Clive Martin – Questa generazione non capisce quand’è il momento di crescere

Riprendo qui un articolo molto bello uscito su VICE e scritto da Clive Martin che potete leggere al link originale cliccando qui. L’articolo è su tutti quei tardo-giovani che non capiscono che crescere non solo fa parte della vita, ma è anche decisamente bello, a maggior ragione se questa cosa di sentirsi “giovane” è un puro artificio sociale come ha dimostrato John Savage ne “L’invenzione dei giovani”: la “teen-age” non è nient’altro che un target di mercato inventato nel primo Novecento, del quale la generazione dei nostri genitori creò una vera e propria “mistica”, il ’68. Visto che ha funzionato alla grande, il capitale ha pensato bene di estendere la teen-age ben oltre l’età inizialmente designata e incrementare i ricavi. E come avviene per ogni avvicendamento, è naturale che la generazione dei figli rinneghi e replichi al contempo quella dei padri ed ecco il risultato – siamo tutti giovani ergo nessuno è davvero giovane -. Per il mercato sono giovani, per essi stessi non sono niente. Da produci-consuma-crepa a consuma-crepa soltanto. Io non so cos’è meglio, so solo che il mio più grosso incubo è svegliarmi e avere ancora 18 anni mentre l’incubo di “questa generazione” è svegliarsi e accorgersi di averne praticamente 30. Ancora una volta: lieto di essere autistico. E di crescere.

La tendenza a “vivere aspettando il weekend” non ha niente di nuovo. In realtà, la storia di quella che chiamiamo “cultura giovanile” è semplicemente la storia di ragazzi che non sono in grado di conciliare la vita quotidiana e la vita sociale e che finiscono per trovare conforto nei riti del sabato sera e nelle mattinate passate a casa a non far nulla invece che nella carriera, nei figli e via dicendo. In poche parole, la spasmodica ricerca degli ultimi, brevi anni in cui possiamo comportarci in modo imbarazzante e dire stronzate prima di diventare uguali ai nostri genitori—cosa che accadrà comunque, che ci piaccia o no.

Ottime notizie: il senso di disillusione che provate non ha niente di speciale. L’unica cosa che lo fa sembrare diverso è l’esistenza di Facebook. L’insoddisfazione costante è un problema vecchio di decenni, una condizione ineludibile della società tardo-capitalista, un sintomo della disarmante inutilità della vita moderna.

I sentimenti di questo tipo ricorrono in un sacco di prodotti culturali, da La febbre del sabato sera a Quadrophenia, a Bright Lights, Big City. E stranamente, tutto ciò ha fatto sì che essere dei coglioni sia diventato rassicurante.

Lo stesso concetto di “teenager” ha ormai sessant’anni. Inizia ad essere un po’ datato. Mentre un tempo la stupida bramosia del venerdì sera era considerata una fase naturale attraverso cui passavano tutti—una sorta di pubertà esistenziale che si sarebbe conclusa da sola, quando i postumi sarebbero iniziati a durare giorni invece che ore—oggi sembra che la gente si stia dimenticando di uscirne.

Non si tratta più solo di giovani e studenti che cercano di scappare dalla vita reale, ma anche di ventenni e trentenni che fanno la stessa cosa. Persone che dovrebbero ormai sapere che si può e si deve fare anche altro nella vita, ma che evidentemente non lo sanno così bene. Persone grandi, adulti semi-funzionali, che non hanno però alcuna intenzione di rinunciare a quelle serate infinite passate a fissare il proprio riflesso nella tazza del cesso di un locale, e che non vogliono nemmeno trovare una ragione per rinunciarvi. Persone come me, insomma.

Questa è la mia generazione: una generazione che non viene in alcun modo incentivata a crescere. Niente figli di cui preoccuparsi, niente mutui da pagare, un’assistenza sanitaria sufficiente per restare vivi, un lavoro che ci dà ​giusto i soldi per nutrirci, lavarci e avere un posto in cui dormire e delle relazioni umane in cui l’unica cosa che ci distoglie dal nobile scopo di andare d’accordo con tutti sono le urla del capo o le telefonate preoccupate dei genitori. Un esercito di fannulloni del primo mondo intrappolati in un labirinto di immaturità.

Di recente, un mio amico mi ha detto che secondo lui oggi sarebbe impossibile fare un film come Big, proprio perché i trentenni fanno le stesse identiche cose che fanno gli adolescenti. Quindi non sarebbe più divertente né sconvolgente vedere un uomo adulto che compra un tavolo da ping-pong o che si mette i jeans per andare in ufficio. E probabilmente non funzionerebbe neanche se il protagonista avesse 40 anni invece che 30.

Io non ho ancora 30 anni, ma non sono nemmeno così lontano da quel traguardo, e quando penso alla mia vita di oggi trovo poche differenze con quella che facevo quando avevo 17 anni. Penso alle mie estati: continuo a bighellonare per le strade di Londra in compagnia di tizi appena conosciuti, tracannare lattine di birra, intonare cori da stadio, cercare di imbucarmi alle feste, scrivere a ragazze che puntualmente mi ignorano, ascoltare gli Underworld e indossare i pantaloni della tuta. Mi sembra di far parte del cast di un brutto remake di Goodbye Charlie Bright senza sapere come uscirne.

Anche se queste abitudini sono innegabilmente catartiche oltre che divertenti, devo ammettere che non è proprio il genere di vita che mi sarei aspettato di condurre alla mia età. Da adolescente pensavo che a quest’ora sarei stato un personaggio di Manhattan, con una florida vita sociale ravvivata dall’occasionale frequentazione dell’alta società francese e dalla visione delle retrospettive di Bergman. Non mi immaginavo sposato con dei figli, ma sicuramente non pensavo nemmeno che mi avrebbero buttato fuori dai locali perché porto i pantaloni corti.

Ora, potete starvene lì a piagnucolare per la “crisi della mascolinità,” per la “paura dei legami,” o solo perché siete degli idioti. Ma penso che facendo così non riuscirete a capire come stanno davvero le cose. Potreste sostenere che questo malessere riguardi solo le grandi città come Londra e che i Peter Pan della periferia si siano trasferiti qui con il preciso scopo di prolungare la loro adolescenza il più possibile. Ma la verità è che anche se avete la stessa età delle persone di cui sto scrivendo e siete molto più responsabili di loro, sapete benissimo che questo grande allontanamento generazionale dall’età della maturità è un problema che esiste ovunque, e che sarà ciò che si racconterà di noi quando, un domani, qualcuno inizierà a scrivere la nostra storia. Si racconterà di come i percorsi che un tempo conducevano fuori dall’adolescenza—fatti di figli, case, lavori per cui valga la pena spaccarsi la schiena—si siano improvvisamente interrotti, lasciandoci intrappolati in un limbo di perenne immaturità.

Come molte persone che conosco, sono già più vecchio di quanto non fossero i miei genitori quando hanno avuto me. All’epoca era diverso; giunto a metà dei tuoi vent’anni arrivava quel momento in cui iniziavi ad avere delle responsabilità, in cui dovevi mettere in pausa la tua giovinezza per far nascere una piccola versione urlante di te stesso, per poi tornare a viverla anni dopo tramite una vespa, un’Audi TT, l’amante, una massaggiatrice thailandese e i documenti del divorzio.

Oggi la mia generazione è già arrivata a un terzo della sua aspettativa di vita, e molti di noi stanno scoprendo che i vent’anni sono solo un’altra fase di un prolungato periodo alcolico che non abbiamo alcun motivo di interrompere e da cui non abbiamo modo di fuggire. ​

Ai tempi dei miei genitori, crescere era più facile. Non riuscirci era quasi impossibile; la società ti ci costringeva, che tu lo volessi o no. Adottare uno stile di vita che andasse oltre il giocare a FIFA e il distruggersi non era impossibile. Parliamo di un periodo in cui persino chi era povero, persino chi non era andato all’università riusciva a trovare un lavoro ben pagato, comprarsi una casa, sposarsi, fare figli e assumere tutti gli stereotipi che rendono le periferie il posto insieme migliore e peggiore in cui vivere. Certo, ci riuscivano un po’ più tardi rispetto ai loro genitori e probabilmente nel frattempo si divertivano molto più di loro, eppure non solo c’era una grande pressione sociale che spingeva a conformarsi al modo di vivere tradizionale, ma quel modo di vivere risultava anche appetibile, tanto che spesso capitava che molti di loro ci finissero dentro per errore, dando vita a una generazione di primogeniti non voluti come quella di cui io stesso faccio parte.

Oggi, sono poche le persone che fanno quest’errore. Un articolo dell’Economist intitolato “The End Of The Baby Boom?” faceva notare il grande e improvviso calo delle nascite avvenuto nel Regno Unito. È stato il primo calo del tasso di natalità dal 2011, e il più grande dagli anni Settanta.

Secondo le testimonianze riportate nell’articolo, questo fenomeno sarebbe influenzato da vari fattori, ma i più importanti sono due: il mercato immobiliare folle e l’economia in crisi, che di recente sono diventati sempre più collegati l’uno all’altra. La disoccupazione è alta, gli stipendi sono bassi e le case costano tantissimo. Un altro recente articolo stimava che, per comprare casa a Londra, bisogna guadagnare almeno ​120.000 euro all’anno. Va bene, stiamo parlando di Londra, ma Londra è anche la città ​dove vive un giovane inglese su dieci, e il posto in cui i salari sono i più alti del paese. Certo, altri posti costano meno, ma il fenomeno interessa comunque tutta la nazione. I salari sono diminuiti talmente tanto che oggi guadagnare 50.000 euro all’anno vuol dire far parte del ​10 percento più ricco della popolazione. Insomma, va tutto di merda.

Certo, forse parlare di avere dei figli e una casa vuol dire avere un’idea molto tradizionale di “maturità”. Ma in un sistema economico basato quasi totalmente sui prezzi delle case, investire in un immobile è probabilmente la cosa migliore che si possa fare invece che bruciare tutto in affitti sempre più cari. E i figli rimangono una delle poche cose al mondo che ti fanno capire che la festa è finita.

Queste cose, caratteristiche dell’età adulta, non fanno per tutti. Ma il fatto che un sacco di gente non sia capace di crescere e uscire da quel periodo della vita in cui non si fa altro che svagarsela è un problema grave, molto più di quanto non lo siano un paio di idioti ubriachi che rievocano con nostalgia la loro giovinezza.

Le testimonianze di cosa accade quando si nega a una generazione la possibilità di crescere sono tutt’intorno a noi. Sono le schiere di giovani uomini e donne buttati fuori dai locali con i vestiti sporchi di vomito e i cuori pieni di rabbia, i pezzi di denti incastrati tra i sampietrini nelle zone pedonali e i ​3,3 milioni di giovani inglesi che vivono ancora con i loro genitori. In pratica, sono i simboli di questa generazione incapace di crescere.

Invece di andare avanti con le nostre vite, rimaniamo ancorati a quello che conosciamo, perché trovare qualcos’altro è troppo difficile. Spendiamo la maggior parte dei nostri soldi in affitto per appartamenti che non ci piacciono, mangiamo pizza surgelata, guardiamo senza piacere qualche episodio di una nuova sit-com americana prima di affondare la faccia nel cuscino pensando a nuove scuse per non andare a lavorare. Nei fine settimana ci sfondiamo, come abbiamo fatto negli ultimi dieci anni, cercando di ignorare il fatto che questo comportamento ci fa precipitare in una profonda depressione. E lo facciamo perché è l’unica cosa che sappiamo fare. Viviamo la nostra versione personale de ​La grande bellezza; siamo la generazione che non sa che sarà di lei ora che è stata costretta a scegliere la realtà invece dei modelli che hanno indicato ai nostri genitori la strada per una vita tranquilla e rispettabile. Quando non hai più alcun modello da seguire, a cosa ti aggrappi per tornare alla normalità quando ti passa l’ennesima sbronza?

Se vogliamo trovare delle alternative oltre al classico “emigra o rassegnati,” dobbiamo inventarci modi alternativi per adattarci al mondo in cui siamo costretti a vivere. Sono tempi cupi, le cose vanno di merda per tutti, ma forse è il momento di cercare di fare qualcos’altro oltre a stordirci di feste fino alla mezza età.

Trovare un ​modo alternativo di vivere non vuol dire per forza imparare l’hawaiano e trasferirsi in una fattoria biologica. Dobbiamo cercare delle scappatoie allo stile di vita che ci hanno venduto. Diciamo di odiare il sistema che ci ha ridotti così, eppure tentiamo disperatamente di farne parte. Forse è meglio essere giovani in un mondo nuovo invece che vecchi in uno che conosciamo fino troppo bene. Mentre noi rimaniamo fermi qui, sta nascendo la prima generazione di nipoti dell’acid house. Forse è giunto il momento di trovare un nuovo modo di crescere.

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