480-1490 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid. Clicca sull’immagine, in altissima definizione, per ingrandirne i dettagli.

Poiché mi ero sempre molto interessato del pittore Hieronymus Bosch, durante un viaggio in Olanda andai a visitare la sua città, cioè ‘s-Hertogenbosch, detta anche Bois-le-Duc, che noi chiamiamo Boscoducale. E qui l’albergatore, persona abbastanza colta, mi disse : ” Se non altro per curiosità, signore, perché non va a trovare il vecchio Peter van Teller? È un tipo un po’ strambo, un orologiaio che vive di una piccola rendita dopo avere ceduto la sua bottega al nipote. Credo sia il decano di ‘s-Hertogenbosch. Per tutta la vita si è occupato di Bosch, è convinto anzi che Bosch sia un suo antenato da parte di madre. Su Bosch ha scritto anche un libretto, tanti anni fa, che a quei tempi fece un certo scandalo. Ha certe sue idee curiose. Chissà, un incontro potrebbe esserle utile…”. Dicendo questo però sorrideva con una certa ironia, e io mi chiedevo se parlasse sul serio o invece intendesse prendermi benevolmente in giro.
All’indirizzo indicatomi, in una piccola strada die­tro il palazzo municipale, trovai una casetta a due piani, di classico stile vecchia Olanda, un minuscolo giardino dinanzi, un grazioso bovindo al pianterreno, le finestre a tanti piccoli riquadri rettangolari, il tetto spiovente di mattoni con due occhi d’abbaino, chiuso ai lati da muri sagomati a gradini con in cima un galletto di ferro; e in vetta a uno dei tre alti camini qualcosa che forse poteva essere un nido di cicogna.
Tirai, al cancello, la maniglia della campanella e dopo poco venne ad aprirmi una donnetta sui sessant’anni, straordinariamente linda, con una gentile cuffia bianca. Siccome parlava soltanto in olandese, non capii bene se fosse una donna di servizio oppure una parente del vecchio orologiaio. Per fortuna inter­venne in aiuto un passante che conosceva il tedesco. Seppi così che van Teller era uscito per la passeggiata pomeridiana e non sarebbe rientrato che fra un’ora. Però, se non volevo aspettarlo, potevo raggiungerlo al giardino pubblico; van Teller sedeva sempre sulla terza panchina a destra entrando. E non potevo sbagliare: era l’uomo più vecchio di ‘s-Hertogenbosch e portava un cappello d’altri tempi a tesa larghissima.
Un passante mi indicò la strada e dopo pochi mi­nuti vidi il curioso personaggio. Seduto da solo sulla panchina, le mani riunite sopra il ricurvo manico di un bastoncello, osservava la gente che passava, i bam­bini che giocavano, le mamme che accanto alle car­rozzelle lavoravano a maglia o chiacchieravano, con espressione compiaciuta.
Quanti anni avrà avuto? Ottanta? novanta? due­cento? Impressionante il numero di rughe che solca­vano il volto scarno, eppure era ancora una fisiono­mia viva e in certo modo battagliera.
Come mi avvicinai e lui mi guardò, avvertii su­bito, vedendolo di faccia, una straordinaria rassomiglianza con l’unico sicuro ritratto di Hieronymus Bosch che si conosca, il disegno cioè che si conserva ad Arras; gli stessi occhi penetranti e maliziosi di falco, la stessa bocca perentoria che finisce in due pieghe alquanto beffarde. Il ritratto di Arras, che ci presenta il pittore già avanti negli anni, coincide perfettamente col volto dell’uomo che, sul fondo dell’Incoronazione di spine del Prado osserva con pietà e riprovazione la tortura di Cristo; solo che qui Bosch appare coi folti capelli neri, nel pieno della virilità. Ebbene, il vecchietto che mi trovavo davanti, rispetto ai due no­ti ritratti, poteva rappresentare la terza tappa, quella che Bosch non fece in tempo a raggiungere. Era lo stesso uomo, pareva, arrivato alle soglie della decre­pitezza.
Mi presentai e fui lieto di constatare che anche van Teller conosceva abbastanza bene il tedesco; cosicché la conversazione era facile. In compenso bisognava quasi urlargli nelle orecchie, tanto era sordo.
“Chi le ha detto di rivolgersi a me?” domandò per prima cosa. E come lo ebbe saputo, fece un breve sogghigno, quasi che stimasse l’albergatore persona poco raccomandabile. Poi tacque e riprese a guardare la gente, come se io non esistessi.
Era un dolce pomeriggio d’autunno e gli alberi intorno, che già cominciavano a spogliarsi, portava­no i colori accesi e il patetico presentimento del tra­passo.
Van Teller era vestito all’antica: una lunga giac­ca-palandrana che gli arrivava fin quasi ai ginocchi, una camicia dall’alto collo inamidato, una vasta cra­vatta nera alla Robespierre. Si riscosse, mi guardò, sorrise (aveva ancora i suoi denti): “Lei è venuto a cercarmi per il grande Hieronymus? Eh, eh. Innanzi tutto è mio dovere avvertirla, signore, che qui in cit­tà mi considerano un matto”. E fece una stridula ri­sata da cornacchia.
Intanto mi ero seduto al suo fianco. Con una mano scheletrica ma tutt’altro che tremante, strinse una delle mie. “Ma lei, signore, viene da lontano, lei non può sapere nulla di questi pettegolezzi di provincia, a lei non possono interessare, però lei mi è simpatico, si­gnore. A lei, se crede, posso dire alcune cose. Eh, eh. Avrà notato immagino, che io assomiglio a qualcu­no!”. “In modo sorprendente”, dissi: “Una coinciden­za quasi incredibile”. “Coincidenza, amico mio? Cre­de proprio si tratti di coincidenza?”. “Intende dire, signor van Teller, che si tratta di sangue?”. “Chissà, chissà”, fece lui enigmatico: “Certe cose noi non le potremo mai sapere”. Dopodiché non si fece pregare per raccontarmi la sua storia.
Figlio di un orologiaio, aveva seguito umilmente le orme paterne, occupandosi sempre del negozio ma, fin da ragazzo, una fortissima attrazione lo portava verso tutto ciò che riguardava il famoso pittore, ri­tenuto, in famiglia, un antenato di sua mamma, nata van Aken. Una tipica infatuazione di giovinezza, tuttavia abbastanza strana in lui, che aveva fatto solo le scuole commerciali. Sull’argomento, ancora adole­scente, aveva letto tutto quello che gli era stato possi­bile; naturalmente alla biblioteca comunale di ‘s-Hertogenbosch i libri sul grande pittore non mancavano. Poi, fattosi uomo, era riuscito a vederli pressocché tutti, i celebri dipinti; era stato a Vienna, a Berlino, a Parigi, a Venezia, a Lisbona e più di una volta a Madrid.
Nel frattempo stava scendendo la sera, il giardino si era quasi vuotato del tutto, i viali assumevano quell’espressione enigmatica e circospetta della natura quando viene lasciata sola.
Mentre van Teller mi parlava, ebbi un piccolo soprassalto: con la coda dell’occhio mi era parso di vedere una cosa scura uscire da una siepe alle mie spalle e saltellare a scatti sull’erba ; ma, come guardai, tutto era normale e tranquillo.
L’aria si era fatta piuttosto fresca, saliva l’umi­dità della notte, proposi a van Teller di accompa­gnarlo a casa. Egli tolse un antico orologio d’oro da un taschino del panciotto, esclamò : ” Che sbadato. So­no già quasi le sette. Chissà la Margareta che cosa sta immaginando”.
Ora il parco era diventato veramente deserto e poco rassicurante. Ancora qualche sparso pigolio qua e là di invisibili uccelli. Fruscii, scricchiolare di rami secchi, lievi ansiti del vespero tra i mucchietti di foglie secche. Ma a van Teller, che probabilmente aveva stu­fato ad usura i concittadini con le sue vecchie storie. non sembrava vero di avere trovato un ascoltatore at­tento come me. E stava infervorandosi. Mi diceva co­me nessuno dei tanti critici che avevano scritto su Bosch, anche firme autorevoli e reputatissime, lo avesse persuaso. “Parlano dell’inferno, parlano della dan­nazione eterna, parlano di sant’Agostino, delle eresie, della riforma di Luterò, vanno a frugare nella vita privata di Hieronymus, che nessuno di loro può cono­scere, riempiono centinaia di pagine con interpreta-zioni gigantesche. E la psicanalisi! E l’angoscia esisten­ziale con quattro secoli di anticipo! E il surrealismo con quattro secoli di anticipo!… C’è stato uno, perfi­no, che ha registrato uno per uno i mostri – eh, eh. li chiamano mostri – e li ha classificati come fossero tanti coleotteri, e per ciascuno ha trovato il tipo di nevrosi corrispondente. E poi il manicheismo imman­cabile. E i refoulements sessuali… i complessi aberran­ti… la componente sodomitica… l’esoterismo negro­mantico… Quanta fatica inutile!”. Si era fermato, ora batteva per terra con rabbia la punta del sottile ba­stone: “Ma se è così semplice; così limpido! Se non è mai esistito un pittore più realista e chiaro di lui!… Altro che fantasie, altro che incubi, altro che magia nera… La realtà nuda e cruda che gli stava davanti… Solo che lui era un genio che vedeva quello che nes­suno, prima di lui e dopo di lui, è stato capace di ve­dere. Tutto qui il suo segreto: era uno che vedeva e ha dipinto quello che vedeva…”.
Io dissi: “Capisco. Certo, in sede letteraria. non si può negare… Però lei intende alludere, vero. a una realtà fantastica, a una realtà trasposta? alla realtà dei sogni, delle paure, dei rimorsi? Tornerà sempre a suo merito, di Bosch, l’aver dato una forma concreta a questi fantasmi… .Però lei non mi dirà che quegli esseri orrendi, rettili antropomorfi, osceni mec­canismi, utensili trasformati in membra, gnomi e insetti abominevoli, lui li vedesse veramente, che quat­tro secoli fa girassero per le strade dell’Olanda”.
“Non li vedeva?” fece lui, arrogante: “Non giravano per le nostre strade? Oh, non mi faccia par­lare!”. A questo punto non ebbe più riserve. Confessò che pure lui, non tutti i giorni ma abbastanza spesso, ‘ vedeva ‘ il mondo come Bosch : quel pomeriggio, per esempio. Parecchie di quelle amorevoli mam­mine venute con la carrozzella del neonato non erano – mi garantì – che laidi uccelli dal becco adunco, lucertoloni neri gonfi d’odio, avidi cercopitechi sden­tati, vesciche infami con gambe di ragno. Tra i bam­bini stessi aveva visto qualche ributtante esemplare di ornitorinco e di gnomo, armato di uncini sangui­nolenti. Ecco il motivo, spiegò, delle sue tribolazioni a ‘s-Hertogenbosch. Più di trent’anni prima aveva esposto questa sua teoria in un libretto, portando am­pie esemplificazioni. Benché non venissero fatti espli­citamente i nomi, risultava evidente, per esempio, l’i­dentificazione dell’allora vice-sindaco con l’atroce pro­filo di sadico filisteo nel Portacroce di Gand e del pre­side del liceo musicale col paggio dalla testa suina nel Sant’Antonio di Lisbona.
Cominciavo a capire perché l’albergatore, dando­mi l’indirizzo di van Teller, sorridesse in modo insi­nuante. E perché lui stesso mi avesse detto che gli altri lo prendevano per matto. Un povero vecchietto senza più i suoi venerdì, che pretendeva di essere la reincarnazione di un genio.
“Ma a lei”, domandai, “non è mai venuta la vo­glia di dipingere?”. “Aspetti”, disse van Teller con aria di complicità: “Aspetti. Le farò vedere”.
La notte arrivava. Sotto le scure falde del cap­pello, l’antica faccia fosforesceva e gli occhi di falco erano bianchi e secchissimi. Alzò la destra a fare segno.
Mi accorsi che eravamo giunti alla sua casa. La quale, per i due culmini dei muri laterali e le fine­stre accese, assomigliava nel buio a un enorme gufo accovacciato. Prima ancora che van Teller avesse suo­nato il campanello, la sua donna arrivata trafelata: “Così tardi, signore?” diceva, o qualcosa del genere.
Mi fece strada. Entrammo. Era una casa densa di antiche intimità e segreti di famiglia. Rivestimenti di vecchio legno, scale di vecchio legno, statue in le­gno di vecchi santi tetri e scarsamente convinti. Le luci erano elettriche, ma civilmente disposte e limi­tate. Margareta chiuse la porta alle nostre spalle con un catenaccio nero che mandò un tonfo cavernoso.
Era per van Teller l’ora di cena? Margareta guardava interrogativamente il padrone, il quale con un piccolo cenno di mano fece capire che non era il caso e quindi zampettò adagio su per la scala Non si fermò al primo piano dove era presumibile fos­sero le stanze da letto. Angoli in ombra, nicchie, an­gusti corridoi e scalette laterali che si perdevano ne: buio.
Si uscì nell’androne sommitale ricavato dallo scri­molo del tetto spiovente. Egli accese. Un getto di vivida luce cadde su una grande tavola poggiata a un cavalletto e dipinta per metà. Sotto, su un ta­volo, pennelli, colori e tavolozza.
Era, per quello che se ne poteva capire, un qua­dro incompiuto di Bosch. In alto, a sinistra, lo splen­dore di un ciclo puro e intenso nel quale naviga­vano due angeli bellissimi, e le loro trombe si divin­colavano in ricci trionfali espandentisi in estasiati cartigli pieni di vento. A destra degli angeli, Lui. il Signore, il Dio, l’Onnipotente, il Creatore, assise sul culmine di un arcobaleno, la testa irraggiante. l’espressione potente e stupita. Nudo. Il braccio de­stro, ad ansa di anfora, reggeva un lungo stelo di fiori paradisiaci. I piedi, intrecciati, poggiavano sulla sfera del mondo. Ma era dipinto per metà. Il rima­nente del corpo era tracciato con un segno filifor­me. La forza era però nel paesaggio di sotto. Rupi spoglie e corrose, nelle cui crepe e pieghe si divincola­vano orridi coacervi di corpi umani e disumani, in mezzo a sozze scaturigini di vapori gialli. Angeli con grandi ali lottavano per estirpare dall’obbrobrio le anime ancora titubanti, contrastati ferocemente da forme immonde. Ed era chiaro che la loro causa era perduta in partenza. I demoni, con teste maialesche e ferine, con bocche da rospo, con ventri squamosi di aracnide, con mastodontiche teste dalle cui orec­chie uscivano le gambe rachitiche, con corpi da lu­certola e da scolopendra, erano mucose, erano ven­tri, erano sessi, erano ludibrio di membra viscide e sconciamente dilatate alle vergogne più turpi. Sul fondo della scabra sassaia, quei corpi tepidi e pal­pitanti di sozze voglie, per lo più rosei, spiccavano con una violenza ancora più selvaggia che non le meravigliose cortigiane adolescenti nel Giardino delle delizie al Prado.
Io rimasi là, di pietra. Era uno dei più crudeli e disperati Bosch che avessi mai visto. Eppure mai. in nessun libro o raccolta, lo avevo riscontrato. “Ma è un Bosch autentico, questo, no? È suo? Dove l’ha tro­vato? E perché è dipinto solo a metà?” Van Teller mi guardò sorridendo: “No, no, una semplice imitazione…”. “Eppure, eppure mi ricorda…”. Van Teller sembrò felice: “L’ha riconosciuto? Il Giudizio universale che andò distrutto nell’incendio del Prado? Lei ricorda la relativa stampa di Hameel, vero?”
Sì, ora ricordavo perfettamente. Di quel prezioso dipinto, incenerito dalle fiamme, restava una sola testimonianza: una copia in formato ridottissimo, incisa in rame da un contemporaneo. Ma ora qui, dinanzi a me, il capolavoro era per metà risuscitato. “E come è possibile?” feci io.
Allora lui, van Teller, si fece oltremodo circospetto e misterioso, e cominciò – come dirlo altri­menti? – cominciò a vibrare sottilmente, quasi una forza superiore stesse entrando in lui per possederlo. Alzò un dito ammonitore: “Qualche volta”, disse, “mi viene a trovare”. “Chi?”. “Lui, il grande Hieronymus”. “E come?”.
Corse a un tavolo pieno di carte e vi sedette. Prese una matita, poggiò la punta della matita su un foglio di carta, la matita si muoveva da sola. “È qui, è qui. Stasera è venuto”, annunciò con voce spi­ritata: “Lei è fortunato, signore”.
Dunque il vecchio orologiaio era un medium? E adesso mi proponeva le liturgie del caso?
“Si sieda là nell’angolo. E non parli, per carità, signore”, disse van Teller. Mi sedetti. E lui comin­ciò ad aggirarsi per la mansarda come un’anima in pena. Mugolava. Si torceva come se qualcuno gli stes­se attanagliando le reni. Supplicava: “Non così forte, maestro Hieronymus, non così forte per misericordia di Dio!”. Poi si mise a gemere in olandese e non capii più niente.
Nello stesso tempo, e la luce era tale che non po­teva esserci trucco, due pennelli, da soli, si levarono lievitando dal tavolo, come due addomesticate bestio-line tuffarono il ciuffo nella tavolozza, quindi punta­rono verso il quadro e adagio adagio, con minuziosa applicazione, cominciarono ad effigiare una sorta di schifosa forma vivente metà salamandra e metà uc­cello che protendeva il becco verso una ragazza nuda già traforata da uno spiedo. L’invisibile spirito del grande Hieronymus tornava dunque alla sua città per ridipingere il quadro distrutto?
La scena era piuttosto allucinante. Van Teller, per quanto rapito in quella specie di trance, potè dirmi: “Guardi, guardi dalla finestra”. Guardai dalla finestra. E capii ciò che il vecchio orologiaio aveva prima cercato di spiegarmi. Sì, Hieronymus Bosch non aveva inventato nulla, aveva dipinto tale e quale lo spettacolo offerto quotidianamente ai suoi occhi.
Di lassù non potevo scorgere che la casa di fronte e una fetta di quelle adiacenti. Ma, per l’incantesimo di quella notte, esse apparivano come scoperchiate e nell’interno si distingueva la gente che mangiava, dor­miva, litigava, lavorava, faceva l’amore, odiava, invi­diava, sperava, desiderava, come tutti noi. Erano uomi­ni e donne e bambini, tali e quali il nostro consueto prossimo quotidiano, ma frammisti a loro, con supre­mazia di maggioranza, si agitavano brulicando innu­merevoli cose viventi simili a celenterati, a ostriche, a ranocchie, a pesci ansiosi, a gechi iracondi, simili ai cosidetti mostri di Hieronymus Bosch; e che non erano altro che creature umane, la vera essenza dell’uma­nità che ci circonda. Latravano, vomitavano, adden­tavano, sbavavano, infilzavano, dilaniavano, succhia­vano, sbranavano. Così come noi ci sbraniamo giorno e notte, a vicenda, magari senza saperlo.
Poi di colpo la rivelazione cessò. Non vidi più che la casa di fronte, chiusa e immota, le case adiacenti, pure esse spente e addormentate. Tutto era tornato all’apparenza banale e tranquillizzante della realtà quotidiana, a cui siamo abituati. Mi voltai. Il vec­chio orologiaio, ansimante, si era abbandonato su un divano. Sembrava esausto.
Il silenzio della notte, l’immobilità delle cose. Tut­to come quando ero entrato: tranne quella schifosa forma metà salamandra e metà uccello dipinta sulla tavola, che quando io ero entrato non c’era.
Sul divano il vecchio era triste: ” Non arriverò mai a finirlo, questo quadro. Sono stanco. Sono vec­chio. E lui viene sempre più di raro… “.
Guardai attentamente il dipinto. Era eseguito con la perfezione dell’antico maestro, si notavano perfino le screpolature del colore che soltanto i secoli sanno dare. “Nessuno l’ha visto?”, chiesi. “Nessuno”. “E dopo?”. “Dopo la mia morte, lei intende dire? No, si­gnore, nessuno mai lo vedrà. Io sono un matto, un povero matto. Questo dipinto è il mio segreto. Ho dato disposizioni. Con me scomparirà”.

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Elias Nardi Group – Flowers Of Fragility (e un mio testo ospite dell’album)

Oggi è uscito il nuovo disco dell’Elias Nardi Group ed è bellissimo. Per quei bei giri che la vita a volte compie intorno a noi, ho avuto l’onore di scrivere un testo dentro il libretto del cd, un appendice di senso alle eminenti musiche dell’album. Un concept album, ispirato dalla visita ai cimiteri che ospitano le vittime della Grande Guerra nelle Fiandre, ragazzi e bambini mandati alla guerra e non alla vita, in quello che all’epoca era fronte di battaglia tra i più cruenti e oggi ospita prati e silenzi – e da qui il titolo del disco “Flowers of Fragility”. Io ne ho scritto così, buon ascolto e grazie a Elias Nardi, Nazanin PN, Carlo La Manna, Daniele Di Bonaventura, Didier François e Pol Bonduelle per avermi ospitato in questo gioiello. 

Dopo il successo di ‘The Tarot Album’, il mago dell’Oud torna con il suo terzo album, registrato in analogico con un gruppo di straordinari talenti. Un ponte tra jazz e Medioriente, ispirato ai cento anni dalla Grande Guerra

Flowers Of Fragility: le ‘migrazioni sonore’ dell’Elias Nardi Group
Elias Nardi Group, FLOWERS OF FRAGILITY, Visage Music/ distribuzione Materiali Sonori
9 brani – 46.20 min.

Elias Nardi Group:
Daniele Di Bonaventura – Bandoneon
Didier François – Viola d’Amore a Chiavi
Nazanin Piri-Niri – Flute
Carlo La Manna – Fretless Bass, Six String Bass
Elias Nardi – Oud

“La musica che mi sforzo di proporre è figlia di questi tempi, è contemporanea nelle tematiche e nelle sonorità, è una musica fatta di migrazioni sonore: sono convinto che timbriche, strumenti e aspetti teorici distanti che coabitano possano essere lo specchio di un società in cui gli scambi e i flussi di genti non siano interpretati come un problema, o peggio ancora come un pericolo, ma come un patrimonio fondamentale per la condivisione e la comprensione del mondo”. Instancabile alfiere del dialogo tra culture musicali, Elias Nardi torna a tre anni di distanza dal fortunato The Tarot Album: Flowers Of Fragility è un felice manifesto di connessioni strumentali tra jazz e Medioriente, arricchito dall’estro di un gruppo di stelle, composto da Daniele Di Bonaventura, Didier François, Nazanin Piri-Niri e Carlo La Manna.

Dopo il successo di un disco che interpretava il jazz contemporaneo calato nella world music senza disdegnare influenze progressive, Elias Nardi rilancia la propria visione di “cantastorie strumentale”: se nel cd precedente erano protagonisti i Tarocchi, ora Nardi prende spunto dalle sue visite nei cimiteri di guerra delle Fiandre Occidentali, in occasione dei cento anni dalla Grande Guerra, e presenta un album ricco, compatto, figlio di una grande immaginazione musicale. “Flowers of Fragility prosegue nella direzione di quella ricerca “contaminata” cominciata alcuni anni fa, con lo scopo di avvicinarci sempre più all’obiettivo di NON appartenere a un genere di facile catalogazione, ma di essere nel nostro piccolo un piccolo genere. E’ un lavoro dalla personalità forte, con uno sviluppo armonico più consistente, la ricerca della finezza classica e la sperimentazione, per la prima volta in un mio disco la totale assenza di percussioni, ampi spazi con strutture complesse e cambi di tempo, ma tutto il materiale scorre fluidamente nonostante l’eterogeneità dei pezzi”.

Nato a Pistoia nel 1979, Elias Nardi è un musicista aperto come pochi agli scambi culturali e artistici: allievo del virtuoso palestinese Adel Salameh, ha collaborato con Ares Tavolazzi, Riccardo Tesi, Max Manfredi e molti altri. Dopo Orange Tree (2010) e The Tarot Album (2012), in Flowers Of Fragility rilancia il dialogo tra jazz e musica tradizionale coinvolgendo nella scrittura i quattro colleghi, ognuno con le proprie peculiarità. Di Bonaventura, François, Piri e La Manna hanno storie e collaborazioni assai differenti: con Elias incarnano in pieno l’idea di “ponte tra culture” che è alla base della musica dell’autore toscano, e in particolare di questo album, arricchito da testi del poeta Luca Buonaguidi e del musicologo Paolo Scarnecchia. Studioso di musica araba e mediterranea, Nardi possiede un’inconfondibile tecnica all’oud, strumento dalle “enormi possibilità espressive anche in contesti diversi, le cui qualità timbriche metto al servizio di uno sviluppo musicale e di concetto che lo avvicini alla musica occidentale. Questo è quello che sto cercando di fare io: sono un musicista Europeo e seppur mi sia nutrito tantissimo di suoni e studi mediorientali, scrivo musica principalmente europea sfruttando uno strumento che però non è nato in Europa e non fa parte della sua imponente tradizione classica, pur essendo l’antico padre del nostro Liuto. Questo è il modo che ho scelto per far coesistere i due mondi”.

Flowers Of Fragility è stato inciso su nastro magnetico negli studi audiofili della Analogy Records; dopo l’esperienza con Zone Di Musica, Nardi entra in Visage Music, etichetta nota per i lavori di Riccardo Tesi, distribuita da Materiali Sonori. Disponibile in cd e in download su tutte le piattaforme digitali (ma anche in bobina – reel to teel master tape – sugli store Analogy), Flowers Of Fragility è stato presentato in anteprima dal vivo tra Italia, Germania e Belgio, e il tour prosegue con nuovi concerti all’estero. I prossimi due live dell’Elias Nardi Group saranno proprio nelle Fiandre, nei luoghi dove si manifestò l’ispirazione per il disco:

Martedì 29 settembre:
ELIAS NARDI GROUP w/Didier François
Pol Bonduelle’s Exhibition Opening
Ypres (Ieper)

Mercoledì 30 settembre:
ELIAS NARDI GROUP w/Didier François
Pol Bonduelle’s Exhibition Opening
Ypres (Ieper)

Info:

Elias Nardi:
www.eliasnardi.it

Materiali Sonori:
www.materialisonori.com

Ufficio stampa Synpress44:
www.synpress44.com

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Giovanni Peli – Non abbiate solo vent’anni

“Accorgetevi,
non abbiate solo vent’anni”
da un verso di Mario Benedetti

Giovanni Peli è principalmente un cantautore, un poeta e un amico. E tante altre cose insieme. Ci siamo scritti per anni e non ricordo neppure più da dove abbiamo iniziato. E poi ci siamo incontrati a Brescia, casa sua di cui conosce ma non ama ogni angolo. Li conosce tutti e ne ama alcuni, che fa amare anche a te. Mi ha regalato tutti i suoi dischi, i suoi libri, che sto leggendo poco a poco con piacere raro, perché Giovanni ha una intelligenza delicata e sorniona, pronta ad accendersi in un ritornello che ammalia, in una chiusura di versificazione che ti ferisce, insegnandoti sempre qualcosa della vita e dell’amore, dell’amore per l’amaro della vita. Sembra aver vissuto tanto, tantissimo più dei suoi anni, a giudicare dalla mole di dischi e libri che mi ritrovo adesso tutti davanti con mia fortuna, dalla coerenza dell’evoluzione di umori, temi e stilemi che attraversano i vari capitoli della vita della sua mente. Cantautore cerebrale e poeta sentimentale (nonché scrittore di storie per l’infanzia, neo-editore e saggista con fantasia), lo propongo qui nella sua duplice veste alternando una canzone a una poesia, e così sia.

Aiutami a scrivere questi versi
che siano del tutto veritieri.

Sul marmo levigato da un profeta
incise la sua storia dal principio.

Troppa aria risparmiano i polmoni
due braccia incastrate tra i cuscini.

Troppi nemici comporta la vita
la fede nella ragione e nella musica
atti dell’amore che più non ritorna.

Per questo volle amare come fanno tutti
dare il nome in uso ad infinite copie di chiavi.

Perciò abbandonò le frasi fatte
i richiami virgiliani e il paese delle meraviglie.

L’alternarsi di giorno e notte uscì di metafora.
Una vita noiosa lo accolse in un solletico
e ridendo amava ritenersi libero e carino.

Solo l’orizzonte lo turbava ancora
quei limiti infiniti ed impassibili
l’orizzonte che prolunga la distanza.

Imporrà agli uccelli di fregarsene
e godere di questa commedia brillante.

A parole si immolerà per gli abbietti
sangue per la disuguaglianza sociale.

Conobbe collezionisti di automobili
autostoppisti con zaini puzzolenti
filantropi glaciali e paternalisti.

Scrisse versi contro una città perbene
ma gli umili quanto a pensieri
anche loro hanno dentro le bugie.

L’ossessionava la verità che lo seguiva ovunque
con la sua silhouette trasparente e porca.

Ma a fin di bene si cede a tutto.

Si cede all’indottrinamento
perché alla fine è giusto così
e la verità la possiamo immaginare.

Il suo è un nome qualunque
spezzato in cento e passa diminutivi.

Erano quattro considerazioni
eco sciupate di castelli in aria
Marco-cuore-raro e le amare rime.

Senza pensare che ha perso il lavoro
cinnamon girl canticchia aggiornatissimo
perché il Principe non l’ha mai tradito.

Ma come avrebbe fatto lui a gestirsele
alla ricerca di una guida anch’io
fossi gatto fossi in una storiella.

Rifarsi una vita dietro il cespuglio
strusciami fra i tuoi seni belli e penduli.

C’erano stazioni obbligatorie
sentieri di recente asfaltati
per ritirarsi in una tana di fiabe.

Mondi alternativi e perfetti
dove le parole sono troppo importanti.

Un padre mai avuto

Sono dei poveri diavoli anche loro
alla fine lavoratori
e poi un po’ a puttane un po’ a bere
gli inglesi
mentre allo scalo a Singapore
ancora gli occhi chiusi teneva.

Figlio mio, vedi com’è bella la vita
non sai mai quello che ti capita
come cadere, uccidersi.
E gli occhi io me li sono ammalati.
Ma
puoi scegliere
di proteggerti

avere cura di te, non innamorarti delle persone sbagliate.
Scoprire che la colpa
del tuo male è invisibile a tutti ed è solo tua.
Impara a non rispettarti, a saperti nemico
allora sì che allora tu te la cavi.

Omaggio a Pagliarani

La macchina fotografica la voleva regalare proprio a lei,
la giovane sua nuova segretaria, che poi avrebbe capito,
che qualcosa in cambio era giusto darlo, e lui, il capo, proprio se l’aspettava.
L’impiego era bello,
l’ufficio in una via così vecchia e accogliente,
vicino a certi palazzi vecchi con dentro il giardino,
che belle le ville dei signori e il capo quel furbo,
mandava sempre Franco a fare le commissioni
e cominciava a parlare di quanti soldi aveva,
di come gli affari stavano andando bene,
di come era contento di avere in ufficio due aiutanti bravi e giovani,
e belli come lei, e anche come Franco, che era un bravo giovane.
Tutto lei con quel viso avrebbe poi ottenuto
e un vuoto per tutta la vita
e giochi senza regole, apatia.
E noi
col sonnifero e tanti rimandi letterari
cose vere non nostre.

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Giovanni Papini – Chiudiamo le scuole!

Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.
Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi – in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore.
Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia, migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non m’intenerisco sopra questi uomini ma soffro se penso troppo alla loro vita – e alla qualità e al diritto de’ loro giudici e carcerieri. Ma per costoro c’è almeno la ragione della difesa contro la possibilità di ritorni offensivi verso qualcun di noialtri.
Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potete chiamarli – con morali e codici in mano – delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?
Non venite fuori colla grossa artiglieria della retorica progressista: le ragioni della civiltà, l’educazione dello spirito, l’avanzamento del sapere… Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano.
Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali.
Soltanto per caso e per semplice coincidenza – raccoglie tanta di quella gente! – la scuola può essere il laboratorio di nuove verità.
Essa non è, per sua natura, una creazione, un’opera spirituale ma un semplice organismo e strumento pratico. Non inventa le conoscenze ma si vanta di trasmetterle. E non adempie bene neppure a quest’ultimo ufficio – perché le trasmette male o trasmettendole impedisce il più delle volte, disseccando e storcendo i cervelli ricevitori, il formarsi di altre conoscenze nuove e migliori.
Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istruiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi.
Quali?
Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della “posizione” e della “carriera”.
Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta “nobile” e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete poi a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani.
Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui stesso, avendo bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli sulla fede di certificati da lui concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose.
Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e pareggiate case di pena.
Nessuno – fuorché a discorsi – pensa al miglioramento della nazione, allo sviluppo del pensiero e tanto meno a quello cui si dovrebbe pensar di più: al bene dei figliuoli.
Le scuole ci sono, fanno comodo, menano a qualche guadagno: ficchiamoci maschi e femmine e non ci pensiamo più.
L’uomo, nelle tre mezze dozzine d’anni decisive nella sua vita (dai sei ai dodici, dai dodici ai diciotto, dai diciotto ai ventiquattro), ha bisogno, per vivere, di libertà.
Libertà per rafforzare il corpo e conservarsi la salute, libertà all’aria aperta: nelle scuole si rovina gli occhi, i polmoni, i nervi (quanti miopi, anemici e nevrastenici possono maledire giustamente le scuole e chi l’ha inventate!)
Libertà per svolgere la sua personalità nella vita aperta dalle diecimila possibilità, invece che in quella artificiale e ristretta delle classi e dei collegi.
Libertà per imparare veramente qualcosa perché non s’impara nulla di importante dalle lezioni ma soltanto dai grandi libri e dal contatto personale colla realtà. Nella quale ognuno s’inserisce a modo suo e sceglie quel che gli è più adatto invece di sottostare a quella manipolazione disseccatrice e uniforme ch’è l’insegnamento.
Nelle scuole, invece, abbiamo la reclusione quotidiana in stanze polverose piene di fiati – l’immobilità fisica più antinaturale – l’immobilità dello spirito obbligato a ripetere invece che a cercare – lo sforzo disastroso per imparare con metodi imbecilli moltissime cose inutili – e l’annegamento sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi. Fino a sei anni l’uomo è prigioniero di genitori, bambinaie e istitutrici; dai sei ai ventiquattro è sottoposto a genitori e professori; dai ventiquattro è schiavo dell’ufficio, del caposezione, del pubblico e della moglie; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte.
Lasciateci almeno la fanciullezza e la gioventù per godere un po’ d’igienica anarchia!
L’unica scusa (non mai bastante) di tale lunghissimo incarceramento scolastico sarebbe la sua riconosciuta utilità per i futuri uomini. Ma su questo punto c’è abbastanza concordia fra gli spiriti più illuminati. La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.
Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé.
Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene – e non tutti ci arrivano.
Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati.
Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico.
Insegna (pretende d’insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura nelle accademie; il gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la musica nei conservatori.
Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc.
Non si può insegnare a più d’uno. Non s’impara qualcosa dagli altri che nelle conversazioni a due, dove colui che insegna si adatta alla natura dell’altro, rispiega, esemplifica, domanda, discute e non detta il suo verbo dall’alto.
Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati “cattivi” scolari. (I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari a raggiungere una certa fama sono stati spesso i “primi” della classe).
La scuola non insegna precisamente quello di cui si ha più bisogno: appena passati gli esami e ottenuti i diplomi bisogna rivomitare tutto quel che s’è ingozzato in quei forzati banchetti e ricominciare da capo.
Vorrei che i nostri dottori della legge, per i quali la scuola è il tempio delle nuove generazioni e i manuali approvati sono i sacri testamenti della religion pedantesca, leggessero almeno una volta il saggio di Hazlitt sull’Ignoranza delle persone istruite, che comincia così: “La razza di gente che ha meno idee è formata da quelli che non son altro che autori o lettori. È meglio non saper né leggere né scrivere che saper leggere e scrivere, e non essere capaci d’altro”.
E più giù: “Chiunque è passato per tutti i gradi regolari d’una educazione classica e non è diventato stupido, può vantarsi d’averla scappata bella”.
Credo che pochissimi potrebbero – se sapessero giudicarsi da sé – vantarsi di una tal resistenza. E basta guardarsi un momento attorno e vedere quale sia la media intelligenza de’ nostri impiegati, dirigenti, professionisti e governanti per convincersi che Hazlitt ha centomila ragioni. Se c’è ancora un po’ d’intelligenza nel mondo bisogna cercarla fra gli autodidatti o fra gli analfabeti.
La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non è dir poco.
Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!
Si parla dell’educazione morale delle scuole. Gli unici risultati della convivenza tra maestri e scolari è questa: servilità apparente e ipocrisia dei secondi verso i primi e corruzione reciproca tra compagni e compagni.
L’unico testo di sincerità nelle scuole è la parete delle latrine.
Bisogna chiuder le scuole – tutte le scuole. Dalla prima all’ultima. Asili e giardini d’infanzia; collegi e convitti; scuole primarie e secondarie; ginnasi e licei; scuole tecniche e istituti tecnici; università e accademie; scuole di commercio e scuole di guerra; istituti superiori e scuole d’applicazione; politecnici e magisteri. Dappertutto dove un uomo pretende d’insegnare ad altri uomini bisogna chiuder bottega. Non bisogna dar retta ai genitori in imbarazzo né ai professori disoccupati né ai librai in fallimento. Tutto s’accomoderà e si quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di saper meglio e in meno tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche delle semiprigioni governative.
Ci saranno più uomini intelligenti e più uomini geniali; la vita e la scienza andranno innanzi anche meglio; ognuno se la caverà da sé e la civiltà non rallenterà neppure un secondo. Ci sarà più libertà, più salute e più gioia.
L’anima umana innanzi tutto. È la cosa più preziosa che ognuno di noi possegga. La vogliamo salvare almeno quando sta mettendo le ali. Daremo pensioni vitalizie a tutti i maestri, istitutori, prefetti, presidi, professori, liberi docenti e bidelli purché lascino andare i giovani fuor dalle loro fabbriche privilegiate di cretini di stato. Ne abbiamo abbastanza dopo tanti secoli.
Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e per la morte.

1 giugno 1914

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Bobo Rondelli – Compagni di sangue

Dietro Bobo mi nascondo, ma mi porto dentro Berto, zio di mio padre, fratello di mio nonno, del quale porto il nome che io, secondogenito, ho avuto per tradizione. Emiliano contadino, scapolo mezzo scemo del villaggio, uomo mite e buono, sgonfiatore di damigiane, sempre in mezzo a risse e puttane, ma una era la sua morosa preferita, la Caterina, una donna tonda e ubriacona che lui dal paese, gonfio di vino, caricava sulle spalle per portarla nella stalla, e quando nel tragitto lei gli diceva “Berto ho da pisciare!” lui neanche si fermava e così le rispondeva “Piscia pure, basta che non caghi”. E così con questa precisazione lei gli lasciava sulla giacca il suo odore e il suo calore come un vino, che dal consumatore ritorna al produttore, come una gatta a segnare il suo territorio animale.
Mio nonno Giuseppe, suo fratello, era tornato dall’America, dove era andato a far fortuna dieci anni giù in miniera (per morire un anno dopo il suo ritorno, di silicosi come premio) per comprare un po’ di terra ed un mulino e non aver bisogno di nessuno, specie della tessera del fascio per dover mangiare, perché il mulino da mangiar ne dava.
L’Emilia nell’Appennino è terra dura, in salita, piena di sassi e forgiava uomini rozzi e grossi, e poi con la guerra fu ancora più dura perché lì passava la cosiddetta Linea gotica. I tedeschi in ritirata come bestie impazzite rastrellavano e ammazzavano famiglie intere, tra cui parte della mia. E così toccò anche a Berto, che col mitra puntato obbligarono a caricar sacchi e roba sui loro mezzi, lui mentre caricava con la rabbia, forse nascondendo la paura, così mugugnava e bestemmiava…: “Dio porc di un Dio boia! Catvengn un cànker in bocca, boia d’un Dio lader…”
Non finì il calvario, prima lo fucilarono.
E così lo voglio ricordare come uno che bestemmiava, perché la vita era troppo ingiusta e dura e che forse quel giorno s’era alzato pure male e non aveva voglia di arrivare a sera.
Quasi indifferente persino agli assassini, così, magari a non voler dar loro soddisfazione, chissà, a volerli ringraziare di liberarlo da una vita di letame e mosche e zappar nel sole, contro un Dio a cui neanche credeva ma che l’aveva messo lì. E se Dio c’è, certo lo perdona, e magari chiede pure scusa. E così dietro Bobo mi nascondo, ma dentro porto Berto.
E quando mi dicono di stare coi più forti e i loro culi dover leccare, e sedermi alle loro cerimonie di vuote parole, io vedo facce che bramano potere, vedo le stesse, quelle che dan l’ordine di sparare.

E allora sento in me una voce che dice “a me ciam Bert! Bert Rundell” e comincio a bestemmiare! “Dio porc di un Dio boia! Catvengn un cànker in bocca, boia d’un Dio lader…!!!”

Compagni di sangue,
che vi porto dentro e non vi ho mai incontrato,
e poco più di niente delle vostre gesta mi è mai arrivato,
in queste civiltà sradicate, dove il ricordo è assente
specie di quelli della nostra casta, che non contano niente.
Nel sangue, nella rabbia, nella gioia o, chissà,
nelle sbronze d’estate, forse mi accompagnate.
Nel libero sfogo di mettermi a urlare
è grazie anche alle vostre fatiche che lo posso fare.
Qui, a gridare da solo contro le ingiustizie che nessuno sta a sentire.
Tanto che importa se è per sé o per gli altri che si può impazzire.
Voi neanche questo potevate;
sempre a dover far buon viso per mangiare
e ingoiar giù rabbia senza parole.
Se poteste vedermi e legger queste minchiate
e pensarmi come il vostro risultato,
il continuo della vostra vita
forse vi rivoltereste nella tomba fino a che la mia non sia finita.
Spero solo una cosa: che possiate andar fieri.
La dignità dei vostri sguardi io non l’ho mai tradita
e di nessun’altra persona l’ho mai calpestata.
Se non per eccesso d’ira… e poi ho chiesto scusa.

***

SEGA COSMICA O SPAZIALE (SU UN CALCOLO MATEMATICO)
tratto dall’antologia 2001 seghe nello spazio

Se moltiplicassi la misura del mio pipi
per le seghe che sono fatto
a quest’ora tromberei un cratere della luna
e venendo
spegnerei una stella…sciuff…

***

SULLA TOMBA

Qui giace Bobo Rondelli
nato il 18.3.63
morto dopo di te (tiè!)
illustre pensatore paranoico livornese.
Così la città lo ricorda:
mai lavorato, donne, cene, amanti,
depurava l’aria dall’odio
e d’amor contagiava a chi lui d’innanzi,
il genio delle teste a minchia,
Conte Rondelli degli Stanchi.

***

COSÌ PARLÒ BOBAGI

Tanti cosiddetti pazzi
hanno spesso nelle orecchie
il suono della voce di Dio
altri uomini mediocri e normali
hanno la mia rabbia quando sto male
e la mia pena quando sto bene.
Mentre li osservo giudicare il mondo
sempre attenti a non esporsi
mai più di tanto.

***

Ora ho scarsa ripresa
dai postumi di sbronza
e tiro cazzotti al tempo
che scansa e vola via
e non gioco più al dolore,
ma ne faccio una coperta
che sia come corazza
per la troppa tenerezza.

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Eloy Santos – Non so chi dice ciò che dico

nessuno è il mio nome, nessuno,
e questi quaderni ripetuti narrano di spiagge
del tempo in cui tardai a parlare la lingua
fertile della desolazione.

io sono la voce che vi cerca dietro i versi,
ma nessuno è il suo autore e niente vuole
se non attraversare la pietra oscura
che gli nega la sua barca.

nessuno si nasconde dietro il nome schivo.
nessuno aspetta risposte.
nessuno vi parla.

***

il libro che ci salvi non si trova
in una biblioteca frequentata,
nessuna mano si annida tra le sue righe,
solo il caso piove sui suoi sentieri:
riposa su scaffali d’orizzonte
spazzati dai maestrali del futuro.
non sostengono le sue lettere pergamene,
terracotta, carta né un mare di sabbia.
chi lo scrive ignora
quali parole portarono i falchi
che tracciò senza pensare, senza deciderlo.
in questa enciclopedia vale allo stesso modo
l’opera del calligrafo e quella dell’illetterato.

il libro che ci salvi
non è ancora scritto:
ogni giorno che passa modifica il proemio
e forse mai sapremo finirlo.
arriverà un minuto eterno e muto,
un minuto finale senza nessuna frase
che ci redima per non aver vissuto.

il libro che ci salvi continua nascosto
nell’abisso australe dei nostri sogni:
lì siamo libellula, arcobaleno,
giaguaro in altre giungle, alto spazio
del sole e dell’aquila. alfabeto siamo
inaccessibile, sintomi del nome
che ci ascolta in noi, simile
al cuore nel suo illuminare silenzioso,
sete sottile dove l’anima fa la sua ombra.

il libro che ci salvi se ne va,
e ci intristisce per la sua vita fragile,
perché si cancella tra le nostre mani
sull’orlo di quel nessuno che ormai siamo
cercando luce, misurando parole,
ad immaginare un libro che ci salvi.

***

torno dal sogno, cado come una pietra
nuda sul fango della mia carne.
il sudore mi sveglia in una vita
che non è di nessuno, arriva senza destino,
fino a che denti, fibre e ricordi
emergono dal nulla e danno la forma
a un dolore svegliato con la luce
e a queste mani, che si perdono sole
in labirinti di calligrafia.
ciò che viene dal mare sconosciuto
è la mia voce, dico per dire, la mia vita.
dico anche che sono vivo e che è falso
ciò che sospettano crudeli gli specchi.
per dire, dico anche che è la poesia
la ritmica vigilia delle mani cieche
e che l’alba preferisce chi tace,
ma non so chi dice ciò che dico.

(Netturnaria, Edizioni Via del Vento – Pistoia, 2002, a cura di Alessandro Ghignoli)

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Stefano Dal Bianco – Tutto il pensiero è segreto e sognato

Ma se nessuna cosa esiste prima
di ricevere un nome,
se senza il nome non c’è esistenza,
se una chiamata lo precede e lo crea,
che cosa sarà stato io
prima-di-essere-stato-chiamato?

Una poltiglia, un surgelato,
il vuoto, il niente, l’assoluto…

Oppure solo… solo niente, in tutta
gravità,
senza la dimensione dell’attesa…

Ma ora che sento che sono
stato chiamato e so che sono
(in qualche infinitesima parte sono),
sono un abbozzo di centro
nel regno della prima aggregazione
con memoria intermittente
di tutta la disgregatezza vera
di ciò che per brevità, di ciò che per errore,
di ciò che per dissennatezza vera
e abitudine mortale
avevamo incominciato a chiamare
avevamo chiamato io.

***

Ho posato una ciotola di sassi
tra me e voi, sul pavimento.
L’ho fatto perché vorrei parlarne
ma non mi fido delle mie parole.
Mi piacerebbe che riuscissimo a parlare
esattamente della stessa cosa
senza che nessuno debba far finta di aver capito
e senza che nessuno si senta incompreso:
io, nella fattispecie.

Vorrei parlare di questi sassi, ma non della loro forma o del loro colore, e nemmeno della loro sostanza o del loro peso.
Vorrei parlare di questi sassi, ma prima vorrei essere sicuro di non essere frainteso.
Per esempio, nemmeno del mio gesto mi posso fidare: forse è sembrato un gesto teatrale, magari fatto male, senza stile, ma pur sempre con dentro qualcosa di simbolico. Invece io non voglio questo. Io vorrei che tutta l’attenzione si concentrasse proprio sui sassi che stanno lì

e al tempo stesso che questa fosse più simile a una poesia che a un monologo.
E un’altra cosa non vorrei: che questa dei sassi fosse considerata una ‘trovata’; perché sarebbe vero solo in parte: io sono veramente preoccupato che noi veramente non parliamo la stessa lingua, ed è così che ho scritto una poesia dimostrativa. Ma io sono preoccupato soprattutto in questo momento, ed è un momento, un attimo, in cui non voglio dimostrare niente, voglio solo andarmene contento, nella sicurezza di aver parlato con qualcuno, e che qualcosa sia successo. Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando. Di solito scrivo delle cose che mi sono abituato a chiamare poesie, ma se questa cosa di questo momento non dovesse funzionare, non dovesse essere compresa, tutto ciò che ho scritto e che scriverò non avrebbe scopo.

Allora, vorrei che ci si concentrasse su quei sassi. Non perché siano importanti di per sé, e non perché siano un simbolo di qualcosa, ma proprio perché sono una cosa come un’altra: sassi.

Hanno però delle qualità: sono visibili e toccabili, sono tanti e sono separati.
Noi dobbiamo stare con i sassi.
Sono una cosa del mondo.
E dobbiamo cercare di capirli.
È per questo che ho scritto una poesia che ha bisogno di un gesto e di un pensiero.

Adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi.

[Stefano Dal Bianco, poesie tratte da Prove di libertà, Mondadori 2014 e Ritorno a Planaval, Mondadori 2001]

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