Claudio Paletto – Pendant Brumaire (un concerto degli Algiers)

Mescolate Nick Cave a Nina Simone, il gospel al post-punk poi aggiungete frasi campionate di Malcom X, una voce nera che più nera non si può, suoni distorti, testi radicali, mixerate il tutto ed otterrete un ufo di nome Algiers, la colonna sonora delle rivolte di Fergusson.
Se li avete già sentiti sapete quello che dico, se ancora non li conoscete buttate un occhio al loro video/manifesto e soprattutto andate sul loro sito, pieno di tante altre (?) cose, e capirete perché mi è presa voglia di vederli, dal vivo, in concerto.


Per me ha sempre funzionato così: gruppi, musicisti, cantautori mi piacciono per la musica che fanno, ovvio, ma anche, a volte soprattutto, per come la fanno, per attitudini, contenuti e modi di comunicare che riconosco immediatamente vicini.
E’ una pratica questa, metà di pancia e metà di testa, dalle parti del cuore probabilmente, che, riconosco, in cinquant’anni, mi ha dato qualche cocente delusione, ma, in definitiva, ha contribuito a salvarmi la vita .
Ciò detto, visto che il personale giro del mondo in ottanta date di Franklin James Fisher e compagni non prevede tappe in Italia, mi ritrovo, con l’amata complice Maddalena, detta Madda, a decidere, conti alla mano, dove andare a strappare questi tre punti in trasferta: Londra, Berlino, Monaco, Amburgo, Bruxelles, Glasgow, Manchester, Brighton, Parigi, Reims, Lione…, concerto gratuito a Lione, … Lione.

Alt(r)e velocità:
n°2 biglietti TGV Torino-Lione, andata 16 nov / ritorno 18 nov, totale 180 euro, durata viaggio 3h e 45m
n°2 bigliettiFlixbus Torino-Lione, andata 16 nov / ritorno 18 nov,
totale 36 euro, durata viaggio 4h e 25m (compresa sosta autogrill di 30m)
Domanda: voi cosa scegliereste ? ……. Anche noi.

Non c’è ragione al mondo per devastare una valle e le finanze pubbliche con una “grande opera” che tra 30 anni per la stessa tratta e non si sa a quale prezzo ci farebbe guadagnare un’ora di tempo. E poi che ci andrebbe a fare tutta sta gente a Lione? Mica ci suonano sempre gli Algiers! A sarà dura.

Venerdì sera. Ultima puntata di “How to get aways with murder”, bella. Scolleghiamo il computer dalla tv proprio mentre irrompono le prime “dirette” da Parigi. Cinque minuti cinque per capire che la faccenda è davvero pesa poi ci attacchiamo ai cellulari, abbiamo amiche e amici da quelle parti, proprio in quel quartiere. Li sentiamo, stanno bene, ad alcuni, paradossalmente, diamo noi notizia di cosa sta succedendo. Per Madda è una sorta di dejà vù, lei che l’11 settembre del 2001 l’ha passato a piangere al telefono in attesa che il fidanzato newyorkese dall’altra parte dell’oceano le rispondesse. Mi addormento tardi, con due certezze neanche tanto originali : la prima è che se questo massacro fosse successo in un’altra parte di mondo la notizia non avrebbe nemmeno avuto i titoli di testa nei tg del giorno dopo e la seconda che non è proprio il momento migliore per andare ad un concerto in Francia.

Sabato mattina. Mercato rionale di S.Giulia, nel cuore di Vanchiglia. Un anziano piemontese si ferma davanti a un banco vicino a quello dove compro le verdure e si rivolge così al giovane marocchino che lo gestisce: <Visto cosa hanno combinato i tuoi amici a Parigi?> e si allontana. In contemporanea succedono tre cose:
uno – il ragazzo, impietrito, riesce solo a rispondere: <Non sono miei amici>
due – un cliente che ha assistito alla scena insegue il vecchio, gli urla di vergognarsi, lo copre di insulti.
tre – Madda si gira a guardarmi, mi conosce e già teme mi metta nei guai
Intanto Giuseppe, l’ambulante calabrese da cui mi servo da sempre, scuote la testa e mi indica un immigrato ancora più giovane e ancora più triste: <Lui l’ho preso ad aiutarmi al sabato anche se non ne ho così bisogno…sai è arrivato su quel barcone, quello con tutti quei morti>

Domenica. 48 ore di “speciali tv” hanno lasciato il segno. Sento al telefono mia madre, 87 anni appena compiuti. E’ più preoccupata di quando, nel ’79, andai a Bologna per il tanto atteso/temutoconcerto di Patti Smith, che peraltro in quell’occasione deluse la platea più combattiva perdendosi in lunghe chiacchiere su Papa Luciani. “Preferirei che non andassi” azzarda, e qui mi tocca, per l’ennesima volta, ricordarle che è da quando ho dieci anni che lei preferirebbe, sempre, che non andassi da qualunque parte, a far qualunque cosa.
I media cominciano a diffondere altre liste oltre a quelle dei morti: tour annullato per gli Eagles of Death Metal, (e ci mancherebbe) U2, Foo Fighters, Coldplay, Prince, tour annullati o sospesi (lutto, ragioni di sicurezza, “dopo quello che successo non ha più senso continuare”, “non sono più felice”) Madonna, tour confermato (“fermarsi vuol dire fare esattamente quello che vogliono”) Hermès, festa d’inaugurazione della nuova boutique del lusso a Torino, confermata (“con questo momento di gioia nella tragedia non ci arrendiamo al terrorismo”) Bob Dylan: prossime date confermate (con richiesta di sicurezza armata in sala) Papa Francesco, prossimo Giubileo: confermato (“si farà”)
Contattiamo direttamente gli Algiers: < voi che fate? >
La risposta arriva immediata e ruba le parole a B.Brecht :
<“nei momenti tristi, canteremo ancora”… vi aspettiamo! >
Ninkasi, Gerland. Si chiama così, Ninkasi come ninkasi e Gerland come la zona nella periferia sud di Lione in cui si trova, il locale, un fabbricato industriale già sede di una ditta di trasporti, dove si tiene il concerto. Emergiamo dalla penultima fermata di un metrò prima del capolinea, due passi sotto il giallo di lampioni che tagliano le sera e siamo dentro. Entrando mi sorprendo a valutare inconsciamente possibili vie di fuga. Già, ma fuga da chi, da cosa ? Meglio concentrarsi sulla birra, sul piccolo palco a ridosso del pubblico, a tiro di sudore proprio come piace a me, sui componenti della band che arrivano alla spicciolata con le chitarre a spalla, aiutano i tecnici a montare, si mischiano al pubblico per ascoltare ed applaudire il gruppo di spalla. Poi tocca a loro. Com’è stato il concerto ? Valeva la pena e non dico di più, d’altronde mica faccio il critico musicale. Io, al massimo, faccio sopralluoghi per storie che prima o poi racconterò. Corriamo sotto la pioggia verso l’ultimo metro, “nei momenti tristi canteremo ancora”.

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Linton Kwesi Johnson – Giù profondamente dove la collera cresce

Gli assassini di Kigali
devono essere operatori sanitari
i macellai di Butare
devono essere operatori sanitari
i selvaggi di Chatila
devono essere operatori sanitari
le bestie in Bosnia
devono essere operatori sanitari

Pra-pram-pram

Giù dentro il nuovo ordine mondiale
come una vecchia garza sporca
sulla faccia festosa dell’umanità
il vecchi ordine svela e rivela
la vecchia cicatrice che si riapre e dà nuovo male
la ferita primitiva stavolta non guarirà
e nell’antico scorrer di sangue
i tiranni tribali intingono il rancore

Gli assassini di Kigali
devono essere operatori sanitari
i macellai di Butare
devono essere operatori sanitari
i selvaggi di Chatila
devono essere operatori sanitari
le bestie in Bosnia
devono essere operatori sanitari

Pra-pram-pram

Giù nel nuovo ordine mondiale
ed è lo stesso vecchio Caino, un’abile sindrome
ancora più antica della caduta di Roma
ma nel nuovo ordine mondiale un’atrocità
è il linguaggio nuovo di zecca della barbarie
normalizzare
i massacri
razionalizzare
i pogrom
sanitizzare
il genocidio
e l’antico peccato tribale
ora lo chiamano pulizia etnica
già

Gli assassini di Kigali
devono essere operatori sanitari
i macellai di Butare
devono essere operatori sanitari
i selvaggi di Chatila
devono essere operatori sanitari
le bestie in Bosnia
devono essere operatori sanitari

Pra-pram-pram
Giù nel nuovo ordine mondiale

[http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=891]


Profonda nella profondità dell’angoscia
E dove la ricerca deve tuffarsi, ardere. già dove…
Il suono è l’eco del ventre della terra
Giù profondamente dove la collera cresce
Violentemente
La voce dev’essere ardente, come il lampo
Illuminando il cielo come la luna
Scorrendo negli angoli scuri
Mostrando il nemico e le sue mosse volgari
Forte come il tuono, calda
Il cammino non può essere che di sangue
La canzone del fango rappreso nel sangue
Morente
Si aggrappa alla vita
Pur morendo, vivendo il dolore
La fine non può essere che dolce
Definitiva

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“FRANTI. Perché era lì – antistorie da una band non classificata” a Inchiostri Ribelli, 1-5 giugno, Firenze

Nella cinque giorni di arti, ribelli e tatuaggi a Firenze di INCHIOSTRI RIBELLI, uno dei pochi momenti di vera controcultura nella Firenze che ha scambiato la cultura per i grandi eventi, ci sarà spazio anche per il libro “FRANTI. Perché era lì – antistorie da una band non classificata” che ho curato e scritto con Cani Bastardi, nell’ultima giornata del 5 giugno alle ore 15, quando parleremo leggeremo proietteremo il libro/dvd.
Tutte le giornate saranno caratterizzate da performance artistiche, musicali, presentazioni, letture, interventi ed esposizioni. Saranno presenti, per tutta la durata del festival, banchini di autoproduzioni artistiche sia in mostra che in vendita. Ciò che non mancherà sicuramente saranno il CIBO e il BERE, che saranno il principale motore di auto-finanziamento del Festival, visto che tutte le giornate saranno ad INGRESSO GRATUITO ad eccezione della serata di apertura.
Come ogni anno il ricavato del festival sarà benefit, stavolta per gli 86 imputati nel processone-farsa al Movimento Fiorentino: perché anni fa è stato iniziato un disegno, e noi non siamo persone che lasciano le cose a mezzo.”
A seguire il comunicato degli organizzatori e il programma giornaliero.
Enjoy!


“Negli anni delle grandi opere e delle grandi menzogne, dei muri alzati e dei muri imbiancati, un’idea diversa di vita e socialità non cede, ma anzi preme più forte per emergere, facendosi spazio attraverso Immagini, Suoni, Parole e qualsiasi altro mezzo espressivo.
Da qui, queste pulsioni possono prendere vita e trasformarsi in Movimento e motore di cambiamento radicale.
Inchiostri Ribelli nel corso degli anni ha intrecciato quelle culture di strada, di piazza e di periferia che con le loro riflessioni e i loro inchiostri danno colore alla nostra quotidianità, fatta di condivisione, autogestione e solidarietà. Una socialità diversa, che collide con la paura del nuovo e del diverso fomentata per innalzare barriere e anestetizzare menti, per dividere le persone e i loro problemi, i loro bisogni, i loro sogni.
Un’idea altra di vita e collettività non cede, impermeabile alla retorica del degrado e del decoro, ‘dispositivi’ creati ad hoc per giustificare la trasformazione delle città in esclusivi parchi giochi per turisti facoltosi.
Il nostro immaginario è ricco e vogliamo dargli corpo e voce, perché alimenti pensieri critici e visioni del mondo differenti, e aiuti chi in questi anni si è assunto la responsabilità e l’impegno di cercare di realizzarli.”

— MERCOLEDI’ 1 GIUGNO —

//// SERATA DI APERTURA @ CSA NEXT EMERSON \\\\

–> h.20 Cena
–> h.21 Presentazione del libro “Lui e L’orso” con l’autore Salvatore Cellerami
–> h.22 Presentazione del libro “Comix Riot” con l’autrice Gaia Cocchi (http://insideart.eu/2014/04/20/la-politica-del-graphic-novel/)
–> h.23 SERATA HIP HOP con:
– Funkbräu (Torino) (https://funkbrau.bandcamp.com/)
– Overkill Army (Savona)
– Effementi Poison Squad (Genova)
– Ninjaz Numa Crew (Firenze)
– Closing Dj set by NUMA CREW (Firenze)

Chiusura h.2:30

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— GIOVEDI’ 2 GIUGNO —

//// GIORNATA IN PIAZZA TASSO / Occupazione ViadelLeone \\\\

–> dalle h.12: Pranzo in piazza e birrette pomeridiane
–> Live Painting su supporti… “particolari”
–> Torneo di Basket 3vs3
–> Torneo di Calcetto
–> Dj set: Disco Rebel Foundation

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— VENERDI’ 3 GIUGNO —

//// GIORNATA @ LaPolveriera SpazioComune \\\\

–> dalle h.15 e per tutta la giornata:
– JAM SESSION a 360°: musica / reading / open mic (porta il tuo strumento, o un testo da leggere, o quello che ti senti) con Segugi Infernali del Purgatorio, Lamiere, GrippoMisto – Acoustic Paranza
– Live painting
– Banchini di riviste e pubblicazioni indipendenti
–> h.15 Machine Funk, Jam-Laboratorio di musica elettronica
–> h.16 Presentazione del libro “diSegni Ribelli” con l’autrice Milena Prestia
–> h.17 Chiacchierata su “La forza del segno”, un approfondimento sulle nuove forme di street art, a cura dell’Archivio 68 (http://www.centroelsamorante.it/archivio68/)
–> h.19 Aperitivo/cena
–> h.20 Spettacolo di Othavio, “Reading dal latobesodelafazenda” (http://www.rockit.it/fazenzalatobeso/biografia)
–> Musica per tutta la serata!

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— SABATO 4 GIUGNO —

//// TATTOO & COMIX in Occupazione via Toselli 2 \\\\

–> dalle h.14 TATOO CONVENTION & COMIX EXPO!
–> LIve sketching
–> h.15 Concerto cosplay di Nana
–> h.16 Presentazione del fumetto “La piattaforma 21” con l’autore Mattia Pagliarulo
–> h.17 Jam Hip Hop pomeridiana a cura di MO FIRE Movement con Local Artists
– Limitro(FI)
– Coen (presenta “Wild Love”) & Sputo from Urban Moove Click
– DowB x It’s the A from Mo’Fire
+ Open Mic (se volete fare un pezzo scriveteci/venite!)
–> h.19 Asta delle opere realizzate nel corso delle giornate
–> h.20 Aperitivo/cena
–> h.21 Ancora Hip Hop con Mo’fire Movement
–> h.23: Breakbeat, Dubstep, Drum’n’Bass con INNERCITY JUNGLE

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— DOMENICA 5 GIUGNO —

//// GIORNATA FINALE in VIA TOSELLI 2 \\\\

–> dalle h.14 TATTOO CONVENTION & COMIX EXPO!
–> h.15 Presentazione del libro “Franti. Perché era lì – antistorie da una band non classificata” con gli autori del collettivo Cani Bastardi (http://www.distorsioni.net/canali/libri/franti-perche-era-li-antistorie-da-una-band-non-classificata)
–> h.16 Giornata punk/hc/metal all’interno di inchiostri ribelli
– Loia blackpunk
– Carlos Dunga Thrash Soccer Punx
– Il Sentore del Malignio Emilio il meglio punk
– Speed Kills Heavy Metal
– Dragnet -Grind- Grindcore
– Bombardo Thrash Metal
– Chora Post hc
– Zarr post hc (Bologna)

–> h.17.30 Presentazione del libro “Il potere sovversivo della carta” con l’autrice Sara Pavan
–> Asta Finale
–> Chiusura del Festival!
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*TUTTI I GIORNI: mostre, autoproduzioni, arte random, bella gente.*

Esposizioni del Movimento per l’Emancipazione della Poesia
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Musica bella

Ciao, sono la rubrica del blog che si occupa di musica bella cinque dischi alla volta, che per questo si chiama musica bella e nessun altro titolo pretenzioso. Tutto il resto è catechismo musicale, che talvolta troverete ad introdurre le canzoni perché c’è un prete in ognuno di noi. Buon ascolto!

Gli anni dieci sono, ad oggi, il decennio della rinascita della psichedelia e del krautrock. Mano a mano che il mondo si fa sempre più insopportabile, il bisogno di musica con cui estraniarsi dalla realtà aumenta. Tra i migliori del sottogenere, c’è questo disco-gioiello dei Pinkunoizu, uno dei miei dischi preferiti del 2013 di cui The Quietus dice: “exists somewhere between La Dusseldorf and Harmonia before leaving the ground, escaping the Earth’s gravity and sailing off into far more cosmic, Hawkwind meets Tangerine Dream-like territories”. Cazzo se c’hanno preso.


“Sette Piccole Cose” è al contempo uno dei miei dischi italiani preferiti e probabilmente anche un disco di cui non avete mai sentito parlare. Mi dispiace molto che lo conoscano in pochi perché è magico, e mi è stato passato come un segreto tra iniziati in questo paese ingiusto verso i grandi. Dentro ci sono Luciano Cilio, Nick Drake, Terje Rypdal, Penguin Cafe Orchestra…e altri universi assenti che ci guidino lungo la notte. Valerio Daniele intanto continua incurante a comporre musica bellissima, si prenda ad esempio il singolo tratto dal suo nuovo disco “Sine Corde”.


“Love & Mercy”, il film dell’anno scorso sulla vita di Brian Wilson è uno dei migliori biopic a tema musicale in giro. E oltre che un film su Brian Wilson e i Beach Boys, è un film sulla nascita di “Pet Sounds” e la distruzione di “Smile”, sulle dinamiche dentro e intorno a una band, sul legame tra arte e follia, su come uno psicologo possa letteralmente rovinarti la vita e una donna possa poi salvartela e tante altre cose insieme, tutte trattate in modo egregio. E sulla colonna sonora non penso ci sia bisogno di dire niente.


Matthew Mondanile lascia i Real Estate. Quella chitarra luminosa e malinconica al contempo resta un ricordo musicale raro degli anni ’10 e questo pezzo un paradiso a portata di disco di una delle band contemporanee preferite del sottoscritto.


Mort Garson è uno dei pionieri della musica elettronica per Moog. Ma io lo amo sopratutto per essere quel genio folle e visionario che componeva – “warm earth music for plants and the people who love them” – musica per aiutare la crescita delle piante e raccontarne la vita interiore, che al netto di improbabili fantasticherie è musica bella e piena di suoni interessanti.

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Miro Sassolini e “L’Attesa del Canto” – Un brano inedito con Gianni Maroccolo, Paolo Tarsi e Monica Matticoli per lanciare il nuovo disco

mirosassolini1

“Allontanarsi, sentirsi vivo”
Miro Sassolini, Pack

Tre album coi Diaframma per entrare nella storia della new wave italiana. Poi altrettanti passi indietro per “destrutturarsi e reinventarsi” con coraggio. Ernesto De Pascale lo definì  “semplicemente un creativo”. Oggi Miro Sassolini è un artista completo e un uomo che sa raccontarsi con semplicità e sincerità. Fondatore con Monica Matticoli e Cristiano Santini del Progetto S.M.S., è autore di un’opera di frontiera come Da qui a domani, 2012, che suggella trent’anni di ricerca, di incontri e di sperimentazioni. Questo, oltre il riassunto sintentico della carriera musicale di Miro Sassolini, era l’incipit della mia intervista-reportage a Miro Sassolini di quattro anni fa a uno dei miei personali miti della New Wave, che da questa intervista in poi è diventato anche un amico con cui ho avuto la fortuna di collaborare in qualche occasione, in particolare un’intervista aperta al pubblico nel suo speciale concerto Miro Sassolini 50/30 – Dalla New Wave a Domani e la partecipazione di Miro a un volume che stavo mettendo insieme dal titolo FRANTI. Perché era lì – antistorie da una band non classificata, , intorno a quella che per chi scrive è una delle più grandi band italiane, con gli scritti dei Cani Bastardi.
Oggi Miro Sassolini torna con un nuovo disco, che si farà grazie al crowdfunding e l’aiuto dei fan e dei curiosi. Un disco di cui potete leggere tanto qua sotto, con una chicca: un brano inedito, non un estratto del disco, ma un vero e proprio regalo.
Come recita il comunicato stampa, “L’attesa del canto” risale al 2014, quando Miro chiese a Gianni Maroccolo di mettere “due linee di basso” su un brano costituito da una melodia intrecciata a un tappeto di voci che ne formavano l’ossatura musicale: l’idea era quella di utilizzare lo strumento-voce per “cercare” intorno all’origine del suono della parola mediante stratificazioni vocali, aggiungendo in un secondo momento gli strumenti musicali. “L’attesa del canto” non è il singolo dell’album “Del mare la distanza” ma un’operazione unica, a sé stante con Miro Sassolini alla voce, Gianni Maroccolo al basso, Paolo Tarsi alle tastiere, i missaggi di Cristiano Santini e un testo di Monica Matticoli.

Buon ascolto e lettura, per chi volesse contribuire alla realizzazione del disco, ecco il link: http://www.musicraiser.com/it/projects/5854-del-mare-la-distanza-nuovo-disco-per-la-voce-della-new-wave-italiana

Miro Sassolini, una delle voci più amate della new wave italiana, melodista e sperimentatore vocale, torna con un nuovo e prestigioso progetto insieme all’eclettico Cristiano Santini, già produttore di Da qui a domani. Al disco collaborerà anche Gianni Maroccolo, straordinario bassista della scena fiorentina degli anni ’80, produttore, musicista innovativo e d’avanguardia. Maroccolo affiancherà Santini nella produzione artistica e nella cura della parte musicale del progetto.
Nell’album, il cui concept è stato ideato dalla poetessa Monica Matticoli e che si chiamerà Del mare la distanza, si parlerà del mare, del dolore, dell’amore. La forma-canzone tradizionale, già destrutturata dalla ricerca vocale di Sassolini e dall’anarchia compositiva di Matticoli nel disco del 2012, sarà esposta alla creatività e all’esperienza di Maroccolo e Santini, già insieme ai tempi del Consorzio Produttori Indipendenti.
L’album sarà prodotto da Cristiano Santini presso il Morphing Studio di Bologna in collaborazione con Contempo Records, storica etichetta fiorentina: per davvero, dalla new wave a domani.

Del mare la distanza, una lettera di Miro Sassolini

Cari amici e care amiche raisers,

c’è un tempo in cui desideriamo tornare da dove siamo partiti perché possiamo, e vogliamo, portare con noi ciò che siamo diventati.

Per realizzare il mio nuovo disco ho messo insieme collaboratori speciali, persone unite dalla condivisione di una parte imprescindibile di presente e dalla condivisione di una parte significativa di passato in cui, e sento di poterlo dire con umiltà e consapevolezza, abbiamo contribuito a scrivere pagine memorabili della musica italiana. Ci unisce il fuoco della sperimentazione e la ricerca, instancabile, in spazi talvolta poco convenzionali ma sempre animati dal coraggio e dalla determinazione.

Per celebrare la gioia che mi dà la presenza di Cristiano, Gianni e Monica nel mio nuovo disco ho pensato, insieme a Cristiano, a un’edizione Deluxe da collezione.

Del mare la distanza sarà un vinile di sei brani con contenuti esclusivi; un piccolo gioiello che vorremmo assomigliasse alle linee melodiche che scriverò innanzitutto per voi e che plasmeranno la poesia di Monica sulle musiche di Gianni e Cristiano per essere ricompattate dalla maestria di Santini, artigiano del suono.

L’edizione Deluxe, con tiratura limitata di 500 copie, conterrà una bonus track esclusiva e una fotografia 18X12 esclusiva del progetto, che non verrà commercializzata, con dedica personalizzata. L’edizione Deluxe conterrà inoltre un esclusivo booklet fotografico 30X30, che pure non verrà commercializzato, con dodici opere di Angelo Gambetta, autore dei superbi scatti in bianco e nero del booklet di Da qui a domani, il mio primo disco solista col Progetto S.M.S.

Per ricompensarvi del vostro affetto, che sarà determinante per la produzione di questo lavoro, e per ringraziarvi dell’impegno che ci metterete, ne siamo certi, nell’aiutarci a diffondere e a promuovere la nostra inziativa, abbiamo deciso di scrivere i nomi di ciascuno e di ciascuna di voi nel booklet rendendolo così ancora più unico, a incancellabile testimonianza della nostra amicizia.

Del mare la distanza sarà realizzato fra agosto e ottobre 2016 così da poter essere consegnato agli amici e alle amiche raisers che parteciperanno alla sottoscrizione fra la fine del 2016 e l’inizio del 2017.

Se il disco verrà commercializzato uscirà esclusivamente in vinile e download digitale. Le eventuali copie destinate alla vendita mediante i canali tradizionali saranno un’edizione standard priva dei contenuti extra (bonus track, fotografia e booklet fotografico), che resteranno un’esclusiva della Deluxe edition e di voi raisers che, inoltre, avrete avuto l’opportunità di avere ascoltare in anteprima il nostro lavoro.

Del mare la distanza verrà presentato all’OFF di Modena nei primi mesi del 2017. Il concerto sarà aperto a tutti ma voi, cari amici e care amiche raisers, avrete la possibilità di chiacchierare con noi in un incontro organizzato in esclusiva per questa campagna di crowdfunding.

Il lavoro che abbiamo in mente, e che vi chiedo di aiutarci a produrre, è un’opera innovativa, capace di stare dentro alla storia trasformando il passato con l’esperienza del presente, per guardare a domani. Con l’idea di realizzare, insieme, un pezzo di futuro.

Grazie.

Miro

 

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INDIA – complice il silenzio @ Bologna in Lettere | 21/05/2015

INDIA – Complice il silenzio è stato invitato a partecipare a Bologna in lettere, il festival della letteratura contemporanea che si tiene a Bologna da quattro anni. E ha naturalmente accettato con un tuffo di testa. Non ci sono scogli, ma tanti altri bravi scrittori italiani. Io ci sarò il 21 maggio alle 18, cioè domani e siete tutti invitati. E vi suggerisco di andarci anche oggi per un’altra bella carrellata di cose belle.

VENERDI’ 20 MAGGIO ore 19.30
COSTARENA VIA AZZO GARDINO 48
Cura e conduzione Alessandro Brusa

“MADE IN BO” – Prima parte
Centrale di transito
Ceci n’est pas une anthologie (Perrone editore)

Sono stati invitati Alberto Bertoni, Alessandro Brusa, Maria Luisa Vezzali, Martina Campi, Rodolfo Cernilogar, Serena Di Biase, Francesca Del Moro, Valerio Grutt, Eva Laudace, Loredana Magazzeni, Lorenzo Mari, Ivonne Mussoni, Gabriele Xella, Paolo Valesio, Giuseppe Nibali, Valentina Pinza, Francesca Serragnoli, Roberta Sireno, Giancarlo Sissa, Sarah Tardino, Veronica Tinnirello
*
“MADE IN BO” – Seconda parte
Fuori Formato
Reading con Vincenzo Bagnoli, Vittoriano Masciullo, Daniele Barbieri, Sergio Rotino

***
SABATO 21 MAGGIO ore 13.00
EX FORNO – MAMBO BAR VIA DON MINZONI 14
Cura e conduzione Enea Roversi, Francesca Del Moro

“Imprinting – Autori alla carta”

Pranzo letterario con Angelo Rossi, Davide Ferrari,Clery Celeste, Chiara Cantagalli, Ksenja Laginja, Simona De Salvo
Elio Talon, Eugenia Galli

***
SABATO 21 MAGGIO ore 18.00
CORTILE CAFE’ VIA NAZARIO SAURO 24
Cura e conduzione Enea Roversi

“Bande à part”

Reading con Luigi Cannillo, Ugo Rapezzi, Roberto Batisti
Rossella Renzi, Raffaele Ferrario,Vittorio Tovoli, Enza Armiento
Angela Grasso, Luca Buonaguidi, Emilia Barbato

***
SABATO 21 MAGGIO ore 21.00
ATELIERSI VIA S. VITALE 69

Cura e conduzione Jacopo Ninni

“Riscrizioni di mondo”
Performance di
Andrea Inglese, Gianluca Codeghini

Arte-fatti contemporanei

Alessandro Amaducci
“Post Rebis / In the Cave / I Am Your Database”

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Chassol – Fabbrica Europa, Firenze, 07/05/2016

Per la XXII edizione di Fabbrica Europa a Firenze si è deciso di portare tra gli altri tre musicisti tra i migliori rappresentanti della world music contemporanea: Bombino, Vieux Farka Touré e Chassol. Se i primi due nomi sono abbastanza noti al pubblico della musica alternativa in Italia, Bombino per l’interminabile serie di concerti fatti in Italia negli ultimi due anni e il musicista malese perché figlio d’autore di Alì Farka Touré, il nome di Chassol poteva apparire più come una scommessa della kermesse.
Eppure Cristophe Chassol è uno dei più originali compositori contemporanei, con uno stile eclettico tra Stravinsky, Morricone, Steve Reich, Miles Davis, Stevie Wonder, Ravi Shankar, il tropicalismo. Perché Chassol è sì francese, ma musicalmente un figlio del mondo del XXI secolo, e la sua musica non ha confini. Se “Indiamore” era un album e un film omaggio all’India dell’anima con riprese video e campionamenti tra le strade e la gente di Varanasi e Calcutta, – un diario di viaggio multimediale tra musicofilia ed etnografia – “Big Sun” andato in scena alla Stazione Leopolda è la medesima operazione arricchita e ancora più a fuoco (soprattutto sul piano delle riprese video) ma stavolta dedicata alla sua terra d’origine, la Martinica nelle Antille francesi.
Accompagnato come sempre dal batterista Lawrence Clais, il concerto è stato un tutt’uno con lo scorrere delle riprese di viaggio sullo sfondo, espressione di quella armonizzazione delle tracce vocali e sonore raccolte empaticamente in viaggio con uno spirito alla Alan Lomax, che è il segno distintivo della ricerca musicale e forse umana di Chassol.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2016/05/13/reportage/chassol

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Alberto Dubito – Sono un cantanoie (e se muoio giovane, spero sia dal ridere)

“È essere all’inizio ma avere vent’anni
essere alla fine ma avere vent’anni”

Alberto Dubito era un poeta-rapper (Disturbati dalla CUiete) morto solo a 21 anni, nel 2012. Nelle sue parole c’è tutta l’urgenza della prossimità dell’abisso, urgenza che si fa azione poetica senza contrazione lenta del pensiero. Nessun poeta contemporaneo ha saputo dire meglio l’inquietudine bastarda di chi ha/aveva vent’anni all’inizio del XXI secolo e non era un boy-scout, con quei suoi versi-cazzotti-cazzate sospesi tra l’atmosfera di un concerto punk hardcore e l’attitudine assoluta al rap. Alberto mi fa pensare a Franti, e come Franti ha agito ed è sparito. Ma come cantano i Negazione, lo spirito continua… Sul suo sito internet www.albertodubito.it potete leggere, ascoltare e vedere tutte le sue opere, gratuitamente, che sono state raccolte da Agenzia X, editore da urlo che si occupa di controcultura. Vi invito a farlo, se vi piace chi accende un fuoco e poi sparisce.

 


Corrosi ci siamo corrosi

Non credo tu voglia sentire c’è da dire
che per capire ci sarebbe tanto da dire

Battevo il ritmo
per i vicoli strabici
con i condizionatori
nelle orge di palazzoni

Sintetici, le emozioni
sono segnali elettrici
trasmessi dal metallo
delle città. ripetiamoci

Battevo il ritmo
per i vicoli strabici
con i condizionatori
nelle orge di palazzoni

Sintetici, le emozioni
sono segnali elettrici
trasmessi dal metallo
delle città. andiamoci

Il vento sudato che annuncia l’arrivo della metro
a roma, nel coma delle tue ciglia misurate al metro
nell’arancio vetro dei lampioni al bordo
dell’arancio tetro delle mille città teatro

L’annuncio della metro
a roma nel coma
delle tua ciglia chilometriche
nelle città teatro metalliche

Azzeriamo i pezzi di queste metropoli
azzeriamo i pezzi di queste metropoli
spacchiamo i pezzi di queste metropoli
spacchiamo i pezzi di questo monopoli

Prendimi per mano (stringimi la mano)
bruciamo bene noi
bruciamo in fretta ehi
chiedimi come mi chiamo, poi

Prendimi per mano andiamo per le vie
a piedi scalzi leggendo tra le ferrovie
gli avvisi dei nostri sorrisi divisi
nei mesi di crisi se vieni non mi avvisi

Corrosi ci siamo corrosi
corsi ci siamo rincorsi
corrosi ci siamo corrosi
ricordi ci siamo rincorsi

Prendimi per mano andiamo a bestemmiare
fuori dalle chiese paleocristiane
neoclassiche bizantine barocche gotiche
riscriviamo le nostre bibbie eretiche

Corrosi ci siamo corrosi
corsi ci siamo rincorsi
corrosi ci siamo corrosi
ricordi ci siamo rincorsi

Pestiamo a morte i sampietrini delle piazze
giocando a carte con la sorte fuori dalle stanze
con le sirene costanti di sbirri e ambulanze
prendimi per mano bruciamo le distanze

Corrosi ci siamo corrosi
corsi ci siamo rincorsi
ci siamo corrosi i ricordi
ricordi ci siamo rincorsi

***

Mah

Fuori dal bar in centro si concentrava
un melting pot di cultura americana importata
un signore sulla cinquantina conciato da imprenditore
chiacchierava di punk-pop con un raver sotto acido

I film di serie B ormai mi sembrano riprese
di vita quotidiana, reality, 1984.
l’imprenditore torna a casa e sodomizza
la moglie poi l’ammazza e si suicida

Passando in bici stamattina l’ho visto
nelle locandine fuori dalle edicole pentagonali
non che mi sia stupito
c’è da chiedersi perché?

***

Cara frustrazione

Cara frustrazione
mentre non trovo casa e marcisco in periferia
a qualche chilometro dalla capitale
le vie esplodono tra cariche e questori
tra scudi e manganelli flessibili

Io invece resto bloccato
nei gironi delle corriere piene di precari e lebbrosi
contemporanei, e mi perdo
tutto

Cara frustrazione,
nei miei giorni neri, che ritorni come
lunedì, come l’inverno, come
tutte le metro che perdo

E sono scappato qua Giusto per non marcire
in qualche facoltà,
finito tra le infinite liste di affitti&afflitti,
a perdere gli affetti…

***

14 dicembre, romaBrucia

Il sole abbaglia e il cielo è azzurro sereno sopra piazza venezia

Che dopo il lancio dei lacrimogeni sono sempre
tutti molto commossi,
poi commozioni cerebrali e pensavo fosse una triste
guerra civile tra cani…
tra nebbie di fumogeni e urli sfrangiati, caschi contro caschi.
frustrAzione quando la polizia carica e
ho la batteria scarica per non sapere dove sei

Il sole resiste e il cielo è azzurro serio sopra via del corso

Spremendoci malox e limone negl’occhi
fuochi d’artificio sulle camionette.
la Sfiducia artificiale, un paese che Sfiora
il fondo.
sullo Sfondo diverse nuvole di fumo nero
camionette e macchine civili in fiamme ma

Il sole arranca e il cielo si tinge di grigio sopra piazza del popolo

Ho sentito 84 tuoni di bombe carta in totale.
l’arrivo dei blocchi, quando la strada viene imbracciata
pali delle vie e sampietrini e ondate di panico Fisico
tra la folla.
una strategia già troppo militare, infiltrati. infiltrati.
le camionette invadono la piazza e sparano
lacrimogeni sul popolo della piazza. pazzia.
il tempo di urlare e vederli correre nella nostra direzione
il tempo di buttare il tabacco col fumo
e correre via con gli occhi che esplodono

Vedo In alto, col volto coperto, le mani a p38.
flash di un vecchio incubo italiano

La luna è calma dietro i tetti tra un cielo noncurante sopra san
lorenzo

Ora che siamo lontani ti parlo di quanto sia futile.
e mi accorgo che è una guerra tra cani
ma già decisa, già vista e voluta. siamo Volubili.
c’hanno fottuto come sempre. sul giornale web
un finanziere pestato tiene il ferro in mano
un incappucciato lo sorregge.
c’hanno fottuto come sempre

La notte si fa gelida e metabolizziamo questi bocconi freddi.
avvinghiati

***

C’è stato un colpo di stato (d’animo)

Coglie l’occhio rapido, rapito dallo scorrere e l’occorrere
delle ricorrenze vuote come buste della spesa piene di scontrini
come il resto della cassiera messo sul banco mentre porgo la mano

Scrivo poesie bruttemmerde e posso dir quel che mi pare
che sto nudo e fotto solo fatto come un cane
che mi sveno col bicchiere pieno che mi fate e faccio schifo
che odio il cielo e che niente di quel che scrivo è tutto vero
è tutto vero, è tutto vero, è tutto vero come scrivere che è
tutto vero per ridere

Arriverò sotto casa tua in mutande, in pieno dicembre, in bici
interdetto arriverò anche in intercity se ti trasferisci

E il cielo è sempre più grigio caro rino
un altro giro di parole, un altro blues
un altro giro di gin, capovolgo il cielo col mare
e pioverà a dirotto per anni, noi che per amare
abbiamo smesso di dirlo.
e abbiamo giornate più amare. e altri giri di parole
e calli d’amanti, calli d’amianto
e colli dove stenderci a guardare questa via lattea ipertrafficata
o a farci travolgere dai tramonti tra i tralicci.
o a farci riavvolgere. x4
così detta tra noi,
in fondo che ci fotte del dopo e del poi, del
ne Dubito

Travolti dai tramonti tra i tralicci
e detta tra di noi
ti luccicano gli occhi riflessi nelle stagnole mica nei diamanti
così detta tra noi,
in fondo che ci fotte del dopo e del poi

***

Sono un cantanoie

Svuoto i cassetti e
piego i miei scritti come origami
non sono mai stato bravo a fare le valigie
vedo codici a barre pure nelle strisce pedonali a
milano tra strade grigie palazzi del colore delle strade
e il cielo del colore dei palazzi Tutti uguali, magari
diventeremo sterili portando nelle tasche i cellulari
vivo veloce abbracciato a una musica consolatrice
rientro tardi e metto abiti con riflessioni in carta
dimenticate dentro la lavatrice
ricorda: l’acqua non perdona facilmente
l’inchiostro svanisce
per la pioggia o per errori analoghi
ho perso anche di peggio
ipotesi che non leggerò mai sul mio leggio
per consolarmi appoggio l’orecchio sull’asfalto e ascolto
il rombo dei forse e della metro nei tunnel
come vuoti d’aria dentro le arterie
non ho soluzioni per un mondo ideale
punto a tentare di correggerne le traiettorie
ma ’sto giro non prendermi troppo sul serio
io sono solo un cantanoie

Non ho calma e le cuffie a palla
un passante mi ferma non sento ma è facile intuire quel che dice
gli porgo d’accendere

***

Su genitori e generazioni

E poi Dovevamo nascere prima.
o dopo. così per cagare il cazzo fino in fondo.
siamo cresciuti a cavallo tra ’sti due cazzo di secoli.
abbiamo imparato a contare e sbagliare in lire.
abbiamo pagato in euro il primo pacchetto di sigarette.
abbiamo seguito il tumore espandersi in streaming.
chi ha quindici anni adesso è cresciuto con la parola Crisi.
noi, che siamo partiti dritti come treni, sui binari degli anni
mille, ora siamo un po’ disorientati.
tipo dei minotauri

È essere all’inizio ma avere vent’anni.
essere alla fine ma avere vent’anni

***

Sembra che

Sembra che, questa generazione, abbia paura di rimanere, sola,
a pensare.
C’è sempre bisogno di un supporto.
Esce di casa, sbadiglia, mette su la musica in cuffia, entra
nell’esterno.
Rimanere soli con se stessi a fissarsi negli occhi può essere deludente,
o forse solo troppo pesante per gli standard quotidiani.
Si guarda attorno… in mezzo a un plastico stretto, su un cemento
freddo, con un sorriso malinconico, e delle occhiaie consapevoli.
Cammina dando ritmo ai pensieri, consapevole che vive, consapevole
che non c’è tempo da perdere, che una strada non ce
l’hai e se te la crei, è sudore.
Il disco si era inceppato, il suono si ripete fino a diventare fastidioso
oltre la sopportazione umana. Come i giorni, come le
stagioni, come me, come te. Che leggi e vivi ogni giorno e ogni
giorno ti illudi sia diverso.
Da che?
No… giocati il gioco che vuoi, le conquiste che ti servono per
sopravvivere. Ma abbiamo tutti una bomba a orologeria sopra
alla testa.
Prosegue sulla strada tracciata dal ritmo dei suoi pensieri,
incantati come il disco nel suo lettore, da orecchio a orecchio.

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Musica bella

Ciao, sono la nuova rubrica del blog che si occuperà di musica bella cinque dischi alla volta, che per questo si chiama musica bella e nessun altro titolo pretenzioso. Tutto il resto è catechismo musicale, che talvolta troverete ad introdurre le canzoni perché c’è un prete in ognuno di noi. Buon ascolto!

Cos’è un singolo killer? E’ una canzone estratto da un disco che ha tutto – ritmo, melodia, testo, immediatezza e quella magia inspiegabile se non attraverso parole diverse per ognuno – per diventare un classico istantaneo. E ora un esempio dall’ultimo disco strepitoso di quella nuova leggenda soul che è Charles Bradley, un uomo arrivato alla gloria debuttando a 63 anni dopo decenni di calvario tra i marciapiedi di New York, lavori assurdi (come l’imitatore di James Brown…) e un infarto. Per farcelo venire a noi, l’infarto, ma di quelli belli da morire dentro una canzone o ballando tutto il senso delle sue parole, come “I try to find a certain style/To keep my soul from runnin’ wild”.

Una delle più belle canzoni italiane del 2016 è di Verdiana Raw, oggi come lo sarà anche a dicembre. Una voce al crocevia tra Marissa Nadler, Tori Amos e Diamanda Galas. Rock lirico e colto, denso di suggestioni e con la fascinazione del buio. Premere play per restare abbacinati.

Tra DJ Shadow, gli Animal Collective e la musica New Age, questo fricchettone infatutato dell’hip-hop sommando le innumerevoli influenze della sua musica ha tirato fuori un disco di folk elettronico in cui perdersi come fosse antani.

Ciao, siamo i Parquet Courts e dopo due dischi e due EP della madonna abbiamo deciso di dire forte e chiaro col nostro terzo disco che siamo La Band del nuovo rock alternativo americano.

Qualche giorno fa se ne è andato Leandro Braccini, il bassista dei Diaframma di “Tre volte lacrime” e soprattutto “Boxe”, che è uno dei miei dischi italiani preferiti, perché è strano, storto e umano-troppo umano con quel portento di Miro Sassolini alla voce.

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Julio Cortazar & Roberto Juarroz – Lettera sulla poesia verticale

Julio Cortazar

Julio Cortazar


Lettera a Roberto Juarroz, di Julio Cortazar
(Carta carbone. Lettere ad amici scrittori. Vol. 1)

Amico Juarroz, mi perdoni per aver tardato tanto a risponderle, ma non è molto che sono rientrato a Parigi, dopo alcuni mesi di lavoro a Vienna. Da tempo volevo dirle che la rivista mi è molto cara, perché mi permette di ascoltare da tanto lontano voci argentine nuove e giovani. Oggi però le scrivo per un’altra ragione, più impellente: ho appena finito di leggere Segunda poesía vertical, e ne sono rimasto meravigliato, incapace di fare quel passo indietro che inevitabilmente si compie dopo che un poeta ci ha permesso di addentrarci nella grande verità del suo mondo, del mondo. Le sue poesie mi sembrano tra i componimenti più alti e profondi (che poi è la stessa cosa, in realtà) che siano stati scritti in spagnolo in questi anni. Per tutto il tempo ho avuto la sensazione che lei riesca ad affacciarsi a ciò che indaga con una visione totalmente libera dalle impurità (verbali, dialettiche, storiche) che all’alba del nostro mondo patirono i poeti presocratici, quelli che i professori definiscono filosofi: Parmenide, Talete, Anassagora, Eraclito. A lei (e a loro) basta guardarsi intorno perché qualsiasi visione prosaica cada a pezzi di fronte alla poesia, che si impossessa totalmente dell’essere. Ho letto ad alta voce i componimenti che capisco meglio (altri mi sfuggono o mi richiedono un’interpretazione che è forse più un’autoconsolazione per non poterli intuire a prima vista), e in ogni caso ho avuto nuovamente quella prodigiosa sensazione di straniamento, di rapimento, di accesso. Ho sempre amato la poesia che procede per inversione dei segni; l’uso dell’assenza in Mallarmé, alcune «anti-essenze» di Macedonio, i silenzi nella musica di Webern. Ma lei amplifica tali inversioni, che in altre mani finiscono per ridursi a giochi di parole, fino all’inverosimile. E allora, lo sguardo che vede e lo sguardo che non vede, una volta attorcigliati a formare un solo filo, [1] sono qualcosa di incredibilmente fecondo, un’invenzione dell’individuo. Era molto tempo che non leggevo poesie che mi estenuassero e mi esaltassero quanto le sue, e glielo dico così, di getto e senza rileggere, per non rischiare di farmi prendere dalla confusione e dalla paura davanti a tante parole sonore. Immagino che mi crederà lo stesso, e che siamo già amici, e un abbraccio.

Poesia verticale (1958), di Roberto Juarroz


Poesia verticale n° 51, di Roberto Juarroz

Un giorno troverò una parola
che penetri il tuo ventre e lo fecondi,
e che si posi sul tuo seno
come una mano aperta e chiusa al tempo stesso.

Incontrerò una parola
che trattenga il tuo corpo e lo faccia girare,
che contenga il tuo corpo
e apra i tuoi occhi come un dio senza nubi
e usi la tua saliva
e ti pieghi le gambe.
Tu forse non la sentirai
o forse non la capirai.
Non sarà necessario.
Girerà dentro di te come una ruota
fino a percorrerti da un estremo all’altro,
donna mia e non mia
e non si fermerà nemmeno alla tua morte.

dal volume “Seconda poesia verticale”
Grazie a Antonio Bux, autore della traduzione

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Nika Turbina – Sono pesi queste mie poesie

Non per voi è il tempo

“Ho iniziato compenendo versi ad alta voce quando avevo tre anni. Picchiavo i pugni sul pianoforte e componevo. Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge, poi ti lascia”. I testi qui raccolti sono stati scritti da Nika Turbina fra i sette e i nove anni d’età, salvo l’ultimo. Si cita il suo diario “Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che diventassi donna”. Un intero corpus poetico aperto e chiuso dentro l’infanzia. E leggendo le sue poesie, sembra che di questa condizione aliena alle comuni infanzie, ne avesse sentore. Come scrive Evtusenko sulla Turbina, “nei bambini è vivo un acuto senso di verità, lo rivendicano proprio quando è massimo lo scarto tra poesia e vita”. Nika Turbina è morta a 27 anni, cadendo da una finestra.

Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

***

In piedi sui confini
dove perdi il contatto
con il mondo.
Si gettano quei ponti innanzi
quando scocca mezzanotte:
inflessibile è il tempo.

In piedi sui confini:
solo un passo ancora,
avanti!, verso l’immortalità.

Se mi volto, scopro dietro me
quei giorni che mi han dato tanta luce.

E non so decidermi
a quel passo,
ma mi mette fretta il tempo.
Con il far del giorno
si oscura la mia stella,
la linea si richiude in un istante.

***

Io sono una bambola rotta.
Si sono scordati di mettermi
un cuore nel petto.
E al buio, in un angolo, inutile,
abbandonata.
E come una bambola rotta
al mattino ho ascoltato
i bisbigli di un sogno:
“dormi, tesoro, dormi
e voleranno gli anni
e al tuo risveglio
di nuovo vorranno
prenderti in braccio
cullarti per gioco,
e troverà il suo battito
il cuore”
E’ solo tremendo
aspettare.

(Edizioni Via del Vento, Pistoia, 2008. Traduzione di Federico Federici.
Grazie all’editore Fabrizio Zollo per avermi fatto dono del volume in questione)

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Camillo Berneri – L’operaiolatria

“Camillo Berneri fu una delle più importanti energie intellettuali e militanti del movimento anarchico italiano. Fin dalla sua adesione è sempre stato nel contesto anarchico quello che si dice un “tipo strano”, un “sui generis”, come diceva lui. Il suo profilo intellettuale e la sua forma mentis hanno rappresentato uno dei più interessanti casi di rottura della “tipicità”, nel campo della militanza anarchica italiana dell’epoca. (…) Lui fu sì coscienza critica dell’anarchismo italiano, ma allo stesso tempo ne fu propulsore politico. Arrivato al movimento nel gorgo della crescita quantitativa e qualitativa, ha poi consumato la sua esistenza in quelle drammatiche vicende (trionfo del fascismo ed esilio) che hanno scombinato i processi di maturazione dell’anarchismo italianoIn questo contesto il suo aperto revisionismo ha una miriade di sfaccettature e sfugge a catalogazioni lineari ed univoche. Lineari sono però le attitudini che Camillo portò in dote all’anarchismo del suo tempo: lo stimolo alla competenza, all’approfondimento delle questioni, al dinamismo ideologico e politico, alla ricchezza culturale, allo sradicare le idee non pensate” (Claudio Strambi, Umanità Nova)
Camillo Berneri, dopo una vita spesa a diffondere le sue idee peculiari (e incredibilmente attuali, come quelle sulla fallacia del femminismo) e praticare l’azione politica che ne era diretta conseguenza, venne assassinato nel maggio 1937 poco dopo l’arresto da parte dei comunisti stalinisti del PSUC, durante la battaglia intestina al fronte antifascista spagnolo delle giornate di maggio, avvenuta a Barcellona tra comunisti e anarchici durante la guerra civile spagnola. 
Si presentano di seguito alcuni estratti dal suo L’OPERAIOLATRIA e il documentario integrale sulla sua figura di Marco Vighi per ReteEmilia (grazie a Socialismo Libertario per averli resi disponibili), “Berneri attaccò in queste dieci pagine uno dei luoghi comuni più diffusi, allora come ora, nel movimento socialista in generale: si tratta di quell’assurda posizione di “privilegio” nella lotta rivoluzionaria che tanta parte del movimento socialista, sotto la perniciosa influenza marxista, ha sempre attribuito ad una mitica classe operaia, che dovrebbe esercitare addirittura la propria dittatura sui contadini e sulle altre forze interessate alla rivoluzione socialista. Coerentemente con le sue posizioni di sempre, Berneri negò in questo saggio l’esistenza stessa di una qualsiasi forma di cultura operaia, se non “come simbiosi parassitaria della cultura vera, che è ancora borghese e medio-borghese”; e, negando la stessa possibilità di esistenza di una autonoma cultura operaia, Berneri negò l’esistenza anche di quell’operaio ideale del marxismo e del socialismo che lui definì un “personaggio mitico”. Il discorso di Berneri era teso a respingere tanti luoghi comuni che impedivano lo sviluppo del pensiero e della lotta libertaria. Il rifiuto di ogni prevenzione anti-contadina, anzi l’esaltazione del ruolo rivoluzionario spesso avuto dagli organizzatori e da molti nuclei contadini, rientravano in questa sua concezione rigorosamente umana ed antiautoritaria dell’anarchismo.” (Camillo Levi, Rivista Anarchica)

(…) “Il giudizio pessimista sulla massa implica in realtà un giudizio pessimista sull’uomo poiché la massa non è altra cosa di una somma di concrete individualità. Dal momento che si dichiara la massa incapace di afferrare, sia pure mediante intuizioni grossolane primitive, il valore di una lotta per la libertà, per ciò stesso si dichiara l’uomo chiuso ad ogni istinto che non sia di natura strettamente utilitaria. Se taglia alle radici, ad un tempo, qualsiasi bisogno di redenzione sociale, si soffoca sinanco la fede negli istinti democratici, questa fede fondata sulla tesi di fondamentale identità fra gli uomini e su di un ragionevole ottimismo sulla natura umana”.

“Ma, d’altra parte, non ho mai lucidate le scarpe al proletariato «evoluto e cosciente», neppure in comizio. E non capisco il linguaggio aulico dei bonzi bolscevichi”. “In un articolo (cito un esempio tra mille) di Azione antifascista (giugno ‘33), leggo che Gramsci è un’anima proletaria. Dove ho udito quest’espressione? Frugo nella memoria. Ah, ecco! Fu a Le Pecq, mentre in costume e in fatica da manovale muratore mi aveva sorpreso uno dei <<responsabili>> comunisti. <<Ora la puoi conoscere, Berneri, l’anima proletaria!>> Così mi aveva apostrofato. Tra una stacciatura di sabbia e due secchi di «grossa» riflettei sull’ «anima proletaria». E come sempre, a chiarire il problema sorgevano, dalla memoria del cuore, i ricordi. I primi contatti con il proletario: era lì che cercavo la materia della definizione. L’ «anima proletaria» non la trovai. Ritrovai i miei primi compagni: i giovani socialisti di Reggio Emilia e dintorni. Vi erano dei cuori generosi, delle menti aperte, delle volontà tenaci. Poi conobbi degli anarchici. Torquato Gobbi mi fu maestro, nelle sere brumose, lungo la via Emilia, sotto i portici che risuonavano dei miei tentativi di resistere alla sua pacata dialettica. Lui era legatore di libri, io studentello di liceo, ancora «figlio di papà» dunque, e ignaro di quella grande e vera Università che è la vita. E dopo allora, quanti operai, nella mia vita quotidiana! Ma se nell’uno trovavo l’esca che faceva scintilla nel mio pensiero, se nell’altro scoprivo affinità elettive, se all’altro ancora mi aprivo con fraterna intimità, quanti altri aridi ne incontravo, quanti mi urtavano con la loro boriosa vuotaggine, quanti mi nauseavano con il loro cinismo! Il proletariato era «la gente»: quella media borghesia in cui ero vissuto, la massa studentesca nella quale vivevo; la folla, insomma. E gli amici e i compagni operai più intelligenti e più spontanei mai mi parlavano di «anima proletaria». Sapevo proprio da loro, quando lente a progredire fossero la propaganda e l’organizzazione socialiste. Poi entrato nella propaganda e nell’organizzazione, vidi il proletariato, che mi parve, nel suo complesso, quello che ancor oggi mi pare, un’enorme forza che si ignora; che cura, e non intelligentemente, il proprio utile; che si batte difficilmente per la motivi ideali o per scopi non immediati, che è pesante di infiniti pregiudizi, di grossolane ignoranze, d’infantili illusioni. La funzione delle élites mi parve chiara: dare l’esempio dell’audacia, del sacrificio, della tenacia; richiamare la massa su se stessa, sull’oppressione politica, sullo sfruttamento economico, ma anche sull’inferiorità morale ed intellettuale delle maggioranze. Sì che presentare la borghesia ed il proletariato con il demagogico semplicismo delle caricature scalarinesche dell’Avanti! e degli «oratori da comizi» mi parve di cattivo gusto e dannoso”.

“Vi fu, e purtroppo vi è ancora, una retorica socialista che è terribilmente ineducativa. I comunisti contribuiscono, più di qualsiasi altro partito d’avanguardia, a perpetuarla. Non contenti dell’ «anima proletaria», hanno tirato fuori la «cultura proletaria». Quando morì Lunaciarsky fu detto, da certi giornali comunisti, che «egli incarnava la cultura proletaria». Come uno scrittore di origine borghese, erudito (e l’erudizione è il capitalismo della cultura), alquanto prezioso come il Lunaciarsky potesse rappresentare la «cultura proletaria» è un mistero analogo a quello della «ginecologia marxista», termine che ha scandalizzato perfino Stalin. Le Réveil di Ginevra, insorgendo contro l’abuso dell’espressione «cultura proletaria», osservava: «Il proletario è, per definizione, e molto spesso in realtà, un ignorante, la cui cultura è necessariamente limitatissima. In tutti i campi, il passato ci ha fatto eredi di beni inestimabili che non potrebbero venire attribuiti a questa o a quella classe. Il proletariato, lui, rivendica anzitutto una più larga partecipazione alla cultura, come ad una delle ricchezze delle quali non vuole essere più privo. Dei sapienti, degli scrittori, e degli artisti borghesi ci hanno dato delle opere di un’importanza emancipatrice; invece, degli intellettuali sedicenti proletari ci cucinano dei piatti spesse volte indigesti»”.

“La «cultura proletaria» esiste, ma essa è ristretta alle conoscenze professionali e all’infarinatura enciclopedica raffazzonata in disordinate letture. Carattere tipico della cultura proletaria è di essere in arretrato con il progresso della filosofia, delle scienze e delle arti. Voi troverete dei seguaci fanatici della monismo di Haeckel, del materialismo di Buchner, e perfino dello spiritismo classico, tra gli «autodidatti», ma non ne troverete tra persone realmente colte. Una qualsiasi teoria comincia a diventare popolare e a trovare eco nella «cultura proletaria» che è golosa di lussi. Come il romanzo popolare è pieno di principi, di marchesi e di ricevimenti salotteschi, così un libro è tanto più ricercato e gustato dagli «autodidatti» quanto più è indigesto ed astruso.
Molti di costoro non hanno mai letto La conquista del pane, o il dialogo Fra contadini, ma hanno letto Il mondo come volontà e rappresentazione e La critica della ragion pura. Una persona colta che si occupi, ad esempio, e scienze naturali e che non abbia conoscenze di matematica superiore, si guarderà bene dal giudicare Einstein. Un autodidatta, in generale, ha in materia di giudizi un fegataccio grosso così. Dirà di Tizio che è un filosofucolo, di Caio che è un «grande scienziato», di Sempronio che non ha capito il « rovesciamento della prassi », né la «noumenicità», né l’ «ipostasi». Ché l’autodidatta, sempre in generale, ama parlare difficile”.

“Fondare una rivista, al mezzo-colto, non fa paura. Non parliamo poi di un settimanale. Scriverà della schiavitù in Egitto, delle macchie solari, dell’ «ateismo» di Giordano Bruno, delle « prove » dell’inesistenza di Dio, della dialettica hegeliana; ma della sua officina, della sua vita di operaio, delle sue esperienze professionali non dirà una parola”.

“«L’autodidatta» cessa di essere tipicamente tale quando giunge a farsi una vera cultura. Quando, cioè, a ingegno e volontà. Ma, allora, la sua cultura non è più operaia. Un operaio colto, come Rudolf Rocker, è come un nero portato in Europa bambino e cresciuto in una famiglia colta o in collegio. L’origine, come il colore della pelle, non conta, in questi casi. In Rocker, nessuno immaginerebbe l’ex-sellaio, mentre quando Grave esce dalla volgarizzazione kropotkiniana fa pensare, con rimpianto, ché è stato calzolaio”.

“La cosiddetta «cultura operaia» è, insomma, una simbiosi parassitaria della cultura vera, che è ancora borghese e medio-borghese. E più facile che dal proletario esca un Titta Ruffo, o un Mussolini, che uno scienziato od un filosofo. Questo non perché l’ingegno sia monopolio di una classe, ma perché al 99 per cento dei proletari, lasciata la scuola primaria, è negata la cultura sistematica dalla vita di lavoro e di abbrutimento. L’istruzione e l’educazione per tutti è uno dei più giusti canoni del socialismo, e la società comunista darà élite naturali; ma, per ora, è grottesco parlare di «cultura proletaria» del filologo Gramsci o di «anima proletaria» del borghese Terracini. La dottrina socialista è una creazione di intellettuali borghesi. Essa, come osserva De Man in Au de là du marxisme, «è meno una dottrina del proletariato che una dottrina per il proletariato». I principali teorici dell’anarchismo, da Godwin a Bakunin, da Kropotkin a Cafiero, da Mella a Faure, da Covelli a Malatesta, da Fabbri a Galleani, da Gori a Voltairine de Cleyre, uscirono da un ambiente aristocratico o borghese, per andare al popolo. Proudhon, di origine proletaria, è di tutti gli scrittori anarchici il più influenzato dall’ideologia e dai sentimenti della piccola borghesia. Grave, calzolaio, è caduto nello sciovinismo democratico il più borghese. Ed è innegabile che gli organizzatori sindacali di origine operaia, da Rossoni a Meledandri, hanno dato, proporzionalmente, il maggior numero d’inserimenti”.

“Il populismo russo e il sorelianismo sono due forme di romanticismo operaista delle quali è continuatrice, formalmente, la demagogia bolscevica. Gorki che è uno degli scrittori che ha vissuto più lungo e più profondamente in mezzo al proletariato, scrive:
«Quando costoro (i propagandisti) parlavano del popolo, lo sentii subito che essi lo giudicavano differentemente da me. Ciò mi sorprese e mi rese diffidente verso me stesso. Per essi il popolo era l’incarnazione della saggezza, della bellezza spirituale, della bontà e del cuore, un essere unico e quasi divino, depositario di tutto quello che è bello, grande e giusto. Non era affatto il popolo che io conoscevo ».
Arturo Labriola, al quale tolgo la citazione sopra riportata (Al di là del capitalismo e del socialismo, Parigi 1931), la fa seguire da questi ricordi:
«Potrei aggiungere la mia esperienza personale, essendo io nato in una classe di artigiani-artisti, che vivevano in contatto immediato con le classi del lavoro materiale, ed erano essi stessi dei proletari. I lavoratori che io ho conosciuto fin dai primi anni della mia vita, erano degli uomini in tutto e per tutto degni di pietà, ingenui e istintivi, creduli, inclini alla superstizione, volti alla vita materiale, affettuosi e creduli nello stesso tempo con i figliuoli, incapaci di ricavare dalla propria vita di lavoratori e un solo elemento di pensiero particolare alla loro classe. Quelli di essi che, spogliandosi dalla superstizione e dalle prevenzioni del loro ceto, giungevano al socialismo, non lo vedevano che sotto il suo aspetto materiale di un movimento destinato a migliorare la loro sorte. E naturalmente questo miglioramento attendevano dei capi, i quali passavano indifferentemente dallo stato di idoli allo stato di traditori secondo i momenti e le occasioni senza merito o demerito loro. È indiscutibile che il socialismo li migliorasse sotto tutti gli aspetti; ed oso dire che la mia prima spinta a favorire questo movimento, mi venne dalla grande pietà che la miseria dei miseri m’ispirava, e dalla esperienza del beneficio che il movimento recava ad essi».
Malatesta stesso non vedeva il proletariato attraverso gli occhiali rosa di Kropotkin (…) Chiunque ripensi alla storia del movimento operaio vedrà prevalervi un’immaturità morale spiegabilissima, ma tale da imporre la più evidente smentita ai ditirambici esalta attori delle masse”.

“Il giochetto di chiamare «proletariato» i nuclei di avanguardia e di élites operaie è un giochetto da mettere in soffitta. Le allegoriche demagogie lusingano la folla, ma le nascondono delle verità essenziali per l’emancipazione reale. Una «civiltà operaia», una «società proletaria», una «dittatura del proletariato»: ecco delle formule che dovrebbero sparire. Non esiste una «coscienza operaia» come tipico carattere psichico di un’intera classe; non vi è una radicale opposizione tra «coscienza operaia» e «coscienza borghese». I greci non hanno combattuto per la gloria, come pretendeva Renan. E il proletariato non si batte per il senso del sublime, come si affannava a sostenere il Sorel nelle sue Réflexions sur la violence.
L’operaio ideale del marxismo e del socialismo è un personaggio mitico. Appartiene alla metafisica del romanticismo socialista e non alla storia. Negli Stati Uniti e nell’Australia sono le Unions operaie che richiedono la politica restrittiva dell’immigrazione. All’emancipazione dei neri degli Stati Uniti, il proletariato americano (vedi Mary R. Béard, A short history of the american labour movement, New York, 1928) non ha dato che un misero contributo e ancora oggi i lavoratori di colore sono esclusi da quasi tutte le organizzazioni sindacali americane. I movimenti di boicottaggio (con contro le dittature fasciste, gli orrori coloniali, ecc.) sono scarsi e non riescono. E rarissimi sono di scioperi di solidarietà classista o a scopi strettamente politici.
Questo carattere utilitarista, questa grettezza, questa inerzia generale caratterizzano particolarmente il proletariato industriale”.

“Ogni qual volta mi accade di leggere, o di udire, esaltare il proletariato industriale come la élite rivoluzionaria e comunista, reagiscono in me dei ricordi di vita, cioè delle personali esperienze e delle osservazioni psicologiche. Sono condotto a sospettare negli assertori di quello che a me pare un mito, o un’infatuazione di «provinciali» inurbati in qualche grande centro industriale o, in altri casi, un’infatuazione d’ordine professionale. Quando leggevo l’Ordine Nuovo, specialmente nel suo primo periodo, quando era periodico, la suggestione delle sue continue esaltazioni della grande industria come formatrice di omogeneità classista, di maturità comunista degli operai di officina, ecc., era in me respinta da considerazioni d’ordine psicologico.
Immaginavo, ad esempio, Gramsci piovuto a Torino dalla nativa Sardegna, e preso tutto dagli ingranaggi della metropoli industriale. Le grandi manifestazioni, la concentrazione di operai specializzati, la vastità febbrile del ritmo della vita sindacale della città industriale – mi dicevo – l’hanno affascinato. La letteratura bolscevica russa mi pareva pantografare lo stesso processo psichico. In un paese come la Russia, dove le masse rurali erano enormemente arretrate, Mosca, Pietrogrado e gli altri centri industriali dovevano parere delle oasi della rivoluzione comunista. I bolscevichi dovevano, quindi, spinti dall’industrialismo marxista, essere condotti a infatuarsi della fabbrica, come i rivoluzionari russi dell’epoca di Bakunin erano condotti ad infatuarsi della cultura occidentale.
In Italia, la mistica industrialista di quelli dell’Ordine Nuovo mi appariva, quindi, come un fenomeno di reazione analogo a quello del futurismo.
Un altro aspetto che mi pareva esplicativo era quello della naturale tendenza che hanno i tecnici industriali, tendenza che ha corrispettivi in tutti i campi della specializzazione, a vedere nel fatto «industria» l’alfa e l’omega del progresso umano. E mi pareva significativo che gli ingegneri fossero numerosi fra gli elementi direttivi del Partito Comunista.
A questo angolo visuale sono ancora posto, e trovo una nuova conferma nell’atteggiamento di alcuni tra i repubblicani che sono influenzati dall’ideologia dei comunisti.
Tipico è il caso di A. Chiodini, che nel numero del febbraio 1933 dei Problemi della rivoluzione italiana, criticando l’indirizzo rurale e meridionalista del programma di «Giustizia e libertà», proclama:
«Il proletariato industriale è l’unica forza oggettivamente rivoluzionaria della società. Perché solo il proletariato è nella condizione e nella possibilità di liberarsi da ogni mentalità chiusa di categoria e di assurgere a dignità di classe, cioè di forza collettiva che ha coscienza di un compito storico da realizzare.
La rivoluzione italiana, come tutte le rivoluzioni, non può essere l’opera che di forze omogenee e capaci di muoversi per ideali a largo respiro.
Ora, l’unica forza omogenea che possa battersi per un ideale di libertà concreta e che per questa battaglia possa essere disposta ad un’azione lungimirante, non a scadenza fissa, è la forza operaia. È questa che può porre, oggi, dopo tante prove e tante tragedie, la propria candidatura come classe dirigente rivoluzionaria»”.

“Che il proletariato industriale sia una delle principali forze rivoluzionarie in senso comunista è troppo evidente perché ci sia da discutere a questo proposito. Ma è, d’altra parte, evidente che l’omogeneità di quel proletariato è più nelle cose che negli spiriti e più – vale a dire – nell’agglomerato di individui che sono in grandissima maggioranza dei salariati senza grandi differenze attuali o possibili ed a contatto con una proprietà di sua natura indivisibile (quindi necessariamente atta a divenire il capitale di un lavoro necessariamente associato) che nella coscienza di classe, di forza collettiva destinata ad attuare un grandissimo compito storico.
Il particolarismo degli operai delle industrie è troppo evidente perché ci si lasci andare alle generiche e generalizzatrici esaltazioni che di essi fanno taluni dei marxisti e dei marxisteggianti.
L’egoismo corporativo negli Stati Uniti ha condotto ad una vera e propria politica xenofoba, e le corporazioni tipicamente industriali si sono mostrate sempre tra le più accanite nel richiedere al governo l’interdizione all’immigrazione operaia. Lo stesso nella Nuova Zelanda. Ma limitiamoci all’Italia. Gli operai delle industrie hanno sempre favorito il potenziamento industriale. Il libro di G. Salvemini, Tendenze vecchie e necessità nuove del movimento operaio italiano (Bologna, 1922), è ricco di esempi, a questo proposito. Né scelgo alcuni, che mi sembrano i più tipici.
Nel 1914, gli operai dell’industria zuccheriera che erano 4.500, cioè una piccolissima categoria, venivano protetti dai socialisti riformisti, che chiedevano al governo la protezione doganale dello zucchero, senza curarsi dell’industria danneggiata dall’alto prezzo della materia prima. Tale richiesta veniva a danneggiare tutti i consumatori italiani, costretti a pagare a prezzo più alto non solo lo zucchero, ma anche le confetture e le marmellate. Non solo; essa limitava il consumo interno delle seconde, ne impediva la esportazione, quindi diminuiva il lavoro degli operai di queste industrie. Gli operai degli zuccherifici avrebbero, quindi, dovuto: o richiedere la protezione per tutte e due le industrie o richiedere il libero scambio per lo zucchero, potendo essi essere assorbiti dallo sviluppo dell’industria delle confetture e della marmellata. Questo nell’interesse generale. Ma come pretendere che gli operai degli zuccherifici che guadagnavano «salari elevati, ignoti ad altre categorie di lavoratori» (Avanti!, 10 marzo 1910) rinunziassero alla loro posizione privilegiata?
Un altro esempio. Prima della guerra, funzionavano in Italia 37 miniere di lignite, che produssero, nel 1913, 700 mila tonnellate di combustibile. Durante la guerra, salito a prezzi altissimi il carbone estero, fu conveniente sfruttare giacimenti lignitiferi anche poverissimi; e le miniere salirono a 137 ma la produzione non crebbe che di quattrocentomila tonnellate, parte delle quali date da una più intensa produzione delle vecchie miniere. Finita la guerra, discesi i prezzi del carbone estero, le richieste di lignite scemarono, sin che le 37 miniere ridivennero sufficienti.
I minatori aggiunti, quasi tutti i contadini dei paesi circostanti, si videro minacciati di licenziamento e di diminuzione di salario. Grandi agitazioni, il cui motto d’ordine era: Niente licenziamenti! E un deputato socialista, presidente di un consorzio cooperativo minerario chiese al governo di mantenere la produzione lignitifera alle cifre del periodo di guerra, anzi che la facesse salire a 4 milioni di tonnellate annue; che l’amministrazione delle ferrovie trasformasse un certo numero di locomotive per adattarle all’impiego della lignite; che i fuochisti delle ferrovie fossero meglio pagati per compensarli dell’aumento di fatica dato loro dall’uso della lignite; che l’uso della lignite fosse imposto per legge a tutti i servizi dipendenti da pubbliche amministrazioni in tutti i casi in cui la lignite potesse senza danno sostituire il carbone; che il governo finanziasse le società che si proponessero l’impianto di centrali elettriche a base di lignite; che esentasse dall’avocazione dei sopraprofitti di guerra gli impianti di questo genere.
Il deputato socialista chiedeva cioè che si consumassero milioni per far lavorare qualche centinaio di minatori, moltissimi dei quali potevano tornare ai campi. I quali minatori avrebbero lavorato col pesante piccone a consumare milioni tolti a Pantalone!
Bisogna rilevare che le agitazioni dei minatori del bacino carbonifero del Valdarno erano capitanate da organizzatori dell’USI. Il caso sopra citato è quindi doppiamente interessante, e richiede riflessione, perché ci richiama ad un lato trascurato dagli anarchici operanti nelle unioni sindacali (il protezionismo) e perché ci fa intravvedere quali problemi del genere si possano affacciare per noi in un periodo rivoluzionario (tendenza di particolari categorie di operai a far sopravvivere industrie non redditizie dal lato dell’economia nazionale)”. “Quale è stato l’atteggiamento degli anarchici incorporati nella Confederazione Generale del Lavoro e nell’Unione Sindacale Italiana di fronte al collaborazionismo socialista-padronale? Quando i dirigenti della FIOM anteponevano l’interesse di trentamila operai, impiegati nella siderurgica, viventi all’ombra del protezionismo doganale e del sovvenzionamento statale, all’interesse di 270 mila operai occupati in industrie del ferro di seconda e di terza lavorazione (metallurgiche e meccaniche), le quali avrebbero tutte da guadagnare dall’avere a propria disposizione la materia prima a buon mercato, quale è stato l’atteggiamento degli anarchici organizzati nella FIOM? Mi pare che non ci sia stata da parte degli anarchici facenti parte delle organizzazioni operaie una chiara idea della loro funzione di educatori. Opera di educazione classista sarebbe stata quella di ricordare che i milioni dati alla protezione delle industrie parassitarie venivano estorti nella massima parte alle altre moltitudini lavoratrici d’Italia. Gli anarchici si sono lasciati fuorviare dai socialisti, che, per ragioni demagogiche, rinunziarono a quella giusta e bella intransigenza dei tempi in cui l’elettoralismo, il mandarinismo e il collaborazionismo con la borghesia non erano ancora trionfanti. Agli industriali liguri, che licenziavano tremila operai e minacciavano di licenziarne entro un mese ventimila, se il governo non avesse rinunziato a diminuire i premi alla marina mercantile, l’Avanti allora diretto dal riformista Leonida Bissolati, rispondeva:
«Gli operai sanno che i milioni dati alla protezione dell’industria navale sono estorti nella massima parte alle altre moltitudini lavoratrici d’Italia; e perciò, si rifiutano di formulare il desiderio che continui uno stato di cose, in cui il pane degli operai di una regione sia pagato con la fame dei lavoratori del resto d’Italia » (Avanti, 24 gennaio 1901).
A quali degenerazioni sia giunta la collaborazione operaia-padronale nei centri industriali lo dimostra il fatto che elementi cosiddetti rivoluzionari inscenarono agitazioni per ottenere dal governo lavoro per l’industria di guerra. Così, ne scriveva il Salvemini, sull’Unità dell’11 luglio 1913:
«La Camera del Lavoro di Spezia, amministrata da sindacalisti, repubblicani e socialisti rivoluzionari, ha promosso uno sciopero generale.
Per protestare contro la uccisione di qualche operaio? L’- No.
Per protestare contro una iniqua sentenza di classe, pronunciata dall’autorità giudiziaria? – No.
Per solidarietà con qualche gruppo di operai-scioperanti? – No.
Per resistere a qualche illegalità delle autorità politiche o amministrative? – No.
Perché dunque? – Per protestare contro il governo che minaccia di togliere all’arsenale di Spezia l’allestimento della corazzata Andrea Doria.
Va da sé che alla prima occasione i sovversivi di Spezia insceneranno anche a casa loro qualche «solenne comizio» contro le spese «improduttive».
È da notare che a capo di questo movimento di protesta… rivoluzionaria, si trovava una cooperativa, quella degli operai metallurgici (Giornale d’Italia, 24 aprile). E va notato pure che l’agitazione di Spezia si è manifestata nello stesso tempo in cui il consiglio di amministrazione della Casa Ansaldo lamentava nella relazione annuale di non avere sufficiente lavoro. Nello stesso tempo gli operai del cantiere Orlando di Livorno facevano dimostrazioni addomesticate per reclamare che lo stato desse lavoro al cantiere Orlando (Avanti!, 14 maggio 1913). E i deputati di Napoli si recavano dall’On. Giolitti a chiedere «nuovi ordinativi per affusti, cannoni, spolette e proiettili» agli stabilimenti di Napoli, affinché non avvenissero nuovi licenziamenti di operai metallurgici (Corriere della Sera, 24 maggio). E i giornali clerico-moderati-nazionalisti spingevano avanti la campagna, affinché il governo impostasse nei cantieri quattro nuove grandi corazzate».
Durante la settimana Rossa i centri industriali si mantennero fermi. Durante l’agitazione interventista, i centri industriali furono al di sotto delle campagne nelle manifestazioni antiguerresche. Durante le agitazioni del dopo-guerra i centri industriali furono i più lenti a rispondere. Contro il fascismo nessun centro industriale insorse come Parma, come Firenze e come Ancona, e la massa operaia non ha dato alcun episodio collettivo di tenacia e di spirito di sacrificio che eguagli quello di Molinella.
Gli scioperi agrari del modenese e del parmense rimangono, nella storia della guerra di classe italiana, le sole pagine epiche. E le figure più generose di organizzatori operai le hanno date le Puglie. Ma tutto questo è misconosciuto. Si scrive e si parla dell’occupazione delle fabbriche, e quella delle terre, ben più grandiosa come importanza, è quasi dimenticata. Si esalta il proletariato industriale, mentre ognuno di noi, se ha vissuto e lottato nelle regioni eminentemente agricole, sa che le campagne hanno sempre alimentato le agitazioni politiche d’avanguardia delle città e hanno sempre dato prova, nel campo sindacale in ispecie, di generosa combattività”.

“Facile previsione: vi sarà un mandarino che scriverà che non ho un’ «anima proletaria» e vi saranno dei lettori che capiranno che ho inteso svalorizzare il proletariato.
Per me risponde un’eco: quella dei calorosi applausi che salutano nei cantieri e nelle officine dell’industria di guerra l’annuncio del sottomarino da costruire o dei cannoni da fondere.
Per me risponde la tattica comunista consigliante di agire all’interno delle corporazioni e per le rivendicazioni economiche.
Per me risponde, anzitutto la rassegnazione del proletariato italiano, specie di quello industriale. Attendere che il popolo si risvegli, parlare di azione di masse, ridurre la lotta anti fascista allo sviluppo e al mantenimento di quadri di partito e di sindacato invece di concentrare mezzi e volontà sull’azione rivoluzionaria che, sola, può rompere l’atmosfera di avvilimento morale in cui il proletariato italiano sta pervertendosi interamente, è viltà, è idiozia, è tradimento”.

 

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Una canzone dei Boards of Canada, una poesia di Shuntaro Tanikawa

Sul piccolo globo esseri umani
dormono si alzano, lavorano
talvolta desiderano avere dei compagni su Marte

I marziani sul loro piccolo globo
non so cosa fanno
(forse dormicchiano, si alzicchiano, lavoricchiano?)
Talvolta desiderano avere dei compagni sulla Terra.
Questo è assolutamente sicuro.

Gravitazione universale vuol dire
forza d’attrazione della reciproca solitudine

Il cosmo è deformato
quindi tutti desiderano cercarsi.

L’universo si espande sempre di più
perciò tutti sono incerti.

Alla solitudine di due miliardi di anni luce
Inconsciamente ho fatto uno starnuto.

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Lorenzo Mei – “Suenos con serpientes”, storia breve di una canzone antifascista

Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti.
Nino Pedretti

Lorenzo Mei è un buon amico, una penna morbidissima e un vero Cane Bastardo, ossia una delle tante persone del collettivo con cui ho scritto FRANTI – Perché era lì – antistorie da una band non classificata, il libro sull’omonima band hardcore folk degli anni 80 a Torino e su tante altre storie che hanno in comune la repulsione per ogni forma di fascismo, sconfitto militarmente ma non ideologicamente il 25 aprile 1945. Qui la storia di una delle più belle canzoni antifasciste che conosca, sulla forma più subdola e pericolosa di fascismo che si insinua anche nelle più celebrate democrazie: l’imperialismo. Buona liberazione!


Silvio Rodriguez, Dias Y Flores (Sony Music), 1975.
Un pomeriggio d’estate, in un prato fresco dietro a una casa di campagna, ho ascoltato con qualche amico Stefano Giaccone che cantava una canzone del cubano Silvio Rodriguez, Sueno con serpientes, che non conoscevo. La melodia è di una bellezza accecante, le parole mi sembrano utili per descrivere una delle pietre di cui è fatto il giardino dei Franti. In apertura viene declamato Brecht, da In morte di Lenin: “Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi/altri che lottano un anno e sono più bravi/ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi/però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Nella canzone Rodriguez racconta un incubo ricorrente, popolato di serpenti di mare: dopo averne sconfitto uno, dandogli da masticare una colomba e avvelenandolo con il bene, un altro ancora più grande lo insegue, spalanca la bocca spaventosa, e lo afferra. Il mostro vuole vincere la sua preda inseguendola strisciante, con la calma di chi sa che le prede si conquistano aspettando un segno di debolezza, un passo insicuro. Intervistato da un giornalista che insisteva, come altri prima di lui, per sapere che cosa rappresentassero i serpenti, un giorno l’autore decise di non ignorare la domanda: “Companeros, las serpientes son los imperialistas”. Nel sogno il poeta sceglie l’unica via possibile per la propria salvezza: si lascia ingoiare e, mentre passa per l’esofago, proprio lì, quando aspetta di essere digerito, recita un verso che distrugge lo stomaco del serpente, e mette fine all’incubo. La canzone non ci dice che in quel verso c’è l’arte, la bellezza, la commozione o lo stupore. Ci dice che in quel verso c’è la verità. Ho pensato subito che valesse anche per i Franti, che in fondo forse, più di tutto hanno cercato un verso di verità per far esplodere il serpente. Dias y flores è l’album che contiene la canzone, insieme ad altre perle che meritano di essere ascoltate e valgono l’inserimento in qualsiasi kit che consideri verità e bellezza strumenti di sopravvivenza, e sappia custodire il coraggio degli indispensabili, quelli che lottano tutta la vita.

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L’universale (Federico Micali, 2015)

Una vespa a motore acceso dritta in sala durante la proiezione tra gli applausi della folla che invece che incazzarsi e chiamare la polizia trasforma il fatto in leggenda. Abbuurracciugagnene! e altre invenzioni linguistiche in vernacolo fiorentino gridato a gran voce durante Ultimo Tango a Parigi. E borda! di canne e vino rosso, con quel comunismo tanto meno indottrinato tanto più viscerale a unire i diversi. Detta così parrebbe la descrizione di un vecchio casino, eppure sono solo alcuni degli aneddoti più brillanti tratti dal film L’Universale, ritratto sentimentale della Firenze a cavallo tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta attraverso un cinema di quartiere e le storie private e pubbliche cui fece da scenario, quale che l’Italia intera fosse qualcosa che incidesse poco o niente nell’equilibrio generale di un rione popolare dalla vita autonoma, oltremodo schietta e irriverente a dismisura. Fino all’epilogo, la chiusura del cinema nel 1989 perché una città intera – figurarsi un quartiere e un cinema di quartiere – non poteva più sostenere i cambiamenti epocali che arrivavano dai politicanti di Roma e dagli odiati milanesi.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/universale-film/

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