Zingarate & Interismo – Omaggio a Capitan Zanetti

Non ci ho creduto fino all’ultimo, anche perché vedere finire la carriera a un campione che ha vinto tutto e stabilito record che difficilmente saranno avvicinati con Mazzarri allenatore sarebbe come fare una mostra di quadri di Edvard Munch al reparto verdure dell’Ipercoop.
E ora che non posso far finta di niente ed anzi ritengo che uno dei motivi per cui l’Inter faccia cacare da due anni sia principalmente per l’assenza del Capitano dal campo, devo prepararmi in poche ore all’ultima partita a San Siro di Zanetti, con un’Inter in mano a un indonesiano che non sembra neanche malaccio, ma che ogni volta che sento parlare mi chiedo che cazzo ci faccia all’Inter, mi dico che non riuscirà mai a capirla attraverso i bilanci e il marketing e avrebbe bisogno di passare attraverso anni di sputi&merda all’italiana, per capirsi, e storie come quella di Gigi Simoni, per esempio. Quindi, di riepiloghi calcistici potrete leggerne ovunque da qui al prossimo mese, io voglio un attimo sbobinarmi l’anima in cui ho permesso a pochi calciatori di fare capolino. E uno di questi è Javier Zanetti, oggetto detentore del record di bestemmie al minuto che ho tirato quando si è fatto male al tendine d’Achille l’anno scorso (che uno mitologico come lui solo col tendine d’Achille poteva cadere).
La mia storia di interista l’ho raccontata già altrove – qui, proprio qui si – e non serve riepilogarla se non attraverso la carriera del capitano nella psiche di tanti interisti come me. Faccio una piccola premessa: non vado pazzo per i calciatori costanti e corretti, ho amato alla follia il violento e ubriacone Paul Ince, il Recoba grassoccio che ne giocava una ogni sei, la scazzottata di Valencia, gli occhi iniettati di sangue di Samuel, le sgroppate senza senso di Lucio, i folli recuperi di Cordoba e i falli da galera di Materazzi su Schevchenko. La mia Inter più sentimentale è forse un’Inter di 10 difensori/medianacci e una punta (Ronaldo, grazie al cazzo!), schema peraltro utilizzato da Simoni spesso e volentieri e con cui rischiammo una accoppiata Scudetto-Uefa che solo Moggi e la madonnacane ci tolsero.
Eppure, nonostante la premessa, Zanetti l’ho amato assai di più di una qualsiasi di queste immagini primordiali di interismo ed altre che potrei raccontare con occhi da innamorato dell’Inter più bieca, antisportiva e irregolare, ed è perché le bilanciava tutte anche negli anni in cui i calciatori dell’Inter erano più famosi per le inchieste sulla prostituzione che per le imprese sportive. Bastava guardarlo attraverso uno zoom da rimessa laterale e l’anima dell’interista di turno si purificava all’istante da qualsiasi cattivo pensiero. Zanetti ha lavato via i peccati di tanti interisti con il suo esempio, ha messo in ombra una delle curve più oscene e razziste d’Italia senza mai fronteggiarla (com ha invece fatto Paolo Maldini, per intendersi), ha dato animo e spirito dopo mille sconfitte diverse, è stata la testa alta, altissima dell’Inter negli anni più bassi e meschini. Il Capitano è quello che ti perdona tutto, non ti fa mai mancare niente e ti toglie le castagne dal fuoco quando conta, basti pensare a quella fucilata da fuori area in zona Cesarini che scagliò alle porte di Doni in un Inter-Roma decisivo per lo scudetto e per vietare l’ingresso a me e i due amici interisti con cui andavamo a vedere le partite al Lions Pub di Firenze. Esultammo un po’ troppo, per usare un eufemismo e non ostentare dettagli scabrosi per futuri professionisti nel ramo della disoccupazione creativa.
Ogni campione ha un gesto tecnico che lo caratterizza e che unico s’erge nella memoria di tutti: per Del Piero è il broncio al momento della sostituzione, per Inzaghi il tuffo femmineo in area di rigore, per Nedved l’abbattimento del muro del suono dopo essere stato sfiorato da un avversario, per Totti il proverbiale congiuntivo e così via. Si fa per ridere e per odiare gli avversari di sempre, s’intende, a cui auguriamo ogni sciagura ancora oggi, purchè non sia personale ma che colpisca anche qualche suo vecchio compagno di squadra. Scherzi a parte, il gesto tecnico che viene in mente ad ogni interista al pensiero di Zanetti, oltre alla dichiarazioni alla stampa più trascurabili di sempre (basta sentirne una: dobbiamo tenere duro fino alla fine, io credo che X o Y è un grande giocatore/una grande squadra, mi fa piacere essere utile per la società, siamo consepevoli della nostra forza in vista degli obiettivi che ci restano ecc) sono senza dubbio le zingarate in modalità trattore per decine e decine di metri di manto erboso, vere esperienze vediche-interiste di trascendenza e ascesi. Se un induista crede che l’OM sia il suono che ha generato il mondo,  il vero interista crede che sia stata una zingarata di Zanetti. Ricordo che inizialmente veniva rimproverato al Capitano di rallentare il gioco con certe sue continua sgroppate, di non scaricare quasi mai la palla alla prima occasione e di come quelle sue galoppate non portassero che, al massimo, a un calcio d’angolo. Era tutto vero analizzando variabili prettamente calcistiche, ma non dal punto di vista poetico. Quelle galoppate senza approdo erano il simbolo totale ed esauriente di una Inter che faceva ogni anno la prestigiosa Corsa del Puppone, ossia quella che non porta a casa niente ed è fine a se stessa. E Zanetti, anno dopo anno, sconfitta dopo sconfitta, incrementeva sempre di più e sempre più inutilmente la massa muscolare e i cavalli nel motore così come l’Inter comprava sempre i migliori della piazza: entrambe le operazioni si accompagnavano invece al progressivo inabissamento di ogni sogno nerazzurro, tanto che in quegli anni l’interista aveva una stagione sportiva che durava da Luglio a Gennaio, termine ultimo di qualsiasi illusione di vittoria, vuoi per la sfiga, vuoi per quella che diventerà Calciopoli, vuoi perché nessuno ci capiva niente. Ma poi il personaggio di Zanetti a partire dall’Inter di Mancini, quella che emerge come una delle poche squadre uscite specchiate da uno dei più grossi scandali del calcio mondiale e di cui Javier ne rappresenta così perfettamente una onestà ora non solo ostentata, ma anche certificata, cambia segno e diventa l’ariete di ogni riscatto impersonificando l’interismo più sfrenato, contro tutto e contro tutti, talvolta perfino se stessi, ma finalmente a segno. Da quel momento ogni interista avrà erezioni dell’anima alla vista di Zanetti che parte allo sbaraglio, senza senso, entrare in una bufera di piedi, calci e tackle, e uscirne non solo palla al piede, ma con impassibilità tibetana,  rinnovata energia, per giunta con un taglio di capelli come se fosse appena uscito dal parrucchiere e anche un paio di ammonizioni a gioco fermo ai danni di chi aveva provato precedentemente a fermarlo, mentre i livelli di testosterone di ogni interista schizzano come neanche quelli della Juventus di Agricola, per giunta senza l’intervento di sostanze dopanti ma solo grazie alla chiara e limpida visione della superiorità inenarrabile del proprio Capitano. Poi Zanetti ha continuato la sua carriera regalando anche solo un attimo di beatitudine profonda ad ogni partita giocata, si è beccato una fastidiosa borsite a furia di alzare trofei ed è diventato di malachite, oltre che di fibre muscolari da clonare per l’eugenetica che verrà.
Ecco dunque l’immagine con cui tutti lo saluteranno stasera alla Scala del Calcio. Non sarà semplice essere interisti anche senza il Capitano in campo, senza di lui il quoziente intellettivo e affettivo dell’Inter si abbassa in modo tragico, ma stasera vivrà un ultimo sussulto di impareggiabile idillio. Grazie Capitano, per milioni di persone sarà impossibile dimenticarti in tenuta da gioco anche se sappiamo già che accanto a Cordoba l’Inter è in buone mani e farai la tua elegantissima figura in giacca e cravatta, facendo a gara con Figo a chi usa più gelatina per i capelli.
E ora, un video tamarrissimo per festeggiarlo, con la musica che solo un malato di calcio o un abituale consumatore di MDMA può ridursi ad ascoltare. Scusaci Capitano, ma l’alternativa era Ramazzotti o non scriverti affatto.

PS: ditemi bravo, sono riuscito a parlare per diverse righe d’Inter senza scrivere mai la parola Moruinho. È la prima volta che mi succede dal 2010.

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