Sulla generica attribuzione di “populismo” a chi la pensa diversamente da noi

Molti opinionisti e commentatori, in buona e cattiva coscienza, si sono accaniti nei giorni successivi al referendum della Gran Bretagna su chi ha votato per lasciare l’Unione Europea.

– “Qual è stato il peso del populismo in questo risultato?”
– “Rifiuto questa terminologia. Populista oggi è chiunque abbia deciso di dare la parola al popolo, di rendergli il potere che gli appartiene, di ascoltare quel che dice quando gli si chiede in un referendum quel che pensa. Coloro che ricorrono alle parole populisti o populismi sono di solito dei populicidi, in altre parole degli assassini di popoli.”
Intervista a Michel Onfray, Corriere della Sera 26/06/2016

Il ricorso al termine “populismo” è ormai inopinato e casuale, un’accusa generica che si somma a chi più finemente invoca la revisione del suffragio universale (“Devono votare anche gli ignoranti?” il titolo di un editoriale del Washington Post che ha fatto il giro del mondo e che potete leggere qui) lamentando che non si può lasciare al popolo il diritto di decidere questioni complesse. Ma è stato davvero populismo quello espresso dagli inglesi?
Al momento gli inglesi non hanno ancora votato per un governo di estrema destra, hanno votato contro l’Europa delle banche, che è diverso e comprensibile, storicamente e culturalmente, sebbene sia un suicidio economico e sociale certo almeno nel breve termine. Ma lo avrebbero fatto anche in passato, anche in misura più massiccia, come le dichiarazioni di voto per fascia di età potrebbero indicare. Ciò nonostante, se domani si ripetesse il referendum vincerebbe il Remain perché alcuni in Gran Bretagna hanno giocato col voto di protesta e ora hanno capito le conseguenze (e come i proclami di un Farage diventino in un battito di ciglia carta straccia), ma altri hanno votato scientemente contro l’Europa delle banche, per fermare la globalizzazione e le cessioni di sovranità.
L’errore di scambiare il fronte del Leave per un fantomatico partito di destra inglese che va da Farage a Johnson è nei fatti una fantasia di persone realmente non informate dei fatti che si credono informate dei fatti (Farage, secondo i media inglesi, sarebbe contrario persino a entrare in un governo di coalizione per ottemperare al vuoto governativo lasciato dal suicidio politico di Cameron). Nei numeri non esiste in Inghilterra un simile partito, a maggior ragione adesso (paradossalmente) che un Farage ha già fatto e vinto la sua puntata più alta e può solo decrescere rispetto al suo sogno proibito di diventare il nuovo Mosley.

Il motivo per cui il Remain ha perso non è esclusivamente legato alla stupidità radicale di Cameron o al solo “becerismo” (quello che altri chiamano populismo, generalizzando su scala maggiore una minoranza xenofoba), ma perché gli inglesi e l’Europa sono sempre stati due cose diverse, solo strategicamente affini in funzione anti-tedesca da un secolo e più (e due guerre mondiali). La Gran Bretagna è sempre stata un’enclave dentro l’Unione Europea, e nei piani folli di Cameron il referendum avrebbe dovuto rafforzare le richieste di statuto speciale già concesse storicamente all’Inghilterra, oltre al suo personale governo. Ma non si stringe a sé il diverso – come avrebbe dovuto fare l’Europa – parlando una lingua insopportabile agli inglesi come l’avvicinamento alla Russia di Putin e altri temi inconciliabili con la visione geopolitica inglese – peculiarmente inglese! – ignorati da quei giovanissimi contro il brexit che coi soldi di papà hanno potuto diventare figli del mondo (e che Limes ribadisce qui). Il brexit è il sogno geopolitico di Schauble e di Putin – ancora una volta abile nel fare il suo gioco, restando in silenzio sul referendum conscio che ogni parola in merito avrebbe scosso l’inconscio russofobico degli inglesi – e questo è il motivo per cui a differenza del voto greco di un anno fa la Germania non ha fatto niente per impedire l’espressione democratica di un popolo sovrano, sperando nel colpo grosso. Non è un caso che 2013 il think thank Centre for Economic and Business Research prevedesse che il Regno Unito diventasse il nuovo leader in Europa nel 2030, superando proprio la Germania.
Ridurre l’ideologia di una pratica d’azione critica all’Europa delle banche al mero populismo dei Farage, Le Pen e Salvini non rispecchia la realtà complessa dei fatti storici in corso, così come l’ideologia moderata di chi propende per un cambiamento dall’interno che tutelasse l’unione (sebbene storicamente soprattutto le eversioni siano interne, e in questo noi italiani – dal PSI d’inizio secolo al PCI di fine – siamo maestri). Hegel sosteneva che “il reale è razionale” e quindi può essere analizzato, anziché scaricato come pulsione su quella fascia di popolazione responsabile di un fatto storico opposto a interessi e visione dell’altra.
Sono le pulsioni irriflesse a renderci beceri, non l’ideologia.
L’ideologia di entrambe le posizioni sul futuro dell’Europa parte da posizioni legittime che differiscono nel rapporto causa-effetto precedente al momento odierno ma non nel comune esito di un mondo ri-umanizzato, come fu l’Europa dell’immediato dopoguerra. L’amico Stefano Giaccone, che vive in terra d’Albione da anni ed è uno degli osservatori sul mondo preferiti del sottoscritto scrive: “Prevedo che prima delle prossime elezioni (in UK si vota con uninominale secca, UKIP potrebbe prendere milioni di voti e zero seggi), recessione, scioperi, omicidi e faranno un governo di coalizione che fermerà la procedura di uscita”. Se Trump non vincerà le elezioni e soprattutto se Juncker e Schauble lo permetteranno. Sono da leggere in questo senso le loro richieste di far uscire subito la Gran Bretagna dall’Europa, il treno politico della vita per chi vuole una Germania sempre più leader incontrastata grazie al contemporaneo indebolimento della Francia.

Tutto il mondo sta andando a destra (dall’Argentina all’India fino a noi) e il sintomo alla base resta questo neoliberismo folle, che rafforza le destre europee in particolare – qui più che altrove iniziano a mancare anche i benefici economici, oltre a quelli sociali – che hanno sempre partorito guerre mondiali. Fin tanto che le sinistre del mondo non prenderanno le distanze in modo irrevocabile dalla globalizzazione, il neoliberismo, il modernismo, non faranno che rafforzare l’estrema destra, lasciando ad essa il compito di farlo in modo becero -rendendo i popoli beceri – e i voti che in altri tempi sarebbero andati a moderati e sinistra.
Il mito dell’Europa unita a tutti i costi equivale al mito dell’Europa da sfasciare a tutti i costi. Ci vuole uno sforzo supplementare per superare l’idea pericolosa che i popoli non possano legittimarsi da parte di entrambi i populismi in causa. Per trovare un punto d’incontro, per renderci fratelli del mondo e per non consegnare la storia a becerismi come questo.

* grazie a Ignazio Gulotta e Carlo Bordone per aver generato l’occasione di un confronto civile su questi temi, da cui è nato questo post

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2 risposte a Sulla generica attribuzione di “populismo” a chi la pensa diversamente da noi

  1. Silvio scrive:

    Ottima e interessante analisi, carissimo.
    Come sai non sono un esperto, ma mi permetto qualche piccola osservazione.
    Credo che Onfray (che mi sembra entrambi apprezziamo) abbia ragione.
    Ma c’è un punto: è vero, non si può sostenere che il popolo non debba esprimersi su questioni complesse. Ma bisognerebbe riflettere sul fatto che è proprio il voto ad essere uno strumento troppo rozzo, ossia “becero” e “populista”, per esprimersi su questioni così complesse.
    È per questo che ognuno dice sempre la sua analizzando il voto, e il popolo è cretino o saggio a corrente alterna (ad esempio intelligente se vota sinistra, cretino se vota destra o viceversa, e via dicendo).
    La tua osservazione secondo cui il popolo ha votato contro le banche o contro la globalizzazione è azzardata, perché noi non possiamo sapere veramente cosa passava nella testa dei vari elettori. È dunque una osservazione legittima, ma che rientra appunto nel campo delle interpretazioni, e vale come una qualsiasi altra. Per quel che mi riguarda potrebbero anche aver votato contro Nonna Papera, ma io trovo che la cosa veramente sgradevole sia il tentativo di tutte le fazioni di interpretare il voto a proprio uso e consumo, che sia questa la cosa veramente “popoulicida” e che porta poi a dire che gli idioti non dovrebbero votare, non viceversa.
    Io non so se lo scarso appeal dell’Europa sia dovuto al fatto che non è sufficientemente compiuta o lo è troppo, o è compiuta sulle cose sbagliate e non su quelle necessarie (opzione per la quale propendo), e lo spauracchio del liberismo (solitamente “sfrenato”) mi lascia un po’ dubbioso perché mi sembra che un liberismo, in senso tecnico, non esista nella pratica. Un po’ come il Gender per Adinolfi.
    Esistono semmai aberrazioni finanziarie, questo sì, come il ritenere che il denaro generi sé stesso e si possa moltiplicare con un click. Questa è la vera patologia, la stessa (Onfray mi darebbe forse ragione) che fa credere alla moltiplicazione del pane e dei pesci.
    Anche la cosiddetta “globalizzazione” mi lascia un po’ perplesso: cosa significa esattamente? Esiste davvero ed è esattamente quello che si dice? Ed è lei il prodotto oppure la causa dello strapotere economico dei colossi finanziari?
    E i colossi finanziari hanno veramente interesse ad annichilire i popoli, o sono i popoli che si stanno rincoglionendo da sé?
    Credo sia molto difficile comprendere cosa stia accadendo, e cosa sia bene e male (non dico IL). Possiamo augurarci che non ci attendano tempi troppi bui, e capire che questo dipende anche da ognuno di noi, e che non tutto può essere delegato, e che prima di votare si deve cercare di informarsi e di comprendere. E i politici e i media devono imparare a non agitare spauracchi. I risultati possono essere imprevedibili e fatali.
    Grazie per l’articolo. Un abbraccio!

  2. Silvio scrive:

    P.S. Concordo comunque con la tua tesi, che è anche quella di Onfray, uno dei pochi, che la sinistra debba cambiare registro. Ma non è facile: deve fare un salto di qualità, laicizzarsi e abbandonare i suoi frusti orpelli.
    Cfr. il bellissimo libretto – appunto di Onfray – sul post-anarchismo libertario.
    La sinistra deve diventare, e con la massima urgenza, libertaria.

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