Bernie (Richard Linklater, 2011)

Un eccezionale Jack Black nel ruolo drammatico che non ti aspetti, una storia tanto vera da sembrare assurda e un regista al terzo tentativo di mappatura emozionale della provincia americana. Questi sono gli ingredienti principali di Bernie, commedia nera di quel genietto di Richard Linklater che dopo Slacker e SubUrbia, due onesti e riusciti tentativi di dire qualcosa di brillante sul sottobosco della nazione, fa centro con un film che dipana la perversa psicologia dell’America più bigotta e si interroga circa la banalità del bene e del male. Cosa distingue una persona buona da una cattiva? È giusto uccidere una persona cattiva? Fino all’annosa domanda: il fine giustifica i mezzi? Per rispondere a queste domande Linklater ripesca e rilegge un atroce ed esemplare fatto di cronaca del 1996, in Texas: nella piccola località rurale di Carthage l’assistente delle pompe funebri Bernie Tiede è uno dei residenti più amati della cittadina. Insegna alla scuola domenicale, canta nel coro della chiesa ed è sempre pronto a dare una mano, persino a Marjorie Nugent, una delle donne più ricche, odiose e odiate della cittadina. Rimasta vedova e seppur ottantenne, tra lei e il trentenne Bernie nasce una relazione ad altissimo quoziente di difficoltà, la sfida finale alla bontà magniloquente di quest’ultimo, che deraglia sul piano della fiducia incrollabile nell’amore verso il prossimo sotto i colpi spietati dell’efferata malignità di Marjorie uccidendola a fucilate in un raptus liberatorio rispetto al suo egoismo assoluto. Sospinto dalla cecità della comunità intorno a lui che non sospetta alcuna azione maligna da parte del buon Bernie, egli nasconde il corpo della vedova in un congelatore per nove mesi, dando l’illusione che lei sia ancora viva e spendendo intanto il suo denaro in opere di bene sempre più spropositate a favore della comunità. Scoperto infine l’omicidio, Bernie inizia tanto il processo legale quanto quello popolare, dall’esito opposto e parimenti grottesco, relativo e radicale.

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