Imma Indaco – Cattedrale di farfalle

Pratico il deserto
e le sue temperature.
La sabbia
Impasta la pleura.
Mi copro
con una sedia
vuota.
C’ero.

 ***

Genova, ti cerco
nella lavica gola.
Verde onda
stesa
sul ciglio pensieroso di muschio.
È lentezza
svaporata d’incenso
il tuo arenare.
Mio padre
ha lavorato a Genova.
Ed io, oggi, porto
il garofano rosso di Caproni
al suo tribunale.

***

Di notte
la foce
e il canto dal polso antico delle
maree.
Seni come tribunali.
Le sedie sospese
di miele di castagno
a scolar sabbia fine
sul cuscino.
Ti portavo il mio amore
come si porta un fiore al cimitero.
C’ero, Madre
mentre
piovevi nel deserto.
La via lattea
mi appartiene
e tu
ridi, severamente.

***

Anch’io
in questa cattedrale
di farfalle.
Eppure sembravano mille
gli anni.
Il gelsomino
ha ancora l’ombra calda del mio tempo
tra le foglie nuove.
C’è una parola che vendemmia
come un’antica litania.
C’è amore d’onice
e possiede il tempo remoto
dei fiumi del mondo
nella risacca della cornice.
La Grecia degli anni
è, oggi, una torre di tempo.
nella ruota di un pavone.

***

C’è il colore lento dei miei occhi
in questa stanza.
C’è il fumo dei gerani
a dondolare sul soffitto
scucito di grigio.
Il portacenere
confina
con il tufo e lo scirocco.
La finestra
è un vecchio giradischi
di mio padre.

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