“I came so far for beauty” – Omaggio a Leonard Cohen

“I came so far for beauty
I left so much behind.”

Le sue poesie lette furiosamente sui treni, notti intere a far fiorire il diluvio con le sue canzoni, amori nati e morti lungo l’eco delle sue strofe, quel concerto a Lucca di 4-5 anni fa che sembrava già un commiato e non lo era, ma consumai la sua morte quella sera guardandolo dare le spalle al palco alla fine del concerto e scendere la scaletta, un gesto semplice che a me farebbe tremare le gambe, si deve avere una certa confidenza con la fine pensai fra me e me, ma non lo dissi a nessuno ed ebbi paura come adesso di sentir mancare il senso che solo i poeti danno alla luce e al contrario della vita, che non è la morte, ma qualcosa che teniamo stretto in ognuno di noi e una volta al secolo un poeta tra i tanti giunge a nominare per farci sentire il popolo eletto di questo sentimento che ha bisogno della poesia per esser detto.

La mia foto preferita del Poeta e il poster che mi aspetta nell’ingresso di casa attimi dopo aver girato la chiave nella porta, come una benedizione. Fino ad oggi guardare un uomo come qualcosa che vive e da domani come qualcosa che è morto – “new skin for the old ceremony” – come cambia il sentimento questo piccolo oscuro dettaglio. E ancora più strana la vita e la morte del corpo umano, nessun arto continua a vivere anche dopo la morte eccetto il volto di un uomo in una bella foto.

E quel momento in cui Leonard Cohen canta e piange una delle sue canzoni più belle dal vivo, lo guardano milioni di persone alla tv e alla fine della canzone una lacrima si stacca dall’occhio e scivola sulla guancia in un piccolo riflesso più vero della vita, ci abbaglia e ci dice che il poeta è nudo, nudo con i suoi versi e le sue canzoni di fronte al mondo intero e al dio sconosciuto. Non trovo un coraggio più bello e necessario di questo.

Leonard Cohen, qui con il suo maestro Kyozan Joshu Roshi, era un frequentatore assiduo del monastero zen di Mount Baldy, Los Angeles, dove ha preso il nome di Jikan il silenzioso perché “avevo bisogno di rigore, poi è nata l’amicizia con Roshi che dura da quasi 40 anni. Roshi ha compiuto cent’ anni lo scorso primo aprile. Eravamo seduti di fronte a un bicchiere di vino rosso un paio di anni fa. Ha sollevato il bicchiere, mi ha dato un pugno sulla spalla e mi ha sussurrato: ‘Scusami se non muoio'”.

Leonard Cohen per lui scrisse tante poesie, tra cui questa intitolata, semplicemente, “Roshi”:

“Cosa dicesse esattamente
io non l’ho mai capito
ma ogni tanto
mi sorprendo
ad abbaiare col cane
o a curvarmi con gli iris
o a dare in altro modo
il mio piccolo aiuto”

L’ultima cosa tra le mille che si possono ricordare di Leonard Cohen la devo a Lorenzo Mei, amico e massimo appassionato del poeta. Tempo fa Lorenzo mi disse di non amare la poesia, in risposta gli scaricai nel bagagliaio una dozzina di libri di poeti che amo e che non ho più ripreso. Mi piace l’idea che stiano con lui in un giorno come questo, pronti all’uso per sublimare lo sconforto per la scomparsa di un altro poeta. E ora spazio al racconto di Lorenzo, che su Cohen dovrebbe scrivere un libro: “Nel 1970 Leonard Cohen suonò al festival di Aix-en Provence. Mentre andava verso il luogo dove si svolgeva il festival insieme alla band, si accorse che il traffico era completamente bloccato. La locanda in cui aveva dormito con i musicisti aveva una stalla con alcuni cavalli, così Cohen e gli altri, che venivano prevalentemente dal Texas e dal Tennessee, li presero in prestito. Sulla strada trovarono un “Texas Bar”, e la tentazione fu troppo forte: legarono i destrieri fuori dal locale e si fecero una bevuta, poi ripresero il cammino. Una volta arrivati a destinazione, perché non salire sul palco direttamente a cavallo? Naturalmente lo fecero. E’ quasi superfluo dire che quello di Cohen era bianco.

“Tra le migliaia
di coloro che sono conosciuti
o aspirano a farsi conoscere
come poeti,
forse uno o due
sono poeti autentici
gli altri sono finti,
gente che bazzica i sacri recinti
cercando di darla a bere.
Non c’è bisogno che vi dica
che io sono uno di quelli finti
e questa è la mia storia.”

Non è vero.

“Hineni, hineni
I’m ready, my lord

There’s a lover in the story
But the story’s still the same”

Era vero.

 

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