Di questo paese e di questi boschi – Omaggio a Spedaletto Pistoiese

“Passerà il mese di agosto. Tutti se ne andranno. Torneranno verso le città. (…) Partiti tutti il silenzio piomberà sulla valle, specie sui borghi più isolati. Un silenzio quasi di cimitero dissacrato.”
Giuliano Toccafondi

In questi giorni festeggio un anno sulla montagna.
Mi sono innamorato dell’appennino tosco-emiliano: ho trovato una casina deliziosa, un paese di cui sono innamorato e un lavoro che mi dà pane per la pancia e per l’anima. Quello che state per leggere è un omaggio al luogo in cui vivo oggi.
Ciò che di questo brano mi è più caro, è che è composto anche di persone che a queste terre appartengono o che ne sono state contaminate, che compaiono nelle prossime righe e che ringrazio infinitamente e menziono in ordine di apparizione in questo lungo brano: le splendide fotografie di Spedaletto e nei boschi che la circondano scattate da Ylenia Cantello, che spuntata all’improvviso mi ha scritto una mail bellissima dopo aver letto un mio precedente racconto sull’appennino e che è venuta fin quassù a conoscermi, scattare, emozionarsi per queste montagne. E tornerà, queste fotografie sono l’inizio di una lunga collaborazione; le osservazioni di Giuliano Toccafondi, appassionato narratore di storia locale della montagna pistoiese che non ho fatto in tempo a conoscere, mi sono dovuto accontentare di leggere il suo bellissimo “C’è stato un tempo che tutto era un giardino” (Settegiorni Editore); l’amore di Bill Homes per l’appennino, che ha portato questo pittore inglese a vivere qui vicino e a dipingere splendidi acquarelli di paesi, case, selciati destinati a scomparire, memoria visiva per sopravvivere nei secoli, che spero di incontrare presto di persona; le poesie di Azzurra D’Agostino, di stanza a Pavana,  poeta e ideatrice del festival più coraggioso che conosca, “L’importanza di essere piccoli”, determinante nei primordi della mia attrazione per questi boschi non meno di Guccini e di certi miei ricordi d’infanzia poco distanti da qui; le canzoni di Stefano Testa, un musicista di stanza a Madognana (sopra Porretta Terme) che ha accolto la mia curiosità e con cui è nata una bella amicizia. L’ho nominato mio “maestro di montagna, di alberi e di fiori” e lui non è ancora scappato. Il testo della sua canzone che conclude questo brano è l’esatta traduzione di tanti dei pensieri che accompagnano i miei giorni qui, a braccetto di vallate generose da un anno. Questo mio brano ha l’ambizione di testimoniarmi almeno quanto quei cinque splendidi minuti di musica appenninica.
Buona lettura.

Da qualche tempo preferisco ascoltare invece di parlare, non mi piacciono più i giudizi non strettamente necessari, non credo sia sempre necessario capire qualsiasi cosa per star bene.
Non voglio identificarmi con niente, ma voglio provare ad accettare tutto quello che accade, non fosse per il fatto che il mio rifiuto di un elemento qualsiasi non lo esclude dal campo del reale, ma esclude invero me stesso da una piccola parte del mio essere nel mondo.
Se esiste, va contemplato.

“Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole”
Velimir Chlebnikov

Oggi le strade note sono già state battute, non restano sentieri di senso, “ghirlande di senso tra uomini che non sopportano l’oblio di altri uomini” (Girolamo De Simone). Così mi attraggono le diverse esperienze che si muovono ai margini e che dal margine vedono ciò che al centro appare opaco e resta impensato: c’è tutto un mondo, un’Italia di paesi e montagne che vive ancora di bene, di terra, di carne, di niente. Nell’era dell’accumulo sconsiderato i paesi ci insegnano ancora l’arte della sottrazione, un’arte alla portata di tutti. Dopo dodici mesi che vivo su queste montagne sto imparando cos’è un paese un passo alla volta, con le fibre rosse del mio corpo, quelle a contrazione lenta, quelle per una lenta ma durevole promessa di resistenza e non per uno scatto fugace: “un paese che se accogli la sua lingua, ti dice che sei un cane, che deve dismettere l’arroganza di chi pensa di essere il padrone della terra. Il paese è una creatura che sgretola qualunque narcisismo”. Qui resiste davvero un orizzonte debole ma vivissimo in cui aggirarci nelle rovine prodotte dall’approdo del modernismo più autistico su queste terre generose, per abbracciare ogni domanda circa ciò che verrà, ciò che saremo, perché tutto il nostro abbracciare è una domanda ed è “forse è il tempo di capire che ognuno di noi è l’unica cosa che non c’è in questo mondo gremito di tutto, la cosa che a nessuno manca” (Franco Arminio).

Oggi il mio paese è Spedaletto Pistoiese, sulla vecchia statale Porrettana che unisce Pistoia a Bologna, una nobile decaduta nella storia dei trasporti italiana a favore della parallela A1. Ci sono arrivato per caso, un passo alla volta e l’ultimo messo d’istinto, al buio, ascoltando solo l’irragionevolezza del mio respiro: scelsi di venire a vivere sulla montagna pistoiese durante un viaggio di cinque mesi in India, improvvisamente, un giorno che ricordo ancora perfettamente e con gratitudine, sbucando da una lunga galleria al cui al di là cambia l’aria, cambia la vegetazione, cambia il dialetto e che separa la collina morbida dai primi rilievi appenninici, queste vallate sconfinate e selvatiche da cui vi scrivo. E dopo quei cinque bellissimi mesi in Asia, non appena ci misi piede, ho subito saputo che questo sarebbe stato il luogo dove mi sarei fermato per un po’ e dove ho avuto poi la fortuna di trovare una casetta accogliente, che mi aspettava. Il paese è a mezz’ora a piedi dal luogo dove lavoro, un lavoro splendido che raggiungo camminando lungo la Via Francesca o Via Francigena che dir si dica e che attraversa il paese proseguendo oltre, nel bosco, in direzione nord e sud all’interno di un più vasto diverticolo detto della Sambuca, attivo a partire dal VI secolo d.C.. Non posso fare a meno di ripensare a come due anni fa per andare a fare un lavoro di merda mi toccava un’ora di bus nel traffico metropolitano dell’ora di punta. Non so come farei ancora, adesso, non so come fanno tutti quelli che lì sono restati. Non ne capisco più il senso, ne accetto appena la rievocazione strettamente memorialistica, l’amarcord innocuo. Ogni tanto penso agli “amici lontani che corrono in lode per strade affollate” (Stefano Testa) con nostalgia e con una smorfia d’amarezza perché quassù vengono poco, distrattamente, pensando che qui sia una pausa dalla “vita vera” e scambiando la frenesia delle città con una “presenza” umana che invero ne è sempre più aliena. Sui treni e sui bus urbani si abbassa lo sguardo, si mettono le cuffie per abitudine all’autismo corale; qui anche un un selciato, un sentiero, un albero ti guarda, ti parla.

Durante il Medioevo Spedaletto era un “hospitalis” per viandanti, pellegrini e mercanti, garantendo nei secoli a chi si fermava ospitalità, accoglienza e riparo. La tipologia più comune di hospitale comprendeva un locale adibito a magazzino per le scorte di viveri, vestiti e medicinali; accanto i locali adibiti a mensa e sul retro le stalle. A completamento la cucina con gran forni che riscaldava anche il piano superiore ed infine la cappella o chiesa che generalmente era sede della confraternita (in questo caso, monaci agostiniani) che ne gestiva l’amministrazione. Al piano superiore infermeria e dormitori atti a dare riposo già prima dell’anno mille secondo alcuni studiosi, ed io, oggi, dormi tra queste stesse pietre. L’hospitale svolgeva inoltre i lavori di manutenzione di strade ed attraversamenti per diversi chilomentri e viene descritto come adatto, allora, a soddisfare tutte le necessità dei viaggiatori. Come le mie quando sono arrivato qua, di ritorno da un lungo viaggio e, appunto, con una strada tutta nuova da intraprendere, simpatici segni coincidenti che ritornano tra la mia vita e questo angolo di appennino, avvicinando ulteriormente chi scrive a questo paese, facendomi davvero credere che Spedaletto fosse dall’inizio nel mio destino individuale e il mio essere qui adesso sia la certificazione di aver seguito adeguatamente i segni offerti dal caso, dall’anima o dal Dio. Senza ragione di esserlo, ne sono felice e da quando sono qua sto attento a non rompere quest’armonia intorno e dentro di me.

“Potessi un giorno
camminar da solo.
ma solo solo.
non come vado adesso.
solo.
ma solo solo.
senza me stesso”
Antonio Delfini

Durante il mio viaggio in India, come a tanti tra coloro che hanno fatto esperienza profonda di questo paese così controverso, mi è capitato spesso di sperimentare una inedita sensazione di pace, assenza e al contempo intensità della mia presenza nel qui ed ora: la condizione soggettiva di pienezza coincide sovente con una pari sensazione di assenza da se stessi, almeno questo è quello che dicono i grandi mistici di ogni religione, e quello a me più caro, San Giovanni della Croce quando invoca un “distacco interno da tutte le cose”.
Sulla montagna è più facile sentirsi staccati da tutte le cose, soli nella pienezza dell’essere. Ma la questione non è solo geografica e/o demografica. Certo, incide, ma la questione centrale è che l’uomo contemporaneo, più propenso alla distruzione (o all’inaugurazione perenne) che alla conservazione (o manutenzione), ha scelto le città come luoghi in cui sperimentare tutte le possibili derive tecnologiche lasciandone così altri a riposare, respirare, toccati solo marginalmente. Così quando sento qualcuno chiamare questi paesi – “abbandonati” – accompagnando il tutto con un velo di tristezza sugli occhi mi viene sempre un poco da sorridere. Laddove taluni immaginano una condanna a morte già eseguita, io vedo la fuga salvifica del prigioniero, la resistenza silenziosa di chi si finge morto ma è tutto tranne che esangue. I paesi sono come tante patate dimenticate chiuse da tempo dentro una cantina buia eppure non ancora morte: nonostante l’abbandono la patata germoglia ugualmente, cerca comunque di crescere tendendo verso la debole luce di una finestrella. È così che un paese resiste. Basta aprire una finestra e il paese intero canterà, perché esso è al contempo giardiniere e fiore.

“Lasciamoli pure morire di morte naturale. I paesi hanno fatto il loro tempo. Sono stati importanti e utili per secoli, sono venuti dalla terra, murati a terra e tornano alla terra”
Bill Homes

Quando cammino nel bosco sono solo, non so se solo solo o semplicemente solo. Cammino lungo la via Francigena che passa nel mezzo a olivi, castagni, querce, faggi, accanto il fiume che corre fra i sassi formando rapide e pozzi. Nel più grande di essi, detto il Bozzone al paese, si ricorda che i pastori portassero le pecore a lavarsi prima di tosarle. Oggi è diventata la mia piscina naturale e nell’arco di pochi decenni la natura selvaggia si è ripresa quei lotti di terreno usati come campi per l’agricoltura e la pastorizia. È incredibile come la natura si riprenda tutto ciò che l’uomo abbandona nel tempo, senza battere ciglio. Come questi boschi che fanno tornare indietro il paesaggio di un milennio quando solo pochi decenni or sono tutto questo era un grande manto erboso per il pascolo del bestiame. In questi boschi invero oggi cammino e mi perdo, mi lascio andare all’aria, alla terra, al niente, solo quando al ritorno si riaffaccia il paese tra gli alberi e i pendii mi pare di rientrare dentro di me, lasciandomi alle spalle lupi, volpi, vipere, cinghiali, cervi che nel bosco stanno bene sempre, anche al buio e col gelo.

“E questi alberi
che guardano
non crediate che siano in pace
è come un grido questo bosco
anche se tace”
Azzurra D’Agostino

C’è un pertugio che a un tratto si apre su una delle tante costole di bosco possibili una volta abbandonato il sentiero principale, ci si affaccia su una sponda affacciata sul torrente della Limentra Occidentale prima che questa si allarghi a fondovalle ed erompa in crespi flotti d’acqua. Giuliano Toccafondi descrive così questo corso d’acqua: “L’occidentale, che punta verso il tramontare del sole e poi anch’essa volge a poco a poco verso il nord, forse alla ricerca delle sorelle (Limentra Orientale e Limentrella, ndr), ma non riuscirà mai a raggiungerle, pur avvicinandosi al loro percorso. L’uomo ha provveduto, con la galleria di Pavana, a far sì che le tre sorelle trovassero pace e tranquillità nel lago di Suviana, dopo il loro corso impetuoso”. Scendendo tra le sterpaie si entra in una piccola passerella di sassi, a lato una poltrona naturale costituita da un enome sasso per giunta tappezzato di morbido muschio invita a sedere, respirare, e mi sorprende il gusto che la natura ha nell’offrire giacigli al viandante. Ma non mi accoglie il silenzio, né per questo i rumori provenienti dalla non distante Porrettana, ma il roboante fruscio della cascatella leggermente sulla destra, mentre davanti radici nude d’un faggio cresciuto a precipizio sul corso d’acqua creano un paesaggio orfico. La terra che ne stava alla base è franata nel fiume e scivolata a valle, ha mutato ordine e si è confusa con gli elementi circostanti. Fisso la pozza che si apre e non c’è dubbio, non c’è traccia dello smottamento del terreno, tutta sembra così da sempre. Così fisso l’albero seduto su questa deliziosa poltrona naturale e mi rispecchio in esso: prorompente, sradicato e serenamente solo nella propria sradicatezza benché immerso nel bosco sterminato. E sospiro, fisso qualcosa che gli occhi non sanno di fissare.

Me ne vado solo quando sento il colpo di qualche cacciatore, non mi per questioni etiche che lascio oggi ad altri discutere, ma semplicemente perché rompe il mio incanto e mi richiama all’uomo che mi ero dimenticato di essere. E forse è un bene, spesso quando accade già ombreggia fitto, rincaso nella notte fresca che avanza. Quando arrivo il paese è deserto. Non che sia una rarità, qui restano sempre poche decine di anime dopo il termine diurno delle azioni di ognuno. Il paese con la sua già citata tradizione d’ospitalità lungo i secoli nell’accogliere i pellegrini spicca un poderoso campanile, c’è questa campana detta la Smarrita che veniva suonata ininterrotamente dal tramonto fino a mezzanotte per indicare la giusta via ai viandanti in difficoltà. Io non sono venuto a vivere qui perché mi trovavo in difficoltà con me stesso, né per scappare da qualcosa anche se non ci sarebbe niente di male, eppure l’effetto che mi fa rivedere la Smarrita è al contempo ancora di rifugio e ristoro, come nei secoli. Tutto cambia e niente cambia davvero nei paesi, se si guardano bene, dritti in fondo all’anima. I paesi sono le sentinelle d’un “caro disegno intatto” (Osip Mandel’stam) che resta, Spedaletto Pistoiese non fa eccezione, anzi.

“Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo”
Tiziano Terzani

Mi chiedo poi al ritorno qual’è il senso di studiare la qualità della vita dentro laboratori bui, in edifici osceni e attraverso ogni tipo di teoremi e teorie. Ho rischiato di finire a far ciò, per fortuna un colpo di coda, l’India forse, un sentore qualsiasi mi hanno salvato. E pensare che basterebbe uscire a fare due passi ogni giorno per smettere di porsi un problema indefinibile e iniziare ad abitare una soluzione possibile, riscoprendo l’importanza di essere piccoli. Qua posso perdermi dentro la parola aperta, divento le cose del mondo, quella parola che sta dietro l’aria. Qua benedico il dono raccolto nell’ala di ogni istante iluminato, e me ne sono capitati tanti nel bosco quest’anno. Qua un figlio potrà allenare la memoria con i nomi degli alberi e non con i modelli delle macchine, un mondo in cui non è necessario spiegare ai nipoti la bellezza del mondo in stanze ammobiliate, ma invitandoli a uscire di casa lasciando la porta sempre aperta. Sono cresciuto in una casa in cui tenere la porta, la finestra aperta ha un costo, quello dell’insicurezza rispetto alle incursioni esterne. Qua invece, da quando il sole è tornato a scaldare il paese, la montagna, posso lasciarla sempre aperta e non esser mai rivolto verso me e me solo, anche quando non vedo una singola persona per giorni, e nei paesi questo capita, capita eccome. Ecco cos’è questo paese per me, una casa da cui lasciar libero di andare e venire il fanciullo che è in me, perché la porta, la finestra è sempre aperta.

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“Essere solo un orlo da cui sempre
comincia ogni altra forza che consuma;
senza più adesso, senza più ancora,
esser solo del tempo una dimora”
Luigi Fallacara

Oggi al mio paese c’era la festa con tutti gli affezionati-parenti-vacanzieri accorsi qui per mangiare-bere-stare insieme. Il 24 agosto si festeggia il patrono del paese, San Bartolomeo che secondo la tradizione intraprese lunghi e numerosi viaggi e portò il Vangelo fra le popolazioni più remote d’Oriente, arrivando fino in India. Il paese e i paesani lo festeggiano da anni riempiendo la piazzetta di bancarella con lavori artigianali, prodotti tipici della montagna e dolciumi a simboleggiare un ritorno all’infanzia celebrato principalmente attraverso uno specifico rito ecclesiastico espletato nella funzione della mattina. Tornato alle sette da lavoro, sono andato speranzoso in piazza a vedere se c’era sempre qualcosa, salutare, farmi almeno vedere in giro da quelli che mi hanno voluto bene fin dal primo giorno, senza dovermi niente, risparmiandomi persino una diffidenza iniziale che avrei compreso, accettato. Sono così stato accolto da un gruppo di paesani sorridenti con un vassoio di leccornie preparato per me, perché sapevano fossi a lavorare (nessuno sa come, poi).
Commosso per un atto dove ho scorto più generosità che in tutta la beneficenza del mondo, sono tornato a casa con una sensazione di calore umano inspiegabile eppure equivalente, in umore, al motivo esatto per cui sono qui, adesso, ad ogni passo sprofondando nella fiera e severa dolcezza di queste persone così simili alle montagne che alte e generose le proteggono dalle luci della città distante.

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16 risposte a Di questo paese e di questi boschi – Omaggio a Spedaletto Pistoiese

  1. Matteo scrive:

    Ommamma Luca quanto ti prendi sul serio! Leggendoti mi sono venuti in mente nell’ordine: Ludwing Binswanger (lettore di Husserl), Mario Rigoni Stern e Guido Ceronetti. I contenuti son quelli: l’essere-nel-mondo e l’epoché fenomenologica, l’antimodernismo, l’esaltazione della vita agreste, la lentezza, l’ostilità per la tecnologia… Il punto è che questi autori hanno potuto scrivere quello che hanno scritto: il primo perché è stato contemporaneo di Freud, il secondo perché è stato un eroe, il terzo perché ha avuto in dono un’intelligenza cattiva (e magnifica). Non mi sembra che tua abbia simili meriti né che tu sia nato nei primi del Novecento. Hai trent’anni e affronti queste tematiche con un sottofondo di nostalgia più concettuale che emotiva che francamente spinge a domandarsi come riesci a sopportare te stesso, a fine giornata. Quanto compiacimento, e che posa, in questo tuo “brano”. Mi piacevi di più, e sembravi promettere esiti migliori, quando scrivevi “io sono per la pace esteriore, la malinconia interiore e la pasta al pomodoro”. Soprattutto quella pasta al pomodoro, così combinata, dava alle tue parole una leggerezza che a questo brano manca. Ritorna in te, ritorna giovane, anche se forse non lo sei mai stato (come chi ti scrive, si capisce). Comunque, ammetto, mi ispiri simpatia. Perché? Sai aiutarmi, psicologo?
    Con amicizia, malgrado l’acidità
    Matteo

    • carusopascoski scrive:

      Ciao Matteo, sono ancora per “la pace esteriore, la malinconia interiore e la pasta al pomodoro” ed altri tapiochi antanilogizzati, e ci ho pure pensato a scrivere una cosina ironica ma, credimi, sarebbe stato assai più semplice che fare un lavoro di ricerca tra archivi e biblioteche, oltre a uno di scavo intimo, come ho fatto qui, sarebbe stata una cosa autistica, che serviva solo a me, invece che a un paese che sta per morire davvero, mica per finzione letteraria. Sarebbe stato un brano più leggero ma anche innocuo, mentre io volevo lasciare qualcosa a questo luogo (anche materialmente, stampando questo brano su una cinquantina di piccoli quaderni che donerò ai paesani. Un modo personalissimo per dire: grazie!). Prima di parlare di questi posti bisognerebbe un po’ viverne la durezza e l’umore istrionico, schivo e nostalgico, per cui scrivere in questa occasione qualcosa di più leggero non avrebbe avuto senso se non quello di compiacere il lettore medio, da cui mi sono allontanato geograficamente oltre che esteticamente. Qui ho voluto invece cantare e compiacere un paese, nessuno di più, nessuno di meno e ti assicuro che quelle che ti risultano “pose” è la mia quotidianità, che immagino sia potenzialmente fraintendibile dalla città distante, da cui si equivoca spesso e volentieri ciò che viene da fuori e da cui spesso si arriva male a fine giornata. Qui non mi è ancora successo (neanche quando mi piove in casa, accidenti a questo tetto malconcio che mi fa bestemmiare). Ecco, mi hai fatto tornare alla mente una frase: “la felicità non è allegra”. A volte non è neanche leggera, si fa sentire, rivendica cosa l’ha portata qui, dentro chi la sente. Risultare fuori tempo massimo è un merito infine per me, come avere lettori attenti come te e lo dico senza retorica, le tue critiche mi danno modo di giustificare ancora più nettamente il senso del mio pezzo. A tal proposito: aiutami a identificarti, ti giuro, non so chi tu sia e la confidenza che mi dai mi crea imbarazzo nel chiedertelo, ma non nel riceverla, ti assicuro!

      PS: se mi sono ispirato a qualcuno è al Giovanni Papini che racconta la sua Toscana, lo trovi qui su questo blog se cerchi…

  2. Eraldo scrive:

    Complimenti per il testo lirico ed esperienziale, specchio di un’anima che si nutre di bellezza e poesia, straordinariamente illuminante sulle dinamiche più profonde di un io vitale e desideroso di Vita! Le foto inserite sono coronamento non superfluo e affatto didascalico, sanno essere parola che consente agli occhi di leggere l’essenza dei luoghi.
    Complimenti.

    • carusopascoski scrive:

      Grazie Eraldo, grazie di cuore. Mi nutro di quello che capita, ma questi paesi, questi boschi me li sono cercati e sono lieto che dopo un anno di semina, qualcuno sia qui a complimentarsi per il raccolto parziale di un’esperienza che ha ancora tanto da darmi. Ogni giorno qui mi sveglio come se stessi viaggiando in continenti lontani. Una volta feci autostop a Pablo, uno degli elfi storici della zona che dopo 40 anni qui, mi confidò: “Ogni giorno qui scopro sempre qualcosa di nuovo”. Grazie, di nuovo, e benvenuto.

  3. carlo scrive:

    Su indicazione di un amico ho avuto il piacere, inaspettato, di imbattermi in questo scritto dove la narrazione mescola sapientemente l’aspetto descrittivo a quello poetico. Circa la malinconia che trasuda dal testo non comprendo sinceramente le osservazioni di Matteo. Non si può essere malinconici a trent’anni? E ancora: non si può essere malinconici e sereni allo stesso tempo riuscendo a “sopportarsi” benissimo a fine giornata? Io lo sono stato a trent’anni e lo sono tutt’ora che ne ho quasi quaranta. Proprio il bosco, con le sue meravigliose magie, accresceva e leniva al contempo questo stato d’animo e continua a farlo tutt’oggi quando ho la fortuna di immergermi nel suo apparente silenzio. Complimenti dunque all’autore per il testo e ad Ylenia per le splendide foto che con la forza delle immagini riescono ad aggiungere poesia al racconto. Buon lavoro ad entrambi!

    • carusopascoski scrive:

      Ciao Carlo, e benvenuto da queste parti.
      Grazie per i complimenti, ma soprattutto per aver compreso le cause intime di questo sincerissimo lirismo di cui il racconto è intriso e che a qualcuno può far venire qualche dubbio di autenticità legittimo. E si, “si può essere malinconici e sereni allo stesso tempo riuscendo a “sopportarsi” benissimo a fine giornata” mi capita da almeno 10 anni. E credo andrà avanti per un bel po’ e non credo me ne lamenterò mai, anzi. Specialmente da questi luoghi così fecondi nel cambiare segno ad afflizioni altrove potenzialmente ostili.

  4. Ruth scrive:

    Ciao Luca, è molto che seguo il tuo blog e per tua sfortuna oggi mi sono decisa a dire la mia.
    Sono d’accordo con Matteo: questa prosa non sembra tanto un omaggio a Spedaletto quanto a te stesso (per non parlare dell’intenzione di distribuire libretti contenenti la stessa agli abitanti). Sono sicura che ami davvero quel posto e posso capire bene il perché visto che vivo tra l’Appennino Tosco emiliano e le Alpi Apuane; ho cercato di abitare a Firenze per motivi di studio ma sono scappata dopo un mese tanto mi mancava quella pace e quell’armonia indispensabili, per quanto mi riguarda, per entrare in contatto con la mia vera essenza. Ma il modo in cui parli della tua esperienza in questo testo è così patetico e pomposo che è difficile credere che sia autentico: la forma della tua prosa, tradisce i contenuti. A parte il tuo stile prolisso e gli errori grammaticali: in una frase di dieci righe sembra cambiare continuamente il soggetto dei verbi senza che la punteggiatura accompagni la costruzione di significato della stessa, tecnica che affaticherebbe e renderebbe difficile cogliere il senso di ciò che scrivi anche a John F. Nash jr; il testo procede per citazioni: alcune esplicite, altre che non hai indicato come tali ma che colgo, perché ho letto le opere da cui sono tratte o perché le hai già scritte in altre salse in interventi precedenti. Insomma, per queste ragioni a me quello che scrivi risulta solo un artificio intellettuale, molto autocelebrativo e pieno di cliché: “ho fatto un viaggio in India molto spirituale (Allen Ginsberg, Herman Hesse, ecc. ecc.), che mi ha fatto riscoprire ed amare altri luoghi (fisici o dell’anima) (Giovanni Papini, Toccafondi, ecc. ecc.)”. Ma di tuo, in tutto quello che vivi e scrivi, cosa c’è? Sembra che tu sia solo la somma di ciò che hai letto e della conoscenza che hai acquisito: una natura morta. Dici che cerchi di accettare e non identificarti (come Moravia) ma se parti per un viaggio come un beatnik e torni Tiziano Terzani, evidente nel look e atteggiamento molto “vivo di natura, spirito e dhal” sfoggiato in vari reading, sembra che tu abbia cambiato sarto piuttosto che la tua essenza, sembra che tu salti da uno stereotipo all’altro. Sembra che quello di cui parli sia solo il tuo smisurato io proiettato su tutto ciò che ti sta intorno, e non l’unione dell’essenza di un uomo con il genius loci di un luogo nell’eternità del tutto. Sicuramente sei un bravo paroliere e riesci a far sembrare castelli poche manciate di sabbia, ma se cerchi davvero la tua essenza, anima o daimon che dir si voglia, non credo questa sia la giusta direzione. Se ho capito una cosa nel mio percorso di vita e di consapevolezza è che l’essenza è semplice e abita la semplicità, non vuole orpelli o fronzoli, anzi, quando la nostra specie era ancora in stretto contatto con essa, la comunicazione verbale era del tutto superflua e deleteria. Poi puoi giustificarti affermando che scrivi per una certa categoria di lettori e non per il lettore medio (ma chi è questo povero, abusato lettore medio di cui si schifano continuamente certi scribacchini presuntuosi e ambiziosi?) ma a me pare che la difficile leggibilità dei tuoi testi, più che un lettore elevato cerchi solo una sterile opacità e una vuota mistificazione. Credi che affettazione e pedanteria siano indici della qualità di un’opera? Credi che chi apprezza e liscia il tuo ego, abbia davvero capito quello che hai scritto, quello che hai vissuto? O semplicemente sanno che in linea di massima sei “ganzo”, quindi lo sarà anche quello che hai scritto?
    Questa è la tua vita, quello che di essa scegli di manifestare, e sono solo fatti tuoi, nessuno potrà mai dirti se è giusto o sbagliato, ma questo blog, se non ho capito male, è nato anche per dibattere e conoscere impressioni altrui, quindi mi sono permessa di farti presente la mia (sennò, come direbbe Gian Paolo Serino, autoleggiti!).

    Ruth

    • carusopascoski scrive:

      Ciao Ruth, mi fa piacere eccome leggerti, anzi mi stupisco della qualità dei lettori di questo blog autistico (e lo sottolineo!). Comincio quindi a confrontarmi con le cose che mi fai notare con piacere, come noterai dalla lunghezza della mia risposta.
      Che il brano fosse tanto per Spedaletto tanto per me non credevo potesse disturbare un paio di lettori (ossia una buona fetta dell’audience totale. No, non è vero, non so come ma questo brano è stato letto da circa 400 persone in tre giorni e condiviso da circa 130 bacheche FB. Non vivo per questo, ma non posso dispiacermene a meno di non essere stato completamente equivocato, rischio che non credo di aver corso). Come nella mia poesia, io pongo il mio sguardo sul mondo; l’intento è sempre quello di testimoniare gli altri attraverso me, a volte mi riesce a volte meno, a taluni può piacere una volta ad altri nella stessa occasione no. Il riscontro avuto dal brano in paese, ciò che davvero mi interessa, per ciò che ho avuto modo di vedere mi rassicura. Vedremo poi se il gradimento si manterrà anche per le copie cartacee che vorrei donare, in cui, perdonami, proprio non riesco a capire quale problema rintracci. Se fossi bravo a spaccare la legna ringrazierei così, meglio che scriva però, in attesa di imparare i tanti mestieri del bosco.
      Potrà sembrarti inautentico ciò che scrivo, ma come ho già scritto io vivo e vedo questi posti come un luogo dove il poetico ha ancora modo di abitare, ed il contrasto tra qui e la città da cui non sono scollegato come fossi eremita senz’altro esaspera il tutto. A Firenze questo spazio non era più possibile prendermelo, almeno non per me. Mi sono sbobinato senza artifici retorici, il lirismo può essere stucchevole, ma se lo è nel brano lo è anche nel mio essere qui, invero piuttosto concreto e fortificante, e a questo punto cade la questione di essere mera ripetizione di altri modelli, resta solo quella di vivere questi luoghi come sono stati vissuti in passato da persone che ammiro proprio per l’aver interpretato questi posti per quello che sono sempre stati e sono ancora oggi, tagliati fuori come sono dalle derive esterne.
      Il clichè dell’India è qualcosa che io stesso detestavo prima di averne esperienza (sono andato lì anche per smontare un mito, che invece ho compreso e fatto mio, a modo mio. C’è per esempio un libro notevole del 2014, “Noi e l’India. Antropologia del trauma dell’incontro con l’altro” scritto dall’antropologo Cisilin Alessandro che fa intendere anche dal proprio divano un fascino che resiste al tempo e al turismo di massa). Qui non mi sembra di aver calcato la mano, anzi, ho accennato brevemente a quello che è stata una tappa fondamentale per essere qui oggi a scriverti e per vivere questi luoghi per quello che sono. Non ero un beatnik né adesso ho pose a santone, sono sempre Luca e non ho vergogna di cambiare tessuto/poetica, più che vestito/stereotipo e quello vecchio non mi corrisponde più e ne sento uno nuovo, mio e filtrato dai miei studi e la mia vita (come per tutte le cose). Gli orpelli presenti nel testo sono orpelli anche della mia esperienza, evidentemente, benchè la semplicità con cui convivo oggi non credo sia lontana da quella che evochi tu. Anelo le tue stesse cose, solo che mi sembra di essermi avvicinato un poco. Non mi sembra necessariamente un male scrivere perché mi senta davvero bene qui, né capisco perché quando si scrive in modo personale circa inquietudini e malessere vada tutto bene, quando si scrive circa la propria esperienza di benessere si passa per arroganti. In fondo Arminio, con altra maestria e costanza, fa lo stesso da un decennio con l’Irpinia e ha ispirato la mia curiosità verso il mio, di appennino. Non voglio insegnare niente a nessuno, ma non mi è affatto dispiaciuto quando qualcuno che non mi conosceva ancora è venuto quassù a cercare di capire di cosa e perché stessi bene.
      Io non schifo il lettore medio, semplicemente non scrivo per toccare le stesse corde toccate da altri. Scrivo per toccare le mie e cercare risonanze e consonanze in chi mi è vicino. Scrivo per conoscermi e conoscere. La lanterninosofia di Pirandello è l’ambizione della mia scrittura e dei miei studi. Senz’altro a volte il lume è intenso a volte meno.
      Sarei stato pedante senz’altro se da un anno non scrivessi che di questo. Ma ne ho scritto due volte in due anni, metà del pezzo è dedicato chiaramente al paese e ai boschi che lo circondano, non era mia intenzione fare un brano meramente descrittivo, ma anzi lo era farne qualcosa di estremamente personale, altrimenti c’erano già dei bellissimi libricini stampati dalle associazioni e gli studiosi che si occupano del luogo.
      Le tue ultime due domande sono invece spunti di riflessione su cui ci penserò su per bene, mentre scrivo non mi pongo certe questioni, cerco sempre e soltanto di non decorare con qualcosa di esteriore una scrittura che mi viene da dentro.
      Così, credo di aver risposto a tutto ed aver allontanato il rischio paventato da Serino e come ho già scritto a Matteo sopra non credo di sapere chi tu sia e l’attenzione e conoscenza che dimostri nei miei confronti mi crea imbarazzo nel chiedertelo, ma non nell’accoglierla qui per la prima volta.
      Torna quando desideri, questo è e sarà sempre un luogo di confronto.

      Luca

  5. Stern scrive:

    AVVISO: COMMENTO FAKE RILASCIATO DALLO STESSO UTENTE CHE, NEL PRIMO MESSAGGIO, SI FIRMA MATTEO. QUESTO MESSAGGIO VIOLA LA NATIQUETTE, CHE PREVEDE DI NON UTILIZZARE ETERONIMI E DI RISPETTARE I PIU’ ELEMENTARI PRINCIPI DI UN CONFRONTO SANO, CHE EVIDENTEMENTE L’UTENTE IN QUESTIONE NON È IN GRADO DI INTRATTENERE. SI PREGA PER QUESTO DI NON RISPONDERE OLTRE, ALLA CENSURA PREFERISCO SEMPRE E COMUNQUE LA TESTIMONIANZA. GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE – CARUSOPASCOSKI

    Un bello spettacolino sta andando in scena “da queste parti”. Non solo non voglio perdermelo, ma voglio pure dargli anche un po’ d’acqua, la mia, certamente genuina e ghiacciata come sembra non gradita, ma addirittura richiesta, dal tenutario del blog, un giovane che le critiche sembra considerarle non per quel che sono ma in base alla provenienza. Dirò pertanto che vivo in un posto dove l’aria non solo è pura, ma addirittura rarefatta, un’evenienza che Luca Buonaguidi spero valuti sufficiente per non considerarmi, “invero”, uno che arriva male a fine giornata, un poverino. Credo che al Nostro Poeta vada applicata, preliminarmente, una considerazione che certo piacerebbe a Gian Paolo Serino, avendola fabbricata un suo amico: trattasi di un poeta con un “Io mostruosamente espanso”, che ama circondarsi di adulatori utili a rinforzare il proprio narcisismo non meno che la propria vacuità. Un Autore che mentre lo si legge, per esempio in queste risposte a Matteo e a Ruth, sembra sortire lo stesso effetto del gioco delle tre carte. Lo segui in un discorso e mentre ti sembra di afferrare quello che vuol dire ecco che te lo ritrovi da tutt’altra parte, quindi lo raggiungi, cerchi di capire cosa vuol dirti ora, ed ecco che ancora, sorpresa, sparisce di sotto alle parole e rispunta stavolta con una citazione. Ti stropicci gli occhi, magari riparti da capo, ma anche alla seconda lettura l’effetto è il medesimo: confusivo e imbambolante, altro che “abissale profondità” (copyright Carifi). Occhio Poeta perché, come direbbe Moravia, “c’è sempre nei successi riportati in famiglia, tra persone che l’affetto rende indulgenti e parziali, qualcosa di umiliante e di falso: una madre, una sorella, una moglie (dei compaesani, ndr) sono sempre disposte a riconoscerci il genio che gli altri ostinatamente ci rifiutano”. Tornerò da queste parti quando desidero.
    Stern

  6. Ruth scrive:

    Ciao Luca. Grazie per la risposta e per aver preso in considerazione le mie osservazioni; anche io avrò bisogno di tempo per riflettere su ciò che hai detto ora. Ti ringrazio anche per il libro suggerito che non mancherò di procurarmi; comunque io vivo qui ma non sul divano: sono stata più volte in India, quindi posso capire: “Incredibile India!”.
    Noi ci conosciamo solo di vista, però ogni tanto leggo quello che scrivi e che spesso, nonostante le critiche sopra, trovo interessante.

    A presto

    Ruth

  7. sassiscritti scrive:

    qui azzurra. grazie di avermi nominata e per aver detto del nostro festival. a me questo pezzo sembra un commosso e tenero tributo, nella qual cosa non vedo nulla di male, anzi. non mi ricordo dove lessi che ‘chi sta male dove sta fa male all’ambiente circostante’ o una cosa del genere. dunque secondo me chi sta bene dove sta può solo che far del bene intorno. in quanto ai commenti aciduli che ho trovato sotto al testo, boh mi pare assai gratuito questo modo di scrivere. grazie luca e buon proseguimento. io ho un rapporto molto molto più contraddittorio con queste terre, forse perché ci sono nata e sono un’irrequieta che alla fine è a disagio un po’ ovunque, ma fa piacere rileggere casa con gli occhi di chi ne è innamorato.

    • carusopascoski scrive:

      Grazie Azzurra.

      Non curarti dei commenti precedenti, di cui qui chiarisco la natura equivoca anche per nuovi eventuali commentatori: è la stessa persona che usa (almeno) 3 eteronimi diversi per problemi suoi, che non mi interessano ma che purtroppo ho compreso solo dopo averli inizialmente presi sul serio. Grazie, in ogni caso, per aver preso le mie difese. Invito quindi anche eventuali nuovi commentatori a bypassare i commenti precedenti a questo, data la natura psicopatologica e non dialettica di essi.

      Anch’io sono nato irrequieto, ma qui mi calmo e non so come succede. Resta un mistero bellissimo e spero che resista a lungo, oggi vorrei che questi posti diventassero un giorno la mia, propria, “casa”, qual’è da sempre per te proprio perché vivo quest’idillio profondo e ingenuo di cui ho scritto. Si, sono davvero innamorato di questa versante di appennino.

      Luca

  8. Luigi scrive:

    A carusopascoski, che non conosco.
    Ho letto con attenzione il tuo blog e, a seguire, gli interventi di chi ha voluto commentarti, interpretarti ed infine perfino giudicarti. E’ incredibile come le persone che più si credono dotte e piene di loro stesse e della loro (supposta) sapienza, che riempiono i loro scritti di citazioni di autori che non sia mai i loro lettori non conoscano, amino ergersi a supremi conoscitori della vita e della verità e quindi in diritto di giudicare l’altrui sensibilità.
    Per quanto mi riguarda voglio solo che tu sappia che mi ha suscitato gioia ed anche un po’ di speranza che un giovane come te sia stato capace di guardare, ascoltare ed infine capire il mondo che hai avuto la fortuna di incontrare; altre migliaia di persone hanno avuto, ed hanno ed avranno ogni giorno, la stessa tua possibilità e tuttavia sono e rimarranno impenetrabili ai profumi, ai colori, alle luci, ai suoni di quel mondo che, come tu dici, sembra abbandonato, ma che in realtà conserva in sé tutti i semi vitali della resurrezione.
    Io so quello che tu senti, anche se costretto ogni giorno – non so ancora per quanto – a confrontarmi con quella vita che tu, secondo me giustamente, chiami senza tante parafrasi “di merda”, ma sono abbastanza forte per considerarla come una appendice marginale del vero me stesso e del mio più reale esistere; trovo quella forza nell’insegnamento ricevuto da mio padre, che ho avuto la fortuna di seguire prima nei suoi passi e poi nei suoi racconti fino al giorno del suo ultimo respiro, lui che mi ha insegnato per prima cosa ad osservare con attenzione ogni tronco, ogni pietra, ad ascoltare ogni fruscìo ed ogni profumo intorno a me; mi ha fatto capire quanto siano inutili le parole e quanto invece siano importanti i nostri sensi per riuscire a sentirsi veramente parte di quel mondo che tu sembri aver capito o almeno di essere sulla strada giusta per capirlo fino in fondo.
    Bill Homes, che ho la fortuna di conoscere molto bene, giustamente dice che tutto quel mondo deve tornare alla terra, dalla quale e con la quale è stato creato; credo fermamente, tuttavia, che quel mondo non cesserà mai di esistere e di essere nostro maestro finché saremo capaci, anche se in pochi, di conservarne la memoria e trasmetterla, infonderla a chi, come te, mi sembra in grado riceverla dentro di sé e farne tesoro.
    Ho sempre pensato che il mondo che hai scoperto e che, credimi, conosco molto bene, trattenga a sé soltanto chi gli dimostra amore; credo che tu ne sia la prova.
    Luigi, orgoglioso figlio di Giuliano Toccafondi.

    • carusopascoski scrive:

      Caro Luigi,
      grazie del tuo commento e di ogni tuo prezioso suggerimento/apprezzamento. Del tuo commento ciò che più mi è piaciuta è la firma, avremo quindi modo di vederci il 28 o prima grazie alla generosità di Diana, che mi ha scritto una bellissima mail e da cui è nata questa idea di cui credo tu sia al corrente e che ha preceduto la tua mail di pochi giorni. Ne sono curiosissimo e non meno orgoglioso, cercherò di essere all’altezza di tuo padre per almeno il tempo della presentazione. Non sarà facile.

      Un caro saluto, in attesa di conoscerti personalmente.

      Luca

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