UN TEMPO LENTO – racconti e musica d’Appennino, stasera con Francesca Matteoni e S y i l v i a

UN TEMPO LENTO – racconti e musica d’Appennino torna stasera, lunedì 8 agosto alle 19 sul lago di Spedaletto con
Francesca Matteoni
S y i l v i a (Silvia Vettori)
letture per dare voci a torrenti e pietre e canzoni per fermare il tempo sopra queste valli generose a cura di due donne che sanno cantare, in poesia e in musica, tutto ciò che vive distante dalle luci della città. Francesca Matteoni esplorerà queste valli, fiumi e vite silenziose accanto alla chitarra e voce di Silvia Vettori.

“UN TEMPO LENTO – racconti e musica d’Appennino”
è un piccolo festival in quattro tappe sulla montagna pistoiese, un’occasione di incontro e ascolto tra artisti e appassionati dell’Appennino tosco-emiliano e delle parole e le musiche ad esso ispirate, lontane dalle luci della città distante.

Spedaletto Pistoiese (PT)
Ristorante Lago Lo Specchio Spedaletto, via di Spedaletto 1

E ora un testo di Francesca e una canzone di Silvia per invitarvi ancora.

Franscesca Matteoni – /il fiume nella piana parla di se stesso/

Ho questa carne scomposta in molte vite.

Zoppico quasi fermo sull’ossame
che a strati rende forte la mia terra.
Torrenti e il suono delle rane
le ombre raggrinzite dei rottami
sul segreto d’erba, sasso, zolla vuote.
Dentro lamine di rame avanzo
mi soffio sul telaio degli attrezzi.

La natura del terreno che si flette
nel rotolio dei pesci, il caglio
dei rifiuti e dei metalli.

Voi del fiume vedete il tratto
di un essere incessante, ripetuto –
gli anni rimestati, indifferenti
nel solco primigenio.

Voi non chiedete all’acqua se ha dolore
perché lei sempre ricompone il corpo
inghiotte, si risana, non trattiene
un volto o un alfabeto troppo a lungo.
Ed è intessuta a fondo, si strizza
dalle erbacce come gocciolio di lume.

Mi scrollano i bagnanti dalle gambe
dove l’airone vola via dal nido
sospeso in brevi specchi nel pulviscolo
bevuto dalle labbra nelle mani.

E quando in superficie rivedete
un filo che su un altro si ricuce
tremate – l’acqua ha un braccio, un occhio cabo
sul vostro vasto viso vi diviene.

A rivoli, segmenti, fossi ombrosi
dentro le porte chiuse delle strade –
a cumuli strappati di fogliame
a lenza improvvisate di canale
a crani di ratti fracassati.
L’animale scannato, la carogna
dentro i teschi l’argilla che s’annera
io tutto, tutto prendo e spingo in basso
che mi s’impietri
in me poi rifluisca
e faccia pace con le terre umane.
Quanto a lungo nell’acqua sosterete?

È ferita lo spacco dove cresco
e sono molta luce unita al fango,
forza della pianta, riflesso,
passo del ritorno.

Da dove vengo io? Dove m’interro
tra i vostri corpi sento un grido
che non avete, ancora, dimenticato.
Da dove vengo, dove straripo
dove vi tengo
con l’ansia del bene.
Nelle vostre città di ponti e mura
e cielo vetroso che si affaccia
sul mio limo bollente nell’arsura
nel tanfo ricoperto sotto il sole
dagli animali rossi d’iniezione –
e lento, io sempre troppo lento
m’incrosto, mi libero, discendo.
Intaglio, avvengo, in superficie
risplendo. Spurgo del mondo.

 

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