Salvatore Setola – Dovremmo smettere di fare figli (o Sul fare figli come atto d’amore)

Grazie a CloudItalia, la peggiore compagnia internet che serve il mio paese – nonché l’unica, e da qui i problemi – carusopascoski ha avuto gravi difficoltà nel tenersi aggiornato negli ultimi 5 mesi, con il sottoscritto costretto a poche ore alla settimana di connessione scroccata in giro. Ma essendo un blog nato per fare un’ecologia dell’equilibrismo vigliacco che impesta l’Italia, per proporre contropinioni, provocazioni e salti di pensiero, la questione della maternità surrogata è perfetta per riscendere in campo, con questo scritto radicale e intenso di Salvatore Setola, amico e critico musicale per Ondarock, musicofilo compulsivo e testa sempre al largo dai luoghi comuni. Non so se sono d’accoro con quello che ha scritto Salvatore Setola​ in quest’articolo, ma so che è qualcosa che dovremmo leggere tutti. Una provocazione scritta con la pancia e il cervello, e la riflessione più profonda e al contempo radicale che abbia letto sul tema della Maternità Surrogata, di cui mi limito a ribadire di preferire i fagioli in umido. Con un esempio grafico del perché potrebbe essere un bene non fare figli, scelto da Salvatore e condiviso da carusopascoski​. E prometto a quei lettori che hanno continuato a consultarlo durante l’inattività prolungata di aggiornare il blog più di una volta al mese. Prima dell’articolo, Salvatore ci suggerisce attraverso un’immagine un esempio del perché è bene non fare figli. Buona lettura, e se siete proprio convinti figli svegli in un mondo marcio. 

Un esempio sul perché a volte sarebbe meglio non fare figli, suggerimento di Salvatore Setola.

Sulla questione che sta animando l’opinione pubblica in questi giorni, io la penso in un modo ben più radicale. Dovremmo smettere di fare figli. Tutti. In qualsiasi modalità: biologica o assistita o surrogata. Perché spesso sono solo una proiezione del nostro ego e non un atto d’amore. Desideriamo un figlio come desideriamo il cellulare alla moda o la macchina nuova. E questa distorsione non dipende certo dal fatto che al desiderio di genitorialità abbiano accesso anche gli omosessuali. Anzi, credo che sugli etero pendano colpe gravissime, visto che fino a oggi, i figli, li hanno fatti principalmente loro. Non riesco a comprenderlo, questo assurdo bisogno tutto occidentale e moderno di avere un figlio a ogni costo e con ogni mezzo. Ma non mi sorprende, dopotutto abbiamo applicato la logica capitalistica persino a una scopata. So benissimo che ci sono felici eccezioni. E le benedico. Tuttavia, nella nostra società, la tendenza è quella di concepire i figli o come un passo di vita inevitabile (magari è solo l’atavico istinto alla salvaguardia della specie incanalato in una sovrastruttura sociale) o come un diritto individuale tra i tanti. E in quanto tale da esercitare con qualsiasi modalità. Anche se non provi amore verso chi ti darà quel figlio, anche ricorrendo al denaro.

Non sogno una famiglia e non desidero diventare padre, però penso che un figlio sia un atto d’amore. Ma non un atto d’amore nei confronti del nuovo essere che stiamo mettendo al mondo. Un atto d’amore nei confronti della persona con cui mi unisco nel fisico e nello spirito. Un reciproco dono di fertilità, una possibilità data al futuro in nome di un sentimento che ti lega a un altro. Se dalla procreazione togliamo le implicazioni spirituali, allora procreare diventa una questione di mera “produttività”. In quest’ottica un figlio e il pc dal quale sto scrivendo sono immessi nello stesso dominio. Quello dei beni di consumo. E non serve fare appello alla libertà personale di chi rivendica “l’utero è mio e ci faccio quello che voglio” perché, se la nostra identità non si risolve nell’avere ma innanzitutto nell’essere, allora ci sono cose – come i nostri corpi – che non possono mai considerarsi merce. La solita visione cattolica del cazzo, direte. Ma il cattolicesimo non c’entra, basta studiare l’antropologia. La nascita delle collezioni è un buon esempio. Nelle società rurali e primitive quando un oggetto era considerato “speciale” (e credo che speciale sia ogni parte del nostro corpo, al tempo stesso individuale e unica), veniva collocato all’interno di un recinto sacro insieme ad altri oggetti che si presupponevano speciali. Si pensava, cioè, che siccome quelle cose non erano normali utensili dovessero essere sottratte al circuito dei beni acquistabili, vendibili, scambiabili o regalabili ad altri uomini. Li si sacrificava, ossia li si rendeva sacri. Da quel momento abitavano uno spazio che non ammetteva negoziazioni.

Ecco, io credo che il corpo umano, alla medesima stregua, sia qualcosa di sacro e inviolabile. Ma se nella nostra società facciamo prevalere le ragioni della produttività, allora – esattamente in una logica capitalistica – si guardano le persone come mezzi e non come fini. La persona con la quale unisco il mio seme (o della quale accolgo il seme) dovrebbe essere il mio fine, non il mezzo per arrivare a uno scopo. Ossia figliare. Quando le persone diventano dei mezzi, degli strumenti, allora siamo caduti nel materialismo più barbaro. La fallibilità, a quel punto, diventa un limite. E, lo sappiamo bene, la visione utilitaristica non ammette limiti. Che siano limiti causati da un’alterazione delle funzioni biologiche (la sterilità), che siano limiti affettivi (non ho un amore, ma voglio comunque avere un figlio) o che siano limiti di compatibilità (due persone dello stesso sesso che non possono riprodursi). La cosa veramente pericolosa di tutta questa storia – e di tutta la parte di Storia che chiamiamo “progresso” – è che ci stiamo disabituando ad accettare la nostra fallibiltà, che invece dovrebbe essere una delle caratteristiche più preziose dell’essere (ancora) umano. E’ bello che due persone che si amano – etero o omosessuali – desiderino un figlio, ma se per varie ragioni non possono averlo, dovrebbero saperlo accettare. E magari dire: visto che non possiamo procreare, in nome del nostro amore salviamo un bambino orfano da una vita di merda. Ecco perché la vera, ignobile discriminazione contro cui bisognerebbe lottare è l’esclusione delle coppie gay dalla pratica, nobile, dell’adozione. Piuttosto che annunciare le nuove, fantastiche frontiere del progresso e del liberismo in quell’abominio (etimologicamente allontanamento dall’umano) che è la maternità surrogata. Definizione che sarà pure politicamente corretta rispetto a “utero in affitto”, ma che tradisce tutto un immaginario alla Philp K. Dick.
Non posso né voglio impedire, in democrazia, ad altre persone di esercitare il loro diritto sui propri corpi. Vorrei però ricordare che se affrontiamo il problema solo da una prospettiva legale, di diritto, e non nelle sue implicazioni filosofiche, spirituali e antropologiche (lo so che sono ambiti disciplinari poco cool rispetto alle magnifiche e progressive sorti dell’economia e della tecnologia), secondo me banalizziamo molto. Se figliare è un diritto e tutti hanno diritto a fare i figli, in qualunque condizione, in qualsiasi contesto e con qualsiasi mezzo giacché qualsiasi risultato – capitalisticamente – si può e si deve ottenere, non voglio certo che questo diritto venga negato a qualcuno. Per cui, se tale è il progresso, e se il diritto ha il solo scopo di regolamentarne le conseguenze, ben vengano tutte le leggi che permettano a chiunque lo voglia di ottenere un figlio. Ma se personalmente potessi battermi per una causa, mi batterei non affinché tutti abbiano il proprio bel figlio, bensì affinché nessuno ne faccia più. Direi: fratelli, smettiamo di riprodurci e andiamo tutti abbracciati – etero e gay, atei e credenti, musulmani e cattolici, bianchi e neri, fascisti e comunisti, ebrei e palestinesi – verso l’estinzione. Sarebbe l’unico, ultimo, estremo atto d’amore verso quella vita che abbiamo ormai reificato in ogni suo aspetto.

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