Nika Turbina – Sono pesi queste mie poesie

Non per voi è il tempo

“Ho iniziato compenendo versi ad alta voce quando avevo tre anni. Picchiavo i pugni sul pianoforte e componevo. Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge, poi ti lascia”. I testi qui raccolti sono stati scritti da Nika Turbina fra i sette e i nove anni d’età, salvo l’ultimo. Si cita il suo diario “Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che diventassi donna”. Un intero corpus poetico aperto e chiuso dentro l’infanzia. E leggendo le sue poesie, sembra che di questa condizione aliena alle comuni infanzie, ne avesse sentore. Come scrive Evtusenko sulla Turbina, “nei bambini è vivo un acuto senso di verità, lo rivendicano proprio quando è massimo lo scarto tra poesia e vita”. Nika Turbina è morta a 27 anni, cadendo da una finestra.

Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

***

In piedi sui confini
dove perdi il contatto
con il mondo.
Si gettano quei ponti innanzi
quando scocca mezzanotte:
inflessibile è il tempo.

In piedi sui confini:
solo un passo ancora,
avanti!, verso l’immortalità.

Se mi volto, scopro dietro me
quei giorni che mi han dato tanta luce.

E non so decidermi
a quel passo,
ma mi mette fretta il tempo.
Con il far del giorno
si oscura la mia stella,
la linea si richiude in un istante.

***

Io sono una bambola rotta.
Si sono scordati di mettermi
un cuore nel petto.
E al buio, in un angolo, inutile,
abbandonata.
E come una bambola rotta
al mattino ho ascoltato
i bisbigli di un sogno:
“dormi, tesoro, dormi
e voleranno gli anni
e al tuo risveglio
di nuovo vorranno
prenderti in braccio
cullarti per gioco,
e troverà il suo battito
il cuore”
E’ solo tremendo
aspettare.

(Edizioni Via del Vento, Pistoia, 2008. Traduzione di Federico Federici.
Grazie all’editore Fabrizio Zollo per avermi fatto dono del volume in questione)

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