Gianni Montieri – Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

Uno dei più comuni fraintendimenti circa la lettura è che si debbano leggere sempre e comunque capolavori per migliorare la propria capacità di lettore (???) o peggio di esseri umani. Non che leggere capolavori faccia male all’uomo, certo, ma il primo di essi che son riuscito a portare a termine tra precoci (le prime della mia vita, forse) bestemmie ma anche i primi vagiti di quell’amore per la lettura che poi mi avrebbe invaso, è Don Chisciotte, rigorosamente sotto ordine militare dell’allora professoressa di italiano alle scuole medie, che odiavo ed oggi rispetto proprio per quell’odio. Sarebbe stato più pericoloso infatti, all’epoca, essere indifferente a tutti quei libri. Nel frattempo leggevo di tutto, dai volantini alle riviste di arredamento dei miei genitori, per quel piacere genuino della lettura che nelle scuole italiane ancora ci ostiniamo a proporre attraverso riassunti, antologie, interrogazioni, parafrasi ed altri simili espedienti e che io trovavo quando mi andava, dove capitava, sempre con immutato e futuribilissimo godimento. Ho sempre pensato che sarebbe bastato non romperci così tanto i coglioni sull’importanza di certi libri affinché li avessimo potuti trovare interessanti. 
Vabbè, quello che volevo poi dire prima di dilungarmi è che da piccolo ho soprattutto letto tantissime riviste di sport, quotidiani sportivi, biografie di grandi personaggi dello sport e così via, quindi mi è rimasta così questa passione per il legame tra letteratura e sport, mi piace Osvaldo Soriano che parla delle partitacce più assurde nella pampa argentina, mi piace Giovanni Arpino che commenta i mondiali di calcio, mi piace Daniele Vecchi che racconta i playground U.S.A, mi piace Federico Buffa che ha reso l’iperbole lo strumento espressivo attraverso cui far innamorare una generazione intera del basket (per non parlare di certe telecronache di Flavio Tranquillo, Tullio Lauro ecc.), tutti esempi di come si possa coniugare, dai livelli di letteratura finissima a quelli della testimonianza più popolare, la cronaca sportiva all’amore per la parola. Per questo rilancio qui questo brano stupefacente di Gianni Montieri, ripreso da Poetarum Silva, di cui riporto una postilla finale per correttezza e sostegno della già presente e condivisibilissima solidarietà, augurandovi poi una gustosissima lettura che almeno qui, nessuno vi ordina, specie se minorenni.

“(A Fernando, Andrea, Martino, Alessandro e Franz. A Mario Kempes)

Nota: questo racconto è stato pubblicato per la prima volta su Tornogiovedì. Attualmente l’attività del sito è sospesa per questioni di diritti di proprietà. A Fernando Coratelli, Franz Krauspenhaar e Luigi Carrozzo il mio sostegno (e quello della redazione di Poetarum Silva). Sento che il giovedì tornerà in quella casa o in un’altra.”

PS: poi qui mi son anche divertito a scrivere talvolta di sport, brani sempre leggerissimi quali quelli che amo leggere sullo sport, e qui al limite della mera nostalgia. Se siete curiosi buttate un occhio qui: https://carusopascoski.com/category/sport/

Prologo

Sono le tredici e dieci del 26 giugno 1978, ora di Buenos Aires. La notte prima, i festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali di calcio, da parte dell’Argentina, hanno inebriato tutto il paese. Nelle stanze del ritiro dei campioni, c’è ancora grandissima euforia, tutti sono contenti, tutti sono pronti a ricevere le medaglie e gli onori del caso. Tutti meno uno. Mario Kempes è chiuso in bagno da più di un’ora, Daniel Bertoni (suo compagno di stanza) è agitato, chiede a Mario di sbrigarsi. Kempes non uscirà, il capocannoniere del Mundial non è contento. Mario Kempes ha finito lo shampoo.

21 giugno 1978: Quiroga

Non c’è nessuno più argentino di me, sì lo so che gioco nel Perù. E allora? Vuoi sapere com’è andata? Io sono un buon portiere, ho giocato nel Rosario Central (sì Rosario, proprio dove giocheremo tra un po’). Mi fecero capire che non ci sarebbe stato posto per me nella nazionale Argentina. Menotti preferiva Fillol e dopo di lui Lavolpe e dopo di lui Baley. Il mio club attuale, lo Sporting Cristal quando mi offrì il nuovo contratto mi propose la naturalizzazione: accettai. Cosa vuoi che ti dica per stasera? Vuoi sapere se mi hanno dato dei soldi? Che importa, se decido di farlo non lo faccio certo per denaro, lo faccio per il mio paese. Ora lasciami stare devo andare a riscaldarmi.

21 giugno 1978: Luque

Meno male che il Brasile l’hanno fatto giocare prima di noi. Ma come cazzo avranno fatto a impedire che le due partite fossero in contemporanea. Che maledetto figlio di puttana che è Videla. Io non so come andrà a finire, alcuni dei ragazzi dicono che la partita è sistemata. Menotti non parla ma è tranquillo. Mario come sempre sta per i cazzi suoi, ha detto che non vuol sentire niente di questa storia. Ha detto che vuol fare minimo due goal e che due devo farli io. Fosse facile. Non mi sento tranquillo.

21 giugno 1978: Ardiles

Peruviani del cazzo.

21 giugno 1978: Kempes

Menotti ogni tanto torna a rompere le balle con questa storia dei capelli: che andasse a cagare. Già ha rotto abbastanza per i baffi, ora basta. Non capisce che i capelli mi danno sicurezza. Quando corro, i capelli disorientano il mio avversario, ho visto guardalinee sbagliare la segnalazione di alcuni fuorigioco, a mio vantaggio, grazie ai miei fottutissimi capelli lunghi. Gli europei dicono che noi argentini siamo sporchi, che non ci laviamo, che siamo grezzi. Stronzate, unti o meno, noi andremo a vincere questo mondiale. Luque e Fillol mi hanno detto che il Perù ci lascerà vincere, che in cambio saranno liberati dei prigionieri politici; Bertoni ha detto che daranno soldi a Quiroga. Non ci credo Quiroga è un bravo ragazzo. Io mi devo occupare di segnare. Mi è bastato sapere quello che successe quattro anni fa prima di Polonia – Italia.

21 giugno 1978: Quiroga

Come cazzo faccio a farmi fare tutti quei goal senza farmi scoprire. Boh, in fondo sono loro ad avermi soprannominato “El Loco”. Loro chi, poi?

21 giugno 1978: Cronaca

L’autobus che conduce la nazionale peruviana “sbaglia” sei volte strada e giunge allo stadio con due ore di ritardo. Finisce in mezzo ai tifosi Argentini. Piovono insulti, la tensione sale.

21 giugno 1978: Cronaca

L’Argentina batte il Perù sei a zero, doppiette di Kempes e Luque.

22 giugno 1978: Bertoni

Mario dalla fine della partita non parla con nessuno, mi ha detto soltanto: “Noi, non ce la meritiamo l’Olanda”. Io credo che il calcio sia questo. Noi abbiamo vinto perché siamo più forti del Perù, dove sta la sorpresa? Non hanno mai avuto grandi difensori. Quiroga? Un argentino che ha giocato nella porta sbagliata. Così è la vita.

22 giugno 1978: Kempes

Figli di puttana, figli di puttana, hanno veramente comprato la partita. Non ci volevo credere, non ci volevo credere. Il mio primo gol mi sembrava regolare, mi libero dell’uomo e batto, in diagonale, Quiroga in uscita. Dopo no, però, dopo tutto troppo facile. Eravamo sempre liberi avremmo potuto segnarne dieci. Luque al sesto gol rideva. Ma come puoi, amico mio, come puoi? Giocherò la finale come si deve, sono un professionista ma con questa gente io non ci voglio avere più niente a che fare.

22 giugno 1978: Dichiarazione del Generale Jorge Rafael Videla

Siamo molto contenti della prestazione della nostra nazionale. I nostri ragazzi stanno tenendo alta la nostra bandiera, dimostrando sul campo i valori in cui crediamo: l’unità e l’orgoglio nazionale. Questi giovani sono patrioti. Ora non ci resta che andare a vincere questo Mundial. La storia ce lo chiede.

 

22 giugno 1978: La stampa internazionale

I quotidiani di tutta Europa e, gran parte di, quelli Americani gridano allo scandalo. In Brasile alcuni sostengono che bisognerebbe dichiarare guerra all’Argentina. La parola più usata nei titoli è: “Vergogna”. Il portiere e i difensori del Perù non intendono rilasciare alcuna dichiarazione. C’è odore marcio, odore di pastetta, ”marmelada” come diranno poi.

 

24 giugno 1978: Un sogno di Diego Armando Maradona

Siamo al quindicesimo del secondo tempo della finale Mundial, Menotti (che mi ha convocato all’ultimo momento) decide di farmi entrare. Stiamo perdendo uno a zero, rischiamo il ragazzino. Entro al posto di Daniel Bertoni. Sento il boato della folla ma non mi tremano le gambe. Al ventiduesimo, Ardiles mi passa la palla sulla tre quarti sinistra, salto un uomo in velocità; al limite dell’area mi viene incontro Krol, d’esterno do la palla a Kempes, sulla lunetta, Mario è spalle alla porta ma riesce a restituirmela di tacco dentro l’area, la lascio scorrere sul sinistro ( e dove se no?), prendo la mira e piazzo un tiro imprendibile sotto la traversa. Viene giù lo stadio

24 giugno 1978: un sogno di Mario Kempes

Siamo alla mezzora del secondo tempo della finale  Mundial, l’Olanda ci sta battendo tre a zero, meritatamente. Stanno giocando benissimo, arrivano da tutte le parti. Io gli ho dato  una mano: ho sbagliato un gol a porta vuota nel primo tempo, durante l’intervallo Tarantini ha cercato di prendermi a pugni, Fillol e Luque l’hanno fermato. Nel secondo tempo, sul due a zero, l’arbitro italiano ci ha regalato un rigore. L’ho tirato e buttato fuori. Il pubblico ha fischiato, i compagni mi hanno minacciato. Sto giocando per perdere, per mettere le cose al proprio posto.

 

 

25 giugno 1978: La finale

Archiviato il Perù, si pensa solo a giocare, di fronte l’Olanda e il calcio totale. L’Olanda sconfitta quattro anni prima dalla Germania, l’Olanda che gioca meglio di tutti. L’Olanda che al fischio finale di Gonnella se ne va senza salutare i campioni. Ai goal di Kempes e Nanninga, seguono i tempi supplementari, preceduti dall’incredibile palo dell’Olanda, ancora Kempes (capocannoniere) e Bertoni chiudono la partita. Bertoni, graziato da Gonnella per una gomitata. Altre irregolarità? Forse. L’Argentina è campione del mondo di un mondiale scandalo. I giocatori alzano la Coppa, grande festa sugli spalti. Uno per uno stringono la mano al Generale Videla. Tutti tranne uno: Mario Kempes.

 

25 giugno 1978: Lo splendore del gioco del calcio

Siamo sul risultato di uno a uno. Tempi supplementari. Mario Kempes riceve palla poco fuori dall’area, a sinistra della lunetta. Il pallone incollato al piede sinistro salta il primo uomo, entra in area e in velocità salta il secondo, tira sull’uscita del portiere che respinge, ma la palla resta lì e Kempes, più veloce dei due difensori olandesi, insacca a porta vuota.

25 giugno 1978: Kempes

Luque ha detto che sono matto a non aver stretto la mano a Videla, dice che mi farà sparire. Stronzate, puoi far sparire tutti i bambini che vuoi, se sei un maledetto figlio di puttana, ma nessuno ti perdonerà di aver fatto sparire il capocannoniere del Mundial.

25 giugno 1978: Kempes alla stampa

Perché non ho stretto la mano a Videla? Nella confusione non me ne sono accorto.

26 giugno 1978: Luque, Bertoni, Fillol, Ardiles

Ardiles: << Che fa quel coglione è ancora in camera?>>

Bertoni: << Sì, è ancora chiuso dentro, dice che senza il suo shampoo non può lavarsi i capelli e che con i capelli sporchi non esce.>>

Ardiles: << Dannato figlio di puttana>>

Fillol: <<Prima non stringe la mano a Videla, poi questa, ma che cazzo vuole che ci sbattano tutti dentro?>>

Luque: << Calma, calma, vedrete che tra poco uscirà, questo fottuto mondiale ce l’ha fatto vincere lui non dimentichiamocelo>>

Ardiles: << Lui? Ma vaffanculo>>

 

26 giugno 1978: Kempes

Mi dispiace per Daniel, per Luque, sono amici, ma non penseranno davvero che io non esca per lo Shampoo? Non esco perché mi vergogno, non sopporto le domande della stampa, non sopporto questo paese, non sopporto l’aver vinto con questa macchia, non sopporto Videla. Voglio andarmene a casa, in vacanza, poi in Spagna. Dimenticare, sperare che la gente dimentichi e che dopo si ricordi soltanto di Mario Kempes. Bettega, Zico e altri calciatori mi stimano, cosa penseranno di me?

10 giugno 1978: Italia

Ho sette anni, la prima partita che rimango a guardare fino a tardi nella mia vita è stasera, è Italia Argentina, papà ha detto che posso. Sono emozionato. Mio padre dice che l’Italia sta giocando bene. Segna Bettega. Che bel gol. Sono felice. Vinciamo uno a zero. A fine partita chiedo a mio padre: “Papà mi ricordi come si chiama quello dell’Argentina con i capelli lunghi e il numero dieci?” “Mario Kempes”.

15 dicembre 2001: Kempes

Com’è bello il Salento. Restassi ad allenare qui anche solo per un mese, ne sarebbe valsa la pena.

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