Giorgio Montebello – Omaggio al Banco e a Francesco Di Giacomo


“Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare il giusto.
Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.”

La parola “Banco” ha sempre rievocato in me numerosi e differenti immagini, persone, oggetti, tutte sparse nella memoria di una vita, a formare qualcosa di estremamente variegato, denso. Banco è per me sinonimo assonante di “babbo”. Fu proprio lui, il mio babbo, a parlarmi con entusiasmo, fin da quando ero piccolo, di questo gruppo, divenuto simbolo, per me, di tutto il buono che c’era negli Anni Settanta, a livello umano, oltre che musicale, e che dagli Anni Settanta si è protratto fino a questo giorno improvvisamente divenuto così triste. “Banco” era, ed è ancora, soprattutto il sinonimo di un ometto e un omone insieme, dall’aria così innocente, pura, la cui fisionomia da sola, probabilmente bastò per far breccia e trovare un posto anche nel cuore di Fellini.

Francesco di Giacomo era un uomo di una bellezza poetica innata, tanto da calzare, con la sua imponente presenza artistica, più di un personaggio dell’immaginario felliniano. Un uomo che ha fatto della poesia uno stile di vita, che ha saputo con la sua voce tenorile, unica ed inconfondibile, elevare la sua stessa poesia, il suo messaggio, fino a scolpirlo nelle menti di tutti noi. Un uomo che cantava, sognava e parlava al pubblico, di una libertà che si manifesta innanzitutto nella musica, un uomo che con ogni parola cantata o detta, rammentava al pubblico quanto fosse importante la memoria, la memoria di quello che è stato l’uomo, la memoria di quello che ha fatto l’uomo, e la memoria di cosa sia in effetti l’uomo. Io ricordo di quello strano personaggio, così buffo, in quell’orologio da taschino, lo ricordo come l’autore della più grande canzone sull’amore (e non d’amore), il poeta, il sognatore, il sogno stesso, che si fa voce e diventà la voce della ragione, della libertà, della pace, la voce della poesia. La voce che c’ha ricordato anche come il tempo, che cambia inesorabilmente le cose, non impedisca alla storia di ripetersi.

“Cerco di cogliere il cammino dei pensieri belli, ma selvaggi. Le parole hanno tutte un loro suono e il problema nasce quando vuoi mettere le parole in musica. Può darsi che ti colpisca particolarmente un ghiacciolo amaranto e ti viene voglia di scriverci sopra: viviamo tra sospiri e sospensioni, e quando si scrive, come nella vita, non dobbiamo cercare sempre e costantemente il momento più alto del volo, ma almeno proviamo a saltellare. Non scrivo mai cose che non amo: se non amo le rose rosse non le scrivo. Le parole sono cose che stanno dentro di te e quando devo uscire fuori, quello che dico deve suonare bene. Bisogna servirsi della metrica ma va anche corroborata da ciò che si ha in testa. Nella stesura di un testo è importante mettere a fuoco la ritmicità delle parole: il ritmo è qualcosa da penetrare. Poi io ho il terrore dello stile: quando mi è stato chiesto di scrivere un testo, io ne ho scritti e proposti tre tutti con delle varianti che per chi li leggeva erano impercettibili, ma per me no.”

Disse, al concerto, di “far propri, quel momento, quella frase, quel concerto”, e così abbiamo fatto, io e la mia ragazza, e altrettanto fece, quarant’anni fa, il mio vecchio, nel ’74, allo stesso concerto in cui probabilmente si trovavano anche i genitori della mia ragazza. Francesco fa parte del legame fra me e mio padre, fra generazioni intere, fra me e la storia da cui tutti dovremmo imparare. Mi ha insegnato come fosse stato un padre lui stesso. La sua musica mi ha insegnato tutto ciò che c’è da sapere dalla vita.

“Il rock è pieno di rockstar, ma di un solo Banco del Mutuo Soccorso…!”

E come ha scritto Alvaro Fella dei Jumbo, suo collega… “Lassù non ne avevano abbastanza di grandi, e dopo chitarre, pianoforti, e batterie avevano bisogno di una voce, e hanno scelto la più bella”.

“Non mi svegliate ve ne prego 
ma lasciate che io dorma questo sonno, 
sia tranquillo da bambino 
sia che puzzi del russare da ubriaco. 
Perché volete disturbarmi 
se io forse sto sognando un viaggio alato 
sopra un carro senza ruote 
trascinato dai cavalli del maestrale, 
nel maestrale… in volo”

Questa voce è stata pubblicata in Musica. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Giorgio Montebello – Omaggio al Banco e a Francesco Di Giacomo

  1. saldan scrive:

    L’ha ribloggato su acapofitto / il blog di saldan.

Rispondi