Marta Lentati – Paesaje de Rostros. La vita nelle grotte di Granada

L’aspetto più deprimente dell’Università italiana è la degradazione della tesi finale a lasciapassare per la laurea. Una questione burocratica e non più morale, figurarsi se estetica. Non capita spesso quindi di conoscere qualcuno che abbia scritto una tesi di laurea degna di nota, figurasi se illuminante come quella che ho la fortuna di pubblicare su carusopascoski oggi. Marta, come ogni ricercatore che si rispetti, ha vissuto per mesi e mesi con l’oggetto del suo studio, la vita tra le grotte di Granada che da anni ospitano persone con origini etniche e sociali tra le più diverse, accomunate dal desiderio di una vita diversa ed al cui fine hanno trasformato queste grotte nella loro casa. Così, armata di macchina fotografica e curiosità sincera, ha realizzato il reportage di cui si presenta qui un estratto composto da tre capitoli, Arminda, Adrian e Lisa, tre abitanti delle grotte che qui raccontano la loro esperienza con delle poesie splendide, in cui attraverso la descrizione degli aspetti sia quotidiani che emozionali della vita nelle grotte si accenna a quel centro pulsionale che li trattiene lì e che resta qualcosa che non ha nome, un elemento percettibile eppure indicibile che caratterizza una comunità di esseri umani che vivono con invidiabile armonia, lontani dalle luci della città distante, “umani in cerca dell’umano” che seguono le ragioni comuni di una vita degnamente vissuta e diversamente libera nel ventre della montagna. Accompagnano i testi le fotografie delle tre grotte, anch’esse opera di Marta, che ringrazio per la sua ricerca e per aver accettato di pubblicarla qui e di introdurla brevemente (ahhh, il culo di avere amici che fanno cose bellissime).


Paesaje de Rostros è un lavoro che parla della vita nelle grotte di Granada attraverso l’esperienza e il punto di vista dei suoi abitanti. Ho conosciuto questi luoghi due anni fa durante un viaggio durato un anno e mezzo, nel corso del quale ho avuto l’occasione di conoscere questa realtà da vicino, vivendoci e diventando io stessa un abitante delle grotte. Durante la mia permanenza ho conosciuto i delicati equilibri che sostengono il particolare rapporto che c’è tra le grotte e chi le abita, equilibri che sono poi diventati il soggetto del mio lavoro. La domanda che mi sono posta è stata: Cosa cercano queste persone? Cosa le ha spinte a vivere qui? Cosa offre questo posto? Le risposte a queste domande possono essere date per scontate se ci si ferma ad una osservazione più superficiale, diventano invece complesse se si osserva ogni singola esperienza, ponendo l’attenzione su quelle che sono le necessità recondite in ognuno di noi.
Per realizzare la mia ricerca ho deciso che il mio punto di vista da fotografa e da abitante passeggera non sarebbe bastato. Ho quindi chiesto ai miei vicini di scrivermi qualcosa, dei testi che secondo loro avrebbero potuto descrivere al meglio quei luoghi. Il risultato è stato sorprendente. Le risposte alle mie domande arrivarono ma non nel modo in cui mi aspettavo. Ogni testo racconta un’esperienza attraverso le parole ma anche attraverso la forma in cui vengono presentate. La tipologia di narrazione cambia in relazione al rapporto che il soggetto ha con questi luoghi. Poesie, descrizioni dettagliate, frasi brevi, singole parole affiancate agli scatti delle grotte, tutte raffigurate dallo stesso punto di vista, il mio e il loro.

ARMINDA

Fuori, ombre allargate si posano nell’orizzonte, sussurrando
gli stessi silenzi di questa montagna.
Parlano la lingua delle sorelle. Fluiscono, maestre, le acque del fiume;
Cresce il fico, il mandorlo, il fico d’india, la mora selvatica, l’aloe,
il melograno.
Si frammenta in un ciclo millenario la pietra.
Colpiscono in fondo, le campane della cattedrale, mentre ascende per il versante degli Aranci il gemito di
un gitano che si accende per la buleria.
Ci sono notti di luna piena sulla Sierra Nevada e colori di fuoco nel vento, che porta la persistenza
ossessiva della città, che mai riposa.
Dentro la montagna, scricchiola la roccia, si rinfresca nei giorni
d’estate, caldi e afflitti dai turisti; Si intiepidisce nelle nuvole e
nell’umidità dell’inverno.
La comunità delle grotte non è comune né ospita la smania di unità.
é temporanea (come la vita), bio diversa (come il mondo)
e complessa (come l’essere), difficile, la maggior parte delle volte.
Le ragioni di vivere qui sono le stesse che sostengono ogni vita:
Interiore richiesta di silenzio, fuga, resistenza, necessità, rischio,
libertà, comodità, desiderio, pazzia, eccesso, serenità, tradizione,
autonomia, movimento incerto.
Così che ogni male costruisce il suo frammento del bio sistema come vuole o può, o si lascia, nelle mani
dell’incoscienza, altre volte dell’esperienza sacra del Buon Vivere.
Si esige virilità, e che lo spirito sia chiamato in qualche modo a uscire da sé, senza che però smetta di
camminare del tutto:
vicino, ma sufficientemente lontano.
Per questo vivo qui, per la pertinente distanza che mi permette
a volte il silenzio e a volte di accedere alle differenti manifestazioni della cultura urbana.
Posso sedermi accanto al nonno fuoco, camminare scalza sulla terra,
prendere acqua dalla fonte, scendere dopo in città sapendo che un
angolino mi aspetta nel punto più alto, alieno all’atmosfera viziata delle carceri d’asfalto.
Non scappo, come tutti e tutte.
Sono io stessa il sistema.
Decido di seguire come voglio o posso o mi si lascia, il cammino della
coscienza, di chi guarda dentro per poter vedere fuori.


ADRIAN

La grotta è il mio rifugio nel ventre della montagna.
Senza acqua, luce, né gas.
Il versante è il mio quartiere, due precipizi che si incontrano
formando un anfiteatro.
Il vicinato riempie di spettacolo il soffocante calore di questo agosto, con musica, grida, giuramenti e
lamenti.
Abbondano i cani. Protettori, guardiani, vociferano senza riposo.
Dall’alto del colle, seduta nella poltrona del poeta, si offre la luna,
la luce stellata e la rossa Alahambra.
In mezzo al monte. Tra cardi, fichi d’india, agave
e steppa di erba secca.
Verdi versanti che nascondono segreti. Il Darro con un filo di voce nella valle e le sacre montagne che si
alzano giganti dietro all’aria, quasi palpabili da lontano, si offrono come conforto, una risposta, una
promessa.
Sempre lontani. Lontani dalla città e dalle sue cose.
Lontani dallo sguardo onnipresente del potere.
Utopie pirata, dove ancora è possibile nascondersi.
Ghetti, periferie, sobborghi, geografie brutali.
Lontani da mercanti e templi.
Si sentono i tamburi delle grotte dalla città.
Dalle grotte come un manto di cemento, la città sulla Vega, esalando luce, fumo e rumore.
Scendere in città. Salire nelle grotte.
Dormire con la luna. Svegliarsi con il sole.
Fermarsi, perdersi e pensarsi.
Emarginati, pirati, banditi, bambini perduti, viaggiatori, perseguitati,
rifugiati, fuorviati, fuorilegge, disillusi, resistenti.
Umani in cerca dell’umano.
Accendere un falò e condividere la mistica comunione del fuoco,
guardarsi negli occhi, ballando una danza di risate e coltelli,
di amicizie e dubbi.
Finzione scottante e vita scritta sulla pelle.
Politeismo anarchico.
Fermarsi, perdersi e pensarsi. Ripararsi dalle intemperie.
Umani in cerca dell’umano.
Compagnia, cibo e acqua. Rifugiarsi lontani, in una grotta,
per dormire nel ventre, il sogno della montagna.

LISA

Per i monti di Granada vagano i fantasmi di San Miguel.
Sono intense solitudini che muoiono in incontri casuali.
Cuori vagabondi, zaini fuggitivi, pazzie rampanti, anime senza ruolo
e corpi in fuga… per rifugiarsi nel ventre delle montagne di Granada.
Così selvaggi e così liberi,
così strani e così belli sono i miei vicini di San Miguel.

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