Brexit – I giovani hanno votato per restare e i vecchi per uscire dall’Europa, e quindi?

Nei commenti odierni all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea vige una premessa indimostrabile rilanciata sui social network: questa generazione di ventenni non solo avrebbe un’idea dell’Europa diversa da quella di chi non ha ventanni – il che è dimostrato dalle analisi del voto che stanno emergendo – ma avrebbe un’idea migliore delle altre fasce di popolazione che hanno votato al referendum, nonostante abbia perso di misura nella consultazione popolare. Questa dinamica è facilmente collegabile al vizio prospettico di far parte della sottocategoria di turno che ci si appresta a commentaree e non rendersene conto. Qualcosa che ha a che fare con l’infantilismo, più che con l’essere giovani, nel sentire le proprie idee come migliori, il che è umano, ma non oggettivo.
Il giudizio di valore implicito che presume il voto della generazione “entrante” più congruo di quella “uscente” è facilmente attaccabile: Hitler venne votato in massa dai giovani dell’epoca, dopo una crisi economica simile a quella odierna. Ciò nonostante oggi vi siano diversi studi comprovati sul conservatorismo della terza età, per attribuire un giudizio di valore negativo alla scelta di uscire dall’Europa dei non-più-ventenni è necessario qualcosa di più di un facile idealismo da tastiera: come accordare al progressismo europeista una valenza positiva (quando è ormai evidente il contrario, consultando qualsiasi parametro di una nazione facente parte dell’Unione esclusa la Germania)? Come accordare a questa generazione un qualche tipo di interesse a riscattare la propria quotidianità, ed averne una visione lungimirante?
Non basta dire che questa generazione ha subito la precarietà, gli insulti, le manganellate. Il passaggio logico che trasforma la precarietà subita in opinioni lungimiranti è tutto da dimostrare.
La contrapposizione tra generazioni c’è sempre stata, è nella natura della storia e non è una novità toccata a questa che anzi, ha avuto insulti e manganellate ma non ancora bombe, colpi di stato, carcerazione di massa (nel 1980 l’Italia era seconda solo all’URSS per detenuti politici, per esempio). Questa presunta generazione è invece la prima a lamentarsi della contrapposizione naturale con i padri senza riuscire ad affrontarla. Se questo referendum ha dato voce alla generazione “uscente” e perché quella “entrante” è ancora in fase tardiva di pubertà politica e non ha voce neppure quando gli spetterebbe democraticamente.
Dichiararsi per l’ennesima volta vittime del sistema quando si ha appena fallito una evidente possibilità di far valere le proprie opinioni non ci porterà da nessuna parte. Non riconoscere una prospettiva critica, all’interno di un qualsiasi movimento (figuriamoci una generazione) è un chiaro sintomo dell’incapacità di farsi movimento propositivo, ma solo passivo.
L’unica possibilità di raggruppare i ventenni di oggi in una generazione è attraverso i sintomi, anziché nelle risorse espresse. La passività è il sintomo principale dei ventenni di oggi all’interno di una sindrome ben più vasta che si chiama neoliberismo, modernismo e tutte le altre afflizioni dell’Europa contemporanea. E questa Unione Europea è una sindrome, una prospettiva finanziaria del neoliberismo più patologico.
Chiamarsi fuori da questa generazione che non vuole farsi azione è il primo passo per cambiarla e cambiare l’Europa. “O sei parte del problema o della soluzione”, cantava Claudio Rocchi negli anni Settanta che amiamo e da cui siamo distanti anni luce, nonostante si tratti soltanto di cinquanta anni fa.

* grazie a Francesco Terzago, che mi ha dato modo di elaborare queste riflessioni a caldo attraverso un confronto civile

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