Un mondo senza pietà (Éric Rochant, 1989)

“Se almeno potessimo prendercela con qualcuno, se potessimo credere di servire a qualcosa, o di andare da qualche parte.
Ma cosa c’hanno lasciato? Un domani felice? Il grande mercato europeo?
Non abbiamo niente.
Non ci resta che innamorarci come coglioni: e questa è la cosa peggiore.”

Un-Monde-sans-pitieUn mondo senza pietà racconta la vita di Hippo, al crocevia tra Oblomov e Neil Cassady, incarnazione del motto dei CCCP non-studio-non-lavoro-non-guardo-la-tv-non-vado-al-cinema-non-faccio-sport, che senza sogni né recriminazioni particolari si lascia vivere come un pesce rosso in una vasca domestica, in questo caso una Parigi periferica, notturna e sorniona. “Non siamo noi, i banditi. Noi siamo soltanto nullità. Lasciateci tranquilli”. Niente male per essere il ritratto di un trentenne di venticinque anni fa, mentre il mondo diventa giorno dopo giorno sempre più pronto ad accogliere le sgomitanti Nathalie e sempre più incomprensibile agli occhi degli eterni Hippo là fuori, quelli che ancora riescono a godere dei benefici della disoccupazione.Questo film brillantemente grigiastro è un distaccato e ironico racconto dell’insofferenza nei confronti della generazione post sessantotto, che ha cresciuto figli vedovi di ogni utopia e privi di qualsiasi urgenza di sostentamento e ideologia. Liberato dalla pretesa di analisi sociologica ed anzi ispirato da un felice ritmo piatto e senza crismi ideologici, il regista Éric Rochant s’immedesima perfettamente negli umori lenti e stonati del suo protagonista, interpretato da un fantastico Hippolyte Girardot, girando una pellicola che trae profondità e poetica dai momenti interlocutori e, come il suo soggetto, annoia e si annoda laddove la trama degli eventi si delinea un poco.

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