Lorenzo Mei – “Suenos con serpientes”, storia breve di una canzone antifascista

Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti.
Nino Pedretti

Lorenzo Mei è un buon amico, una penna morbidissima e un vero Cane Bastardo, ossia una delle tante persone del collettivo con cui ho scritto FRANTI – Perché era lì – antistorie da una band non classificata, il libro sull’omonima band hardcore folk degli anni 80 a Torino e su tante altre storie che hanno in comune la repulsione per ogni forma di fascismo, sconfitto militarmente ma non ideologicamente il 25 aprile 1945. Qui la storia di una delle più belle canzoni antifasciste che conosca, sulla forma più subdola e pericolosa di fascismo che si insinua anche nelle più celebrate democrazie: l’imperialismo. Buona liberazione!


Silvio Rodriguez, Dias Y Flores (Sony Music), 1975.
Un pomeriggio d’estate, in un prato fresco dietro a una casa di campagna, ho ascoltato con qualche amico Stefano Giaccone che cantava una canzone del cubano Silvio Rodriguez, Sueno con serpientes, che non conoscevo. La melodia è di una bellezza accecante, le parole mi sembrano utili per descrivere una delle pietre di cui è fatto il giardino dei Franti. In apertura viene declamato Brecht, da In morte di Lenin: “Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi/altri che lottano un anno e sono più bravi/ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi/però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Nella canzone Rodriguez racconta un incubo ricorrente, popolato di serpenti di mare: dopo averne sconfitto uno, dandogli da masticare una colomba e avvelenandolo con il bene, un altro ancora più grande lo insegue, spalanca la bocca spaventosa, e lo afferra. Il mostro vuole vincere la sua preda inseguendola strisciante, con la calma di chi sa che le prede si conquistano aspettando un segno di debolezza, un passo insicuro. Intervistato da un giornalista che insisteva, come altri prima di lui, per sapere che cosa rappresentassero i serpenti, un giorno l’autore decise di non ignorare la domanda: “Companeros, las serpientes son los imperialistas”. Nel sogno il poeta sceglie l’unica via possibile per la propria salvezza: si lascia ingoiare e, mentre passa per l’esofago, proprio lì, quando aspetta di essere digerito, recita un verso che distrugge lo stomaco del serpente, e mette fine all’incubo. La canzone non ci dice che in quel verso c’è l’arte, la bellezza, la commozione o lo stupore. Ci dice che in quel verso c’è la verità. Ho pensato subito che valesse anche per i Franti, che in fondo forse, più di tutto hanno cercato un verso di verità per far esplodere il serpente. Dias y flores è l’album che contiene la canzone, insieme ad altre perle che meritano di essere ascoltate e valgono l’inserimento in qualsiasi kit che consideri verità e bellezza strumenti di sopravvivenza, e sappia custodire il coraggio degli indispensabili, quelli che lottano tutta la vita.

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