Una poesia contro gli sproloqui su Charlie Hebdo

Ho scritto questa poesia dopo aver scritto e letto troppo sulla strage di Parigi, che ha generato una valanga di commenti d’una idiozia rara e complementare e sfocia in questo delirio compulsivo e collettivo sui social network a dire il prurito che si pensa: sempre o quasi una sciocchezza. Ne esco tardi ma definitivamente con una poesia nostalgica sul mio autismo perduto che pubblico qui nel più totale rispetto delle vittime innocenti degli ultimi giorni.

Vorrei tornare in India per ricordarmi
com’è che laggiù e poi al mio ritorno
non avevo voglia di dire niente
su ciò che ritenevo futile o brutto
nel mondo e nelle persone intorno,
un autismo dolce come il nirvana
che annulla la compulsione
dell’esserci per ciò che non si è.
Fu come un elisir, una visione felice
che risolve l’annoso problema
della partecipazione alla vita civile
mi sembrava inutile dire qualcosa
– o ero quella cosa o non potevo già dirla –
su ciò con cui non mi accordavo
come essente che già sente il movimento
dentro il cuore di un concetto, rispettando
la natura esplicita del disaccordo interiore,
nota spezzata dalle altre che s’innesta
in una sonata interminabile che ci comprende
ci dice come il nostro io non sia che niente,
il disequilibrio di un momento, la formica
che fa la sua vita fino a che non c’è qualcosa
che la schiaccia e la fa invisibile forma
nel contesto d’una piazza ora in rivolta
contro un fatto o un eletto nel clangore
attaccandosi nella sua parte divelta
con la bile a una scarpa come a un’idea,
quando va meglio pulviscolo in un prato
che confina con un altro
o una strada a noi interdetta.

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