“Hic Rhodus, hic salta” – Grecia, Tsipras e la democrazia col culo del popolo

Il titolo dell'Huffington Post del 28/06/2015

Il titolo dell’Huffington Post del 28/06/2015

“Hic Rhodus, hic salta”

[“Qui [è] Rodi, salta qui”. Il senso traslato è “Dimostraci qua e ora le tue affermazioni”. La frase si trova in una delle favole di Esopo, dove un atleta sbruffone afferma di avere fatto un favoloso salto da un piede all’altro del celebre Colosso di Rodi, e di potere esibire dei testimoni; al che uno dei suoi ascoltatori gli dice che non è necessario chiedere ai testimoni, e basta che ripeta il salto là dove si trova.]

Ieri l’Huffington Post titolava, esprimendo grande sorpresa, che i primi sondaggi in Grecia attribuirebbero un vantaggio significativo alle posizioni del compromesso e dell’accettazione delle durissime condizioni poste dalle istituzioni finanziarie europee e internazionali anziché a quelle della piazza inferocita che si ribella contro l’eurogruppo e si dichiara pronta a uscire dall’Euro e dall’Europa a costo di non “diventare pakistani per i prossimi cinquant’anni”, come ricorda il più influente giornalista greco Triantafilopoulos. È la stessa che ha votato Syriza e da cui viene il suo leader e Primo Ministro greco Alexis Tsipras, affinché certi no fosse lui stesso a rilanciarli ai potentati politici e finanziari che stanno schiacciando la Grecia da anni.
Ma siamo diventati tutti così ingenui da pensare davvero che un capo di governo, prima di indire il referendum più importante nella storia della nazione, non abbia consultato egli stesso i sondaggi su cui ogni governo mondiale si basa per governare, stabilendo attraverso questi come modulare la propria linea politica per la tempesta che sta per abbattersi sulla nazione? “Tsipras ha indetto il referendum con indicazione di votare contro. Un politico professionista di grande mestiere: salverà capra e cavoli (governo e poltrona). Se prevarrà il no, avrà la legittimazione popolare per la bancarotta (che non sarà colpa sua). Se i cittadini voteranno “si”, avrà la legittimazione popolare per imporre tutte le dure misure che “lui non voleva” e contemporaneamente farà fuori la minoranza radicale di Syriza che detiene tra i 30 e i 40 voti in aula, vanificando un loro eventuale voto contro l’accordo in Parlamento mandando in frantumi la sua maggioranza di governo” (Dino Borgognoni).
Secondariamente, possiamo davvero sorprenderci che nel popolo greco odierno, che la retorica confonde con l’Antica Grecia, prevalga nei sondaggi la paura di mollare l’Euro e l’Europa rispetto a quella di mettersi una benda e lanciarsi a 300 km/h nel bosco fitto sperando di uscirne vivi invece che finire in un burrone? Vige una massima che dice: “meglio un dolore conosciuto che un cambiamento sconosciuto”.
A questo scopo è forse utile ricordarsi che in questi 150 giorni di governo Tsipras ha perso tempo utile, come ricorda ancora Triantafilopoulos, e non ha ricavato nessuna soluzione alternativa o strappo alle ferree regole del debito dalle trattative infinite con l’eurogruppo, che hanno senz’altro rafforzato la sua immagine pubblica fuori dai confini greci, ma che hanno esautorato compagni di partito, elettori di riferimento e figuriamoci chi ha votato altro, dai neonazisti agli stessi partiti che hanno creato l’enorme debito nazionale. Perché è anche utile ricordare che il popolo greco che probabilmente voterà “si” al referendum, avvallando l’ennesimo piano “lacrime & sangue” dell’eurogruppo nonostante sia ormai verificabile che la politica dell’austerity non ha fatto altro che mettere la Grecia sempre più con le spalle al muro, oggi non è composto da Zeus, Achille ed Ettore, ma da una massa abietta come quella che in Italia ha votato per 20 anni Berlusconi, che ha eletto per decenni i peggiori governi della storia europea, che hanno creato un debito di 320, 3-2-0 miliardi e sono ancora impuniti.

“Dunque, non c’è niente da fare? Al contrario. Il debitore ha un’unica minaccia seria da far valere contro il creditore: non ti ripago il debito. Questa minaccia è però decisiva, questa sì in grado di rovesciare i rapporti di forza. Agire seriamente questa minaccia vuol dire porre la questione della rottura con l’Europa reale, cioè l’Unione Europea della finanza e dell’austerity. Se su un campo non c’è partita, bisogna costringere il nemico a inseguirci su un altro campo, che scegliamo noi. Hirschman parlava dell’opzione exit, non come abbandono della lotta ma, al contrario, come pratica che combinata con la voice può trasformare il contesto. Altri lo chiamavano “diritto di fuga”. La questione è la capacità di determinare il campo di battaglia e una nuova temporalità, senza accettare quelli che il nemico tenta di imporre. Quando parlavamo di diritto all’insolvenza, non intendevamo forse questo?Sarebbe una catastrofe!, urlano i sinistri europeisti. Ma avete idea di cosa da tempo sta capitando in Grecia? Disoccupazione e impoverimento di massa, scuole e ospedali chiudono, l’Organizzazione mondiale della sanità denuncia il crescente numero di persone che si fa inoculare il virus dell’Hiv per accedere ai sussidi sanitari. Cara Europa e cari europeisti, la catastrofe è già avvenuta.”
Gigi Roggero, Rompere il tabù, rompere con il mostro: e poi si vedrà

Nel 2011 l’ex Primo Ministro greco Papadopulos propose il referendum in modo più ampio per i tagli previsti, ovvero per una politica economica di riforma fiscale forzosa, ritoccando al ribasso pensioni, istruzioni, sanità e così via senza chiedere misure straordinarie anche ai grandi patrimoni. Francia e Germania si opposero e la proposta saltò, così dopo quattro anni la situazione finanziaria della Grecia è drasticamente peggiorata mentre le loro banche private hanno ripreso una buona fetta dei crediti, affamando metà della popolazione greca. Pochi giorni fa c’è stato lo scandalo di uno dei più rappresentativi uomini del governo, il capogruppo e speaker di Syriza alla Camera Nikos Fillis, beccato in fila con gli altri cittadini greci a prelevare al Bancomat i propri risparmi. Ebbene, è notizia di oggi che da domani banche e borsa saranno chiuse.
Tsipras stato eletto appena 150 giorni fa ripetendo a megafoni spianati che la Grecia non si sarebbe più fatta prendere per il collo e il culo dalla UE, per essere l’uomo di rottura. Un segnale importante, con numeri tali che garantivano al partito di governare con un certo margine di autonomia rispetto a posizioni che sono proprie solo di Syriza, nel panorama partitico greco, o che talvolta generano ambigue alleanze e compromessi con il partito neo-nazista Alba Dorata e il partito conservatore dei Greci indipendenti. Ma giunto al momento per cui tutti quelli che lo hanno votato aspettavano di dover vivere nel giro di pochi mesi, ha fatto marcia indietro rispetto ai proclami pre e post vittoria elettorale come “Il popolo greco ha messo la troika nel passato, il popolo greco ci dà il mandato per un rinascimento nazionale. (…) Il nuovo governo non darà ragione a nessuna Cassandra, non accetteremo di inchinarci davanti a nessuna costrizione”. Parole, parole, parole, dimostrandosi nei mesi un equilibrista alla Vendola, un pavido alla Civati, i suoi equipollenti italiani. Per dirla con una metafora sportiva: avere il tiro della vita nei secondi finali della partita più importante del secolo, ma decidere di passare il pallone per non rischiare di passare alla storia come quello che l’ha sbagliato. Per dirla in termini politici: rivelarsi un moderato, e non a caso incontrare l’acclamazione di importanti economisti come Paul Krugman riguardo al referendum, che hanno sempre criticato le misure di austerity senza mai spingersi nella contestazione fondamentale che un mondo dominato dalla finanza non può che produrre mostruosità.
Indire un referendum in una situazione del genere è un tentativo patetico di non prendersi le responsabilità per cui è stato eletto, rispettare quel mandato che solo sei mesi fa impugnava con la piazza in festa ed ora con la nazione atterrita davanti al vero oblio, ritira, destituendosi rispetto al suo ruolo, inficiando ancora di più la credibilità delle sue resistenze davanti ai creditori, cui adesso ha dimostrato di non essere davvero opposizione di pronti a tutto. E non a caso, constatata la pochezza di Tsipras come leader nazionale, i contrasti con l’ala radicale di Syriza sono sempre più forti, le voci sulla nomina di un nuovo premier proveniente dal partito sempre più insistenti, perché come ricorda Krugman “finora Syriza si è trovata in una situazione politicamente complicata, con gli elettori furiosi contro le richieste sempre più pressanti di austerità, e la volontà di non lasciare l’euro. È sempre stato difficile considerare come questi desideri si possano riconciliare; e adesso è ancora più difficile”.

“Syriza sa che non godrà di un lungo periodo di tolleranza e che deve agire subito per dimostrare che crede veramente in quello che dice. Altrimenti, ci saranno nuove rivolte sociali.”
Amador Fernandez-Savater, La piazza e il Palazzo: Syntagma e Syriza

È lecito che la popolazione greca, almeno quella che ha eletto Tsipras perché recapitasse certi “no” a pillole indigeribili e mortali per l’intera nazione, si aspettasse che non si dovesse più tornare indietro su certe posizioni dopo appena sei mesi di mandato e invece si va proprio in questa direzione, rimangiarsi promesse e intenzioni di rottura e galleggiare fino a fine mandato, al massimo garantire un tappo qualsiasi rispetto a un Samaras o un qualsiasi altro uomo della “troika”, probabilmente non riuscire neppure in una delle due ipotesi ed entrare nella stagione più minacciosa della nazione senza pilota, senza motore, senza via d’uscita, per la Grecia e l’intera Europa, a partire dalle nazioni più deboli come Portogallo, Spagna e infine Italia.
Come scrive Luigi Ghirri su Il Ribelle: “Il problema è appunto questo. Si è messo in moto un meccanismo infernale grazie al quale l’esposizione delle banche europee verso la Grecia è stata girata agli Stati, quindi ai cittadini europei. Oggi il 60% del debito pubblico greco è in portafoglio ai due fondi europei salva Stati, il 12% al Fmi e l’8% alla Bce per un totale Troika dell’80%. Si tratta della applicazione del principio tanto caro alla Fiat di “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”. Se poi le banche avessero ancora in carico titoli greci e se Atene fallisse, tranquilli. Le banche potranno prelevare dai conti correnti della clientela le risorse per coprire le eventuali perdite, grazie alla legge recentemente approvata dal Senato. Anche questo è Libero Mercato. Il loro.”
E il quesito vero è: conoscendo scopi, scrupoli e mezzi dei creditori, il referendum di oggi avrebbe potuto essere invocato mesi fa quando avrebbe avuto i numeri per vincerlo, perché si è aspettato sino ad oggi che non li ha più? Perché era solo una promessa elettorale, forse? Già dopo la decisione della BCE del 4 febbraio di chiudere il principale rubinetto di finanziamento delle banche greche in risposta all’elezione di Tsipras, il governo greco è stato messo davvero con le spalle al muro nelle discussioni con i suoi cosiddetti partner europei, ma firmò un accordo il 20 febbraio che, come possiamo vedere oggi, non è servito a niente. Ha perso tempo, troppo, e aveva promesso l’opposto. E ora di tempo non ce n’è più. Tsipras è senz’altro un comunicatore eccezionale e ha vinto in modo straordinario le elezioni, da mina vagante e unendo piazza, avanguardie e movimenti, ma come politico si rifà a quella classe di dirigenti greci e non, politici e non, che pensa prima a mettersi al sicuro rispetto a tentare un’alternativa rischiosa, ma potenzialmente dirompente e sicuramente inedita, perché sul più bello gli è mancato il coraggio politico e con ogni probabilità gli mancherà il consenso popolare per fare quello che tanti di noi abbiamo sperato avesse la forza di fare con i voti già ottenuti e per cui è stato eletto e che, come ogni politicante, non farà senza ogni garanzia di salire sulla scialuppa di salvataggio per primo in caso di disfatta o di attacchi fatali dagli squali della finanza speculativa.
Nel caso di vittoria del “si” infatti, Tsipras, per coerenza, dovrebbe dimettersi ma potrebbe anche essere legittimato dalla UE come l’uomo del compromesso – proprio perché innocuo sulla poltrona governativa – invece che della rottura – di nuovo in piazza, a mobilitare la popolazione come nei mesi che hanno portato alla sua elezione – di cui si è dimostrato capace solo nei proclami. Riciclato come un D’Alema qualsiasi, da Piazza Syntagma a ferro e fuoco ai bottoni stretti di Berlino e Bruxelles. Come diceva Indro Montanelli: “La sinistra ama talmente i poveri che ogni volta che va al potere li aumenta di numero”, paradosso, segno e sintomo di una ideologia che non trova da decenni i leader adatti, la sua pratica e via d’azione effettiva nel mondo globalizzato ed è stata risucchiata dai compromessi e da sterili pretesti ideologici.
Troppo facile essere democratici col culo degli altri, consolidato vizio della politica greca ed europea degli ultimi decenni.

“Ma quanta parte di Syriza è disposta a una rottura? (…) Per alcuni leader di Syriza evitare la rottura dell’euro ad ogni costo funzionava quasi come una mitica garanzia di una prospettiva internazionalista e socialista. E questo è quello che sta orientando la politica di Syriza al momento.”
Alan Badiou, Tempi pericolosi ci attendono

Democrazia è responsabilità, non delega e “resta il fatto che tutti noi siamo arrivati con colpevole ritardo alla constatazione che è avvenuto in tutta Europa un colpo di stato che ha esautorato definitivamente la sovranità degli stati e dei governi legittimi. La Grecia è soltanto la metafora evidente e drammatica dello stato dell’arte generale.” (Stefano Testa), metafora e avamposto del laboratorio di dittatura finanziaria a venire. Peccato, perché poteva e ancora potrebbe essere un laboratorio di pratiche alternative in chiave anti-neoliberista, se solo Tsipras non avesse convocato il referendum e avesse già posto il suo veto avvallato da regolari elezioni, anziché nascondersi dietro un intero popolo che non sembra voler rinunciare al miraggio di un residuo benessere artificiale sempre più insostenibile e a caro prezzo. Che il popolo greco non se la senta più di entrare nel Cavallo di Troia, stavolta, è l’indicazione più confermata delle ultime ore. O forse si, e allora la prima battaglia sarà vinta e ci sarà ancora possibilità di ribaltare l’esito della guerra mossa dai potentati finanziari alle popolazioni mediterranee, di “sbattere il mostro in prima pagina”, “rompere il tabù, rompere con il mostro: e poi si vedrà”. Sarebbe un atto rivoluzionario e anche stavolta non passerebbe dai politici, ma dalla volontà popolare, dalle avanguardie e i movimenti che da decenni lavorano a tale fine, in Grecia.
In ogni caso non sarà certamente la fine dell’Europa delle banche e della finanza sregolata, ma può essere la lapide sulla fine della Grecia democratica – per mezzo proprio di questa farsa democratica del referendum, democratica nella forma ma non nel contenuto – ancora una volta illusa ed usata dai suoi politicanti, incapaci di compiere gesti rivoluzionari che se non sono loro propri sebbene siano l’antica patria della virtù, figuriamoci se possono essere nostri, italiani, che siamo l’eterna patria della viltà. Forse il popolo greco avrà più coraggio dei suoi leader, noi sicuramente non l’avremmo e pare assurdo come possiamo sorprenderci che a loro possa accadere lo stesso. L’Occidente governa da secoli attraverso la paura. Quando si ritorcerà contro noi stessi e i nostri discorsi “belli tondi e ragionevoli” ce la sentiremo finalmente addosso e ci accorgeremo di quanto sia miserabile, oscena e convincente.

Nikos Fillis, capogruppo e speaker di Syriza alla Camera é stato beccato in fila con gli altri cittadini greci a prelevare al Bancomat.

Nikos Fillis, capogruppo e speaker di Syriza alla Camera é stato beccato in fila con gli altri cittadini greci a prelevare al Bancomat.

* Grazie a Stefano Testa, Lino Milita e Bruno Silvestro per l’utile confronto di ieri pomeriggio su BAR DIAVOLO da cui è nato questo articolo.

 

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4 risposte a “Hic Rhodus, hic salta” – Grecia, Tsipras e la democrazia col culo del popolo

  1. mercadante scrive:

    Non sono d’accordo con queste critiche feroci a Tsipras, c’è chi pensa che abbia solo perso tempo e chi invece sostiene abbia portato avanti una battaglia come non ce ne sono mai state fino ad oggi nell’Europa dei funzionari e dei burocrati abituati a “collaborare” solo con chi dice sempre sì all’austerity. E francamente le parole di Triantafilopoulos sui giovani che non vogliono fare i lavori umili le trovo fuori luogo e degne dei peggiori talk-show della Mediaset.

    Il punto 27 del programma elettorale di Syriza prevedeva la consultazione referendaria per nuovi accordi e memorandum quindi non vedo dove sia lo scandalo. Non credo quindi che questa mossa sia solo per pararsi il sedere altrimenti non si sarebbe nemmeno schierato per il No. Il referendum è comprensibile da un punto di vista tattico: Tsipras ha capito che l’eurogruppo non vuole la “Grexit”, vuole solo togliere di mezzo lui, il governo di Syriza e sostituirlo con un governo compiacente e sottomesso ai diktat. Se il referendum dimostrasse che i cittadini greci sono in gran maggioranza con Tsipras, la sua posizione si rafforzerebbe e le elezioni che la UE cerca di sollecitare lavorando per sfiancare e spaventare il governo greco e i greci, sarebbero inutili.

  2. carusopascoski scrive:

    Comprendo la tua posizione, assai più ottimista della mia, che si augura lo stesso esito ma attraverso prassi politiche diverse.
    A prescindere da ciò, sono molto più pessimista perché se il referendum era previsto nel programma come si spiega il fatto che a febbraio, quando aveva certamente i numeri per vincerlo non l’ha indetto e ha firmato nuovi accordi (anche se da programma doveva invocare il referendum, come ricordi tu), mentre a luglio che i numeri non ce li ha più lo indice, quando avrebbe tutto per dire NO e forzare la mano una volta per tutte ai creditori? La mia spiegazione è che finché ha avuto i numeri ha sentito la poltrona salda e libertà di fare compromessi da moderato che si sta rivelando sempre di più (soprattutto considerando le sue origini radicali), illudendosi di poter strappare qualcosa in mesi di trattative, cosa che ad oggi possiamo constatare in modo oggettivo non sia avvenuta; da quando i voti li ha persi si è trovato in condizione di inventarsi un modo per galleggiare e mantenere da un lato il consenso di chi l’ha eletto (indicando di votare NO) dall’altra di chi in Europa sarebbe pronto a continuare a negoziare con lui se dimostrasse di essere incline all’Eurozona ad ogni costo come sta, nei fatti, facendo (indicendo un referendum che probabilmente perderà anziché rispettare fino in fondo i suoi proclami pre-elettorali e estromettere la troika dalla Grecia se necessario), forse anche per voler proteggere la Grecia da colpi di stato (questa buonafede di fondo sono pronto a condergliela, ma sarebbe un arretrare ancora prima di iniziare la sfida, una ritirata strategica senza nemmeno vedere gli schieramenti sul campo di battaglia).

    • Io condivido l’opinione di mercadante (forse anch’io sono un ottimista).
      Non intendo rispondere al suo posto, voglio solo suggerti di leggere una valutazione – si auto definisce alternativa – relativa agli accordi di febbraio che citi nella risposta.

      http://www.eunews.it/2015/02/26/accordo-grecia-ue-chi-e-il-vero-vincitore/30953

      Non credo che Tsipras (ma preferisco pensare il Governo greco che rappresenta) “abbia
      perso tempo”. In campagna elettorale ha sempre dichiarato di non voler abbandonare l’euro ed ha promesso, detto in soldoni, di voler “modificare la UE”.
      (intenzione tra l’altro espressa in modi seppur diversi da tutte le forze politiche in campo nel 2013 – e questo dimostra quanto meno che qualcosa non funziona nella UE).
      Ed un’onesta lotta politica richiede negoziazioni, compromessi e quindi tempo … nessun atteggiamento para dittatoriale: “ho i voti, quindi o con me o zitti” (credo ti ricordi qualcuno).
      L’uscita dall’euro, per molti economisti, rappresenta l’unica via di salvezza per tante nazioni del sud europa. Per altri economisti si tratta di un suicidio. Nessuno conosce la portata reale sia dell’uscita che della permanenza (alle attuali condizioni).
      Una nota tecnica. La storia dimostra che tutti governanti che hanno abbandonato una “parita’ di cambio” (che questo oggi e’ l’euro) alle prime elezioni indette sono stati cancellati per sempre dalla scena politica.
      Credo che questa regola, implicita, sia nota anche a Tsipras (di certo Varoufakis la conosce).

      Di solito parteggio per la democrazia ed in questo momento vedo piu’ democrazia dalla parte greca che dalla parte europea, ma forse e’ solo una mia falsa impressione.

      • carusopascoski scrive:

        Nessun dubbio che Tsipras sia democratico e la Merkel e la troika non lo siano affatto, il punto è un altro, ossia che Tsipras è un moderato e un europeista convinto mentre in Italia tutti lo inquadrano come un estremista che vuole aprire nuove strade. Pfff:

        “A forza di viaggi, discorsi e riunioni, Alexis Tsipras è diventato completamente matto. Oppure ha dovuto alzare bandiera bianca di fronte ai dogmi dell’austerità, allo strapotere degli avversari e alla mancanza di liquidità delle banche greche, strangolate dai provvedimenti di Mario Draghi. Oppure il leader di Syriza ha cambiato idea: ha capito che per cambiare la Grecia ha bisogno di varare riforme serie e un piano di austerità che presto farà diventare la Grecia una “tigre dell’Egeo”. Oppure si è comportato soltanto come un abile politico: ha mobilitato il suo elettorato per una battaglia puramente simbolica, ha salvato il suo partito e la sua poltrona, e quando si è trattato di decidere si è limitato al pragmatismo.” (http://www.internazionale.it/opinione/roberto-giovannini/2015/07/10/alexis-tsipras-proposta-creditori-commento)

        È tutte e tre le cose, penso io, ma soprattutto quest’ultima.

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