2013 – 50 dischi scelti e raccontati da Francesco Tognozzi (30-21)

“Sei stanco di leggere classifiche del 2013? Cazzi tuoi!”
‘Ipse dixit’ semper bonum est

Scusate il ritardo, ma s’aveva da fare. Cosa? Mah, iniziare ad ascoltare i primi ottimi spunti musicanti di 2014, come le Warpaint, ben sapendo che sarà difficile eguagliare la quantità di grandi dischi usciti nel 2013, di cui ancora Francesco vi racconta, dopo le precedenti puntate, 50-41 (clicca qui per leggere e ascoltare) e 40-31 (clicca qui per leggere e ascoltare),  alzando ancora l’asticella qualitativa della proposta.

30. TOY – Join the Dots [Heavenly]

Per un gruppo di ragazzini inglesi senza credenziali, che fa il suo ingresso in scena osannato come una next big thing, non è certo semplice soddisfare le attese della platea con il disco d’esordio. Se poi il disco in questione, pericolosamente in bilico tra brit-pop, scenari gotici, shoegazing e tendenze avanguardistiche di stampo anni ’70, lascia in bocca un meschino gusto d’incompiutezza pur rivelandosi un piccolo capolavoro, ecco che l’attesa per la seconda prova si carica di dubbi, speranze e puzza sotto il naso. Oggi, a carte scoperte, è ancora troppo presto per far chiarezza su quale direzione stiano prendendo i TOY, dato che Join the Dots – lanciato un po’ frettolosamente appena prima della fine del 2013, a circa un anno e mezzo dall’uscita del primo lp – congela per molti versi i temi del debutto e ha tutta l’aria di un disco di transizione. Perciò, anziché perdersi in prolissi paragoni tra i primi due releases della band, si può tentare di adottare una visione d’insieme che li contempli entrambi come frutto dello stesso spirito e delle stesse intenzioni, rendendo forse più giustizia a questo atteso (ma non così presto) sophomore. Perché se da una parte la formula è rimasta intatta, senza particolari scossoni, è anche vero che poco o niente nel contesto attuale riesce a somigliare al tenebroso kraut-pop-gaze dei TOY, che tornano qui ad alternare incursioni nella Germania dei Neu! (Left to Wander, Fall Out of Love e l’epica, immensa title-track), onirici passaggi in area psych (As We Turn, Too Far Gone to Know) e strizzate d’occhio ai nostalgici del brit-pop (You Won’t Be the Same, Endlessly). Join the Dots non dà indicazioni precise su cosa i ragazzi di Brighton abbiano intenzione di diventare da adulti, ma spiega convincentemente che in loro è lecito riporre grandi aspettative. Per il momento, una conferma è più che sufficiente.

29. Holden – The Inheritors [Border Community]

A vederlo di sfuggita nelle tante foto recenti che si trovano sul web, James Holden sembra ancora un ragazzino, con i suoi improbabili maglioni colorati, l’aria emaciata e un taglio di capelli dal vago gusto dandy che fortifica – come se ve ne fosse necessità – la sua immagine inequivocabilmente british. Osservandolo in maniera più attenta però non si possono fare a meno di scorgere, nei suoi occhi azzurri e malinconici, 35 anni vissuti intensamente e un profondo senso di disillusione verso ciò che lo circonda, e verso ciò di cui egli stesso si nutre. “L’elettronica mainstream di oggi, è tutta merda”, ha dichiarato con mestizia ad un’intervistatrice italiana di Repubblica, appena qualche mese fa. Confessando, tra l’altro, di essere stato sul punto di mollare tutto e di essere stato ripreso per i capelli (in senso artistico, s’intende) niente meno che da Thom Yorke, suo grandissimo estimatore. Tant’è che, forse proprio cibandosi del suo stesso disincanto, Holden ha dato alla luce dopo una parentesi di sette anni il disco più complesso e ambizioso della sua contraddittoria carriera, rimettendosi in gioco con risolutezza ad un nuovo livello. Forte di un rinnovato impulso alla manipolazione più istintiva, il talento di Exeter ha registrato The Inheritors completamente in presa diretta, con l’utilizzo di un sistema di sintetizzatori modulari su cui si è lambiccato per anni, dando forma ad un oscuro monolite techno-trance di 75 minuti che è debitore fino al midollo dell’elettronica ancestrale di Klaus Schulze, Cluster e colleghi krauti. Una crociera nello spazio che tra meteoriti (come la gigantesca title-track), piogge cosmiche (Renata, Gone Feral) e buchi neri (maestosi i nove minuti di Blackpool Late Eighties), ci trasporta nella nuova dimensione, assolutamente sperimentale, che Holden ha creato intorno a sé per trovare riparo dall’aridità di un elettronica contemporanea in cui stenta a riconoscersi.

28. Salvia Plath – The Bardo Story [Weird World]

E’ incredibile, riflettendoci, come la seconda metà degli anni ’60 abbia rappresentato un momento tanto influente da sconvolgere ancora oggi la vita di persone che non ne sono nemmeno state parte. Per chiari motivi anagrafici, il novizio musicista Michael Collins ha potuto solo ascoltarne il racconto nelle parole dei suoi genitori, hippies in pensione, e nelle centinaia di dischi partoriti sotto l’effetto di sostanze psicotrope, dalle band più disparate, in quella che è rimasta scolpita nell’immaginario collettivo come l’età magica della psichedelia. Eppure The Bardo Story, ovvero il suo primo lp a nome Salvia Plath (prima si faceva chiamare Run DMT, da non crederci), suona esattamente come se fosse stato realizzato allora, regalando all’ascoltatore un’esperienza anacronistica tutta da assaporare. Il giovane di Baltimora non sarà forse un drago della chitarra, né il più visionario dei songwriters, ma essendo un famelico, dichiarato consumatore di musica dell’epoca – nonché di sostanze che vanno dal THC agli allucinogeni di prima fascia – sa bene come ricreare un certo effetto, tra produzione lo-fi, giocose tastiere vintage e una buona dose di cliché. E così, superata l’Intro che allestisce la scenografia tra fingerpicking e bucolici tamburelli, si è pronti ad imbarcarsi sul pulmino Volkswagen per un caleidoscopico viaggio a ritroso nel tempo che omaggia Question Mark & the Mysterians (nell’eponymous-track Salvia Plath), Moby Grape (This American Life), Holy Modal Rounders (Bardo States) e addirittura il maestro Morricone (Stranded), seminando per strada tesori psych-pop come l’indescrivibile House of Leaves e la struggente Hidden Track (una B-side di Magical Mystery Tour?), che da sole bastano per trasformare un disco strafatto e zeppo di citazioni in un insostituibile pezzo da collezione.

27. No Joy – Wait to Pleasure [Mexican Summer]

Jasamine White-Gluz e Laura Lloyd, che hanno fondato i No Joy quattro anni fa a Montreal nel sacro nome del do it yourself, devono essersi nel frattempo accorte che una produzione di scarsa qualità a tutti i costi non è necessariamente sinonimo di appartenenza a una stirpe gloriosa di indie-rockers. La cura della registrazione, e in generale della presentabilità del proprio sound, non costituisce peccato se serve ad incanalare le velleità nella direzione corretta: questo devono essersi dette più o meno le due bionde shoegazers mentre tiravano a lucido, senza dover masticare il proprio orgoglio, l’incisione del loro secondo lp in compagnia del nuovo producer Jorge Elbrecht (Haunted Graffiti, Violens), una sorta di guru del sottobosco. Così, se l’esordio Ghost Blonde pareva la copia sbiadita e trita di un qualsiasi, poco indovinato ep dei My Bloody Valentine d’epoca, Wait to Pleasure si adopera in una meticolosa bonifica di distorsioni e altre sporcizie facendo emergere dalle nebbie il perentorio noise-pop della band canadese in tutto il suo splendore. E se il primo disco, caotico e derivativo, non garantiva al seguito una posizione di riguardo nella lista della spesa di quest’anno, ci si può piacevolmente ricredere ascoltando la nuova versione eclettica e purificata dei No Joy, che smerigliano le linee di basso muovendosi in territori gotici (Hare Tarot Lies, Pleasure), flirtano con sonorità dreamy (Wrack Attack, Uhi Yuoi Yoi), giocano a fare gli Hüsker Dü (Ignored Pets) e si arrischiano con spiccata personalità su percorsi elettronici (Blue Neck Riviera), per poi tornare a far ciò che riesce loro meglio, e cioè sommergere le melodie con bordate assordanti di feedback (Slug Night, Lizard Kids), sempre con lo sguardo fisso a terra. Wait to Pleasure è un’espressione che, riletta a posteriori, suona all’incirca: ehi, era solo questione di aspettare. Senza dubbio una delle più belle sorprese dal catalogo 2013.

26. Mount Kimbie – Cold Spring Fault Less Youth [Warp]

Per quegli artisti che, loro malgrado, si sono affacciati sulla scena dubstep fuori tempo massimo e senza possedere le marcate ambizioni sperimentali dei vari Burial, Shackleton e Zomby, non è stato semplice ritagliarsi uno spazio alla luce del sole nel panorama electro attuale. James Blake, per citare un esempio “scolastico”, ci è riuscito in poco meno di tre anni, divenendo al di là della Manica una specie di divinità del sottosuolo grazie alla peculiare forma di soul elettrico – candidamente cantautorale ed efferato al contempo – che lui, imberbe alchimista del suono e della voce, ha brevettato per veicolare la propria espressione artistica nel modo più congruo possibile. Altri che provenivano dal medesimo vivaio, come Dominic Maker e Kai Campos, al secolo Mount Kimbie, hanno deciso di puntare i fari su sonorità rock-oriented caricando basso e percussioni di maggiori responsabilità, pur mantenendo come punti fermi loop e campionature e delegando alla singolare voce del giovanissimo amico King Krule (questo ragazzo è un portento) gli episodi in cui il cantato si fa preponderante. Il risultato di questa loro transizione alla ricerca di un’intaccabile identità li ha portati a realizzare un secondo atto dal titolo lungo e indecifrabile, che nella sostanza sembra però voler scendere a patti con il gusto universale in vista di un’esportazione (anche) al di fuori del dancefloor. Cold Spring Fault Less Youth pulsa di vita androide, ma si concede una sola vera scorribanda techno a fargli da cavallo trainante – la memorabile Made to Stray – e confonde le acque per tutto il tempo restante, spaziando tra ambient-dub di vedute cosmiche (Break Well, Lie Near), futuristiche derive post-rock (So Many Times So Many Ways) e hip-hop alienato e suburbano (You Took Your Time, Meter Pale Tonne, i due pezzi realizzati in società con Krule). Difficile rimanere indifferenti al fascino magnetico di questo disco, che all’inizio si mantiene a distanza per poi, poco a poco, svelare un’anima notturna e suggestiva che parla sommessamente al cuore come solo di rado la musica elettronica sa fare.

25. Jackson Scott – Melbourne [Fat Possum]

Certi dischi nascono per essere ascoltati in una serata andata un po’ storta, o forse mai iniziata. Sono dischi che colmano lo spazio tra il torpore di una notte ubriaca e l’angoscia di un risveglio come tutti gli altri; piombano sulle nostre esistenze come fulmini a ciel sereno, e non importa tutto sommato chi li abbia composti, e come, e quando. E’ solo che raccontano storie simili, incredibilmente simili alle nostre, per quanto forse siano solo storie adolescenziali. Melbourne, primo lp del ventenne Jackson Scott, sta esattamente a metà di questa classifica perché in realtà potrebbe occuparne una posizione qualsiasi, ogni giorno una diversa. Può suonare acerbo, forse addirittura frivolo all’orecchio cinico di chi al mattino, sul treno, si sforza invano di nascondersi sotto le cuffie dalla società in cui si va confondendo. Quando poi la notte stessa, con l’anima spogliata da una bottiglia di vino agli sgoccioli, al solito orecchio si rivela l’unica alternativa possibile al dolore del silenzio. Si può approcciarlo alla ricerca di conforto, per rimanere però scottati da un songwriting tanto disilluso e corrosivo; al contrario se ne può tentar di fare uno specchio per la propria ineluttabile solitudine, scovandovi al momento meno opportuno un inusitato ottimismo. Quella di Jackson Scott è psichedelia sfuggente e inafferrabile, talvolta solare, per lunghi tratti tetra e pastosa, fatta solo di chitarra, parole e una coltre di polvere che ricopre vecchie istantanee ingiallite dal tempo. Evie, Sandy e le altre, sono tutte figure che popolano la nostra memoria oltre che quella dell’autore; sono frammenti nostalgici di un passato che riaffiora, strade che si sono tragicamente separate ad un bivio, storie di cui si vorrebbe riscrivere il finale. Melbourne vive nella nostra coscienza di adulti che non riescono mai a staccarsi del tutto dall’adolescenza, col pretesto di voler vivere eternamente e un po’ vigliaccamente in quell’età che concede ad ogni errore un rimedio.

24. Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze [Matador]

Non si poteva che risvegliare stordito in una mite giornata di sole, Kurt Vile, dopo aver quasi toccato il fondo nel tormentato incubo in bianco e nero di Smoke Ring for My Halo – suo penultimo lp da solista, datato 2011. Difficile dare un degno seguito ad un disco del genere, di quelli talmente pregni di drammatica ispirazione da rimanere spesso insuperati nella carriera di un songwriter: sperimentare nuove soluzioni era quindi l’unica via d’uscita possibile per non rischiare di incorrere in uno squallido effetto brutta copia. Gli echi di americana desolazione del lavoro precedente tornano ancora oggi a sfumare le note di pagine dolorose come Girl Called Alex e Too Hard, ma per il resto Wakin on a Pretty Daze sembra voler convogliare il talento di Vile in una nuova e luminosa dimensione. C’è il solito, inconfondibile menestrello al centro della scena, ma il gioco si fa più corale attorno al suo canto colloquiale e strafottente, mentre i pezzi si dilatano e si arricchiscono di colori e prospettive. Se stralci di folk elettrico e sporco come KV Crimes e Shame Chamber consacrano la lezione dell’eterno Neil Young, le placide escursioni di Wakin on a Pretty Day e Snowflakes Are Dancing sembrano piuttosto ammiccare alla psichedelia soft del collettivo Paisley Underground. E si ha addirittura la sensazione di un Kurt Vile trasfigurato nel robotico incipit di Was All Talk – praticamente un omaggio ai Devo – e nelle trame sci-fi che si nascondono beffardamente sotto la rurale innocuità di Air Bud. Era il momento di voltare pagina, per il ragazzone di Philadelphia, e lui si è deciso a farlo armandosi di tutta la classe ormai maturata e che nessuno può più togliergli. Questo disco non passerà forse alla storia come il suo capolavoro, ma è la parentesi perfetta per tornare a guardare avanti senza rischiare di immalinconirsi troppo.

23. Melt Yourself Down – Melt Yourself Down [The Leaf Label]

Difficilmente il gusto occidentale riesce ad amalgamarsi con l’esotico, in musica, per dar luogo a qualcosa di costruttivo ed innegabilmente unitario. I suoni dell’Africa o del Medio Oriente rappresentano ancora oggi per molti “bianchi” un oggetto di mero interesse filantropico, da apprezzare staticamente spaparanzandosi su una culla elitaria come se si trattasse di animali in gabbia allo zoo; ciò addirittura si accentua quando vocalist tradizionali siriani da matrimonio – vedi il caso Omar Souleyman – vengono sdoganati sul mercato nostrano con un hype che puzza tanto di forzatura, provocando reazioni che vanno da un apprezzamento poco sincero fino alla derisione. Il grande merito dei Melt Yourself Down, gruppo-chimera partorito dal sempre più poliglotta melting pot culturale di Londra, è quello di aver saputo coniugare ritmi tribali, musica sciamanica, jazz ed elettronica da club come se fosse la cosa più naturale del mondo, rendendo per di più quest’assortimento di ingredienti appetibile per un pubblico quanto mai trasversale. Se il luogo più consono per questa masnada di esagitati è certamente il palco, dal quale spesso e volentieri il frontman Kushal Gaya non disdegna di lanciarsi per convincere il pubblico al giusto coinvolgimento, non si può negare la straordinaria capacità che la band ha avuto nel tradurre il suo mood eccentrico e conturbante nella dimensione-studio. Fix My Life e Release! non perdono, sul disco, il loro disarmante, stroboscopico fascino afrobeat, Tuna è come un frastornante risveglio sotto il sole d’Arabia, We Are Enough e Kingdom of Kush bombe speziate piazzate sotto la sedia e pronte alla detonazione, prima del trittico finale Free Walk-Mouth to Mouth-Camel che narra paesaggi e peripezie di una folle trasferta sahariana. Il primo, omonimo lp dei Melt Yourself Down è trascinante, convulso, di una potenza inaudita; un rimedio perfetto contro l’apatia e uno stimolante pulito per chi voglia concedersi un high privo di reazioni collaterali. Eccetto quelle, inevitabili, a carico dell’udito.

22. Psychic Ills – One Track Mind [Sacred Bones]

Per quanto One Track Mind rappresenti ufficialmente solo la loro quarta uscita in long-playing, i newyorchesi Psychic Ills – in giro ormai da un buon decennio – sono abbastanza smaliziati da potersi concedere un inventario allo stato attuale delle cose, per decidere cosa accantonare del proprio operato fin qui e cosa, al contrario, salvaguardare per un futuro (e presente) interesse. Ascoltando la loro versione odierna, si direbbe finita l’epoca delle sperimentazioni elettroniche ardite, delle velleità kosmische e dei lunghi raga psichedelici; quel che rimane della band che sgomitava tra le file della misconosciuta etichetta The Social Registry è sicuramente la presenza imperante di due elementi fondamentali: i narcotici, e la figura autoritaria di un angelo occulto quale Sonic Boom (Spacemen 3, Spectrum) che impregna tutto il loro sound, dalla cadenza dopata dei brani al canto indolente e sardonico di Tres Warren. Lo spettro del guru d’Oltremanica appare sin dai primi accordi dell’iniziale One More Time e continua ad aleggiare sullo space-rock allucinato di See You There e sull’incedere sonnacchioso di Tried to Find It e Drop Out, per poi palesarsi definitivamente nello psych-country dell’acustica City Sun. Ed è tutto lì, in un certo senso, il limite di questi Psychic Ills: niente che non sia già stato sentito, in una vita o nell’altra; discorso che si può estendere al sordido blues-rock di Depot – una deriva marziana dei Gun Club – e al garage narcotizzato e un po’ ingenuo di I Get By. Ma tutto funziona ineccepibilmente in questo disco, come se ogni meccanismo fosse stato oliato con zelo prima della messa in moto, al tempo in cui forse non si sospettava, per la band di Brooklyn, una virata di tale decisione verso sonorità spiccatamente rock. Così, sebbene One Track Mind abbia molto del classico disco di transizione, appassiona, scuote, stordisce, e per certi versi riesce a cristallizzare un momento di magica ispirazione dei suoi artefici. Che, in qualsiasi caso, sarà difficile da replicare.

21. Dirty Beaches – Drifters/Love Is the Devil [Zoo Music]

Cosa ci si poteva attendere da Alex Zhang Hungtai, dopo un’opera straordinariamente pregna di intuizioni – e allo stesso tempo incompiuta – come il precedente Badlands, primo capitolo di una “nuova” carriera? Di sicuro maggior coerenza d’insieme, ma soprattutto un lavoro quantomeno dignitoso a livello di produzione. E queste aspettative, senza ombra di dubbio, si possono considerare assecondate. Quello che non si poteva immaginare, se non con ampie riserve, è che il ragazzo covasse dentro di sé un dolore così grande, sufficiente a generare un limbo di desolazione, cupo e probante, come il doppio lp Drifters/Love Is the Devil. Dove non vi è quasi traccia di reminescenze 50’s, pose da crooner e divagazioni psychobilly pilotate dalla sconfinata devozione per i Suicide: il presente dell’ectoplasma Dirty Beaches è un tuffo notturno in acque gelide di cui è impossibile intuire la profondità, un grido sordomuto di nevrotica alienazione, un pericoloso accesso alle zone più torbide della psiche. Se nella prima parte del disco si possono ancora percepire gli echi della prima uscita su Zoo Music (Night Walk, I Dream in Neon, Casino Lisboa), la sensazione di familiarità è destinata a dissolversi presto nella brutalità sincopata di Au Revoir Mon Visage e nell’arida parabola kraftwerkiana di Mirage Hall. Ci si ritrova così, impantanati e senza bussola, a farsi strada nella nebbia di un paesaggio inquietante tra pezzi scarni e deformi come Woman, Greyhound at Night e Love Is the Devil che, svuotati nell’anima, conservano solo la carcassa di un passato recente ma già antitetico. Questa creazione oscura, ai limiti dell’inascoltabile, segna un punto di non ritorno nella vita artistica del giovane Hungtai, che affidandosi al proprio, sofferente istinto ha scelto coraggiosamente di imboccare la via più difficile. Una via che porta lontano dai riflettori e che costringe la già ristretta nicchia di pubblico a dividersi. Chi ha il cuore pennellato di nero, però, non ha problemi a decidere da che parte stare.

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