Davide Tartaglia – Figure del congedo

“Ti accendi come un’alba:
è un luogo della memoria
l’altrove a cui anelo.”

Leggo parecchia poesia contemporanea italiana e ci sono una marea di bei libri da consigliarvi. Ma sono pigro e quindi li leggo, mi dico – questa va su carusopascoski – e poi non lo faccio. Da oggi voglio cercare di invertire la tendenza presentandovi tre poesie dal libro di Davide Tartaglia, che lontano da sperimentazioni asettiche e oggi – 2014 – già trite, scrive poesia nel senso di linguaggio dell’anima, non si rifugia nell’ordinario per paura dello straordinario e dà voce a sentimenti e suggestioni antiche eppure ancora vivissime, quelle dello spirito. Poesie verticali eppure dotate di una umiltà discreta, che scruta ciò che vorrebbe poter vedere chiaramente. Ma c’è un velo tra l’occhio poetico e il mondo che ci accade, ed è la testimonianza di quel velo il segno più netto della poesia di Davide. Leggendolo, si trascende la realtà per immergersi in uno spazio intimo e genuinamente mistico, come scrive nella prefazione Filippo Davoli: “Tartaglia non salverà i destini dell’umanità, la sua poesia non raddrizzerà la torre di Pisa e nemmeno rialzerà le torri gemelle. Non fermerà gli imperialismi e l’alta finanza. Non nasce per questi deliri che vanno tanto di moda (e che, a ben guardare, tradiscono un’assenza di vocazione alla poesia o un prosciugamento inesorabile della vena: che andrebbe peraltro dignitosamente accolto, anziché così turpemente mistificato)”. Per questo il suo libro mi è piaciuto: perché è un libro incredibilmente sincero, frutto di uno studio personale e non accademico in un ambiente, quello poetico, masturbatorio come pochi, e infine e soprattutto uno scavo interiore che posso solo intuire e di cui mi limito a godere, e molto, attraverso la lettura.
Fatto secondario ma che voglio comunque anticiparvi qui, è che Figure del congedo è uscito per Italic Pequod, la casa editrice che pubblicherà nei primi mesi del 2015 il mio India – complice il silenzio, diario di viaggio in versi e tante altre cose di cui saprete qui, presto.
Ed ora cinque poesie di Davide.

È nell’assenza spoglia
del muro che ti comprendo,
nel silenzio vivido della pietra bianca
che a tratti, al rarefarsi della luce
si dischiude.
Ma anche quando, sopra il deserto
di terra cruda stratificata dei secoli
modello la curva
perché rassomigli al tuo volto.

Io sono questo campo, scheletro del mondo
eternamente sospeso
tra l’adornarsi di fiori di maggio
e le ferite scure
che corrono dietro l’aratro.
A sera sprofonda nella penombra cupa
ma poi sul ciglio del cielo che scolora
nell’orizzonte diafano
si ritrova sempre, con le ginocchia sul petto
a parlare di te.

***

Dalle fessure un sole che incendia:
il vento caldo spariglia le carte
sulle spiagge di corpi riarsi.
Tu alla finestra contempli l’estate
i passaggi di tempo
i vuoti residui tra secondo e secondo
la luce immobile contro il muro.

Ma la morte non è questo solco
che il tempo ci scava nel viso
il fiato tagliato in due
il lento appoggiarsi di palpebra su palpebra,
morire è non sentire più
nella carne che palpita
la vita che morde,
è vivere e non soffrire più
la punta delle stelle.

***

Mi guardo fumare
appoggiato sul muro della cucina.
Di là, la pioggia
ancora lava le strade.
Così va svanendo
l’ultimo respiro di inverno:
come il vociare delle vecchie
che alla sera dopo la messa
se ne vanno a crocchio.
Questo tremore nel dirsi addio
ha le sembianze del tuo viso
che si annida tra le pieghe della luce
e prelude a un tempo che è già.

Ma non ancora.

Mi travolgerà di nuovo la tua primavera
l’attimo prima che io la pensi.

***

Lungo il sentiero che taglia la radura
dove l’aria sanguina, la parola si addensa.
Ci hai lasciati così in mezzo al chiasso,
i visi deformati sugli addobbi.
Voglio scendere con te
sentire la durezza dei sassi.

Fino al gorgo
dove il tempo eternamente comincia.

***

Piangevo in silenzio, spiandoti
e l’aria rifletteva un fulgore perla.

[È lunedì.
La gente si infiamma nei caffè
poi il mondo riprende rapido.
Lavoro e tutto è a posto
ma non piango:
È questo l’inferno che ho costruito
nei minuti che fuggivano il tuo sguardo.]

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