L’universale (Federico Micali, 2015)

Una vespa a motore acceso dritta in sala durante la proiezione tra gli applausi della folla che invece che incazzarsi e chiamare la polizia trasforma il fatto in leggenda. Abbuurracciugagnene! e altre invenzioni linguistiche in vernacolo fiorentino gridato a gran voce durante Ultimo Tango a Parigi. E borda! di canne e vino rosso, con quel comunismo tanto meno indottrinato tanto più viscerale a unire i diversi. Detta così parrebbe la descrizione di un vecchio casino, eppure sono solo alcuni degli aneddoti più brillanti tratti dal film L’Universale, ritratto sentimentale della Firenze a cavallo tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta attraverso un cinema di quartiere e le storie private e pubbliche cui fece da scenario, quale che l’Italia intera fosse qualcosa che incidesse poco o niente nell’equilibrio generale di un rione popolare dalla vita autonoma, oltremodo schietta e irriverente a dismisura. Fino all’epilogo, la chiusura del cinema nel 1989 perché una città intera – figurarsi un quartiere e un cinema di quartiere – non poteva più sostenere i cambiamenti epocali che arrivavano dai politicanti di Roma e dagli odiati milanesi.

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