Durs Grünbein – Vertigo

Tutto ti fa girare: la vita tua, la terra, il vino rosso.
Ma chi mai vede la giostra sul quadrante dell’orologio?
Meglio l’oblio, abbracciati al corpo di una donna, e addormentarsi
beati come un feto ancora appeso al cordone ombelicale.
Seppellirsi in un ventre, fra due cosce, fino agli orecchi.
Che serve applicar l’occhio a una fessura, a che spiare?
Davanti hai sempre croci e cancelli, un mondo di settori.
A che pro dei binari, se non per divergere da qualche parte?
Richiamo di paesaggi collinari come di anni rimasti non vissuti.
Per ore si sta davanti a piatti, a sbucciar mele, con lo sguardo
alla bocca di fronte, a parole e monete già consunte.
Si sfora nell’ignoto, intanto a poco a poco l’anulare s’ingrossa.
Nulla è mutato, da quando il bimbo girava il suo primo mappamondo
finché i colori di deserti e oceani gli davan le vertigini.
L’uomo resta com’era, più lumaca che non razzo a stadi.
Anche un volo fra continenti termina con un pernottamento
in un misero hotel, poi la porta girevole ti sputa fuori.
Ci vogliono vocali per capire che qui tutto va in tondo?
Una sillaba come Dio? C’è da stupirsi che il muscolo cardiaco sobbalzi
se di notte il giorno è un gargarismo in una fauce nera come un sogno?

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