2013 – 50 dischi scelti e raccontati da Francesco Tognozzi (40-31)

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40. Pure X – Crawling Up the Stairs [Acephale]

L’avvento di internet ha inevitabilmente partorito una generazione di musicisti che, inondati dalle tonnellate di materiale su cui “studiare” improvvisamente riversatesi nel web, sta stravolgendo e riscrivendo i dogmi geografici del settore. Così, se tempo fa un certo tipo di sound poteva essere in molti casi ricondotto ad una determinata scena musicale, caratterizzabile anche in termini spaziali, oggi si rischia di perdersi tra giapponesi che si danno al math-rock, cileni che stravedono per il kraut e la psichedelia, e altre buffe, chimeriche creature che vanno popolando la scena indipendente. Non ci si deve quindi stupire più di tanto se una band di Austin, Texas decide di rispolverare le sonorità dell’epoca dorata della 4AD, ovvero di gruppi dannatamente britannici e spesso misconosciuti quali A.R. Kane, Dif Juz, Pale Saints, per farle proprie e rielaborare una personalissima forma di nevrotico dream-pop. Il sophomore dei Pure X è un disco che a conti fatti rivela tutti i limiti di una band ancora alla ricerca della perfetta quadratura del cerchio, soprattutto a livello espressivo (tra alcune esasperazioni vocali ed un uso del falsetto spesso poco funzionale), ma che al contempo emana un inusuale magnetismo tale da costringere sempre ad un ulteriore ascolto, come se nascondesse un’inafferrabile profondità che non si può fare a meno di voler scorgere. Così il trio texano si costruisce la propria minuscola nicchia d’immortalità forgiando autentici gioielli come Never Alone, Written in the Slime, Things in My Head e la title-track Crawling Up the Stairs, sapientemente ambientate nella terra di mezzo in cui l’incubo lascia il passo alla certezza del risveglio.

39. The Knife – Shaking the Habitual [Rabid]

La terza uscita in sette anni dei Knife, che rivestono ormai lo status di classico moderno e non solo per i patiti di elettronica, non poteva che essere accolta come un evento dagli addetti al settore. Ma la grazia con cui il duo svedese è entrato, a gamba tesa, su questo 2013, è davvero degna di un elefante. Olof e Karin – che continuano a fare tutto in famiglia – hanno dato alla luce dopo una lunga gestazione il loro annunciato disco “politico”, che non lesina stoccate nemmeno ai piani più alti, quelli coronati, della piramide sociale. Un’opera di denuncia dunque, che si veste di toni minacciosi e si snoda su una durata da kolossal, oltre un’ora e mezzo di baccanali elettrici stipati all’interno del sempre più obsoleto formato doppio-lp. Il nuovo parto dei fratelli terribili è convulso come non mai ed è disturbante, tenebroso, difficile da digerire; l’esordio di A Tooth for an Eye sembra quasi amichevolmente ricondurre ai Knife della prima ora, ma è nient’altro che una beffarda illusione prima della discesa verso gli inferi, laddove macabri e frastornanti cerimoniali (Wrap Your Arms Around Me, A Cherry on Top, Raging Lung) si alternano a dilatatissimi passaggi ambient-drone (Old Dreams Waiting to Be Realized, Fracking Fluid Injection), per poi essere assaliti da tempeste sintetiche a folle velocità (Full of Fire, Networking). Shaking the Habitual ha praticamente tutto quello che si richiede a un disco per non essere vendibile, eppure, al di là dei soliti consensi riscossi dalla critica, ha persino rimpolpato il già ampio bacino d’utenza del duo scandinavo. Un paradosso? No, solo il meritato, condiviso riconoscimento di un colpo da fuoriclasse.

38. Föllakzoid – II [Sacred Bones]

Internet ha posto le basi per l’avvento della “global-music”, permettendo ad orde impronosticabilmente sterminate di bloggers di ricavarsi il proprio spazio attraverso la strada dell’auto-promozione, mentre piattaforme come Bandcamp et similia, in tempi più recenti, hanno fatto il resto. Questo ha inevitabilmente portato ad una situazione di tutto e niente al contempo: il rischio, in mezzo a così tanto nuovo materiale a disposizione di tutti, è quello di ritrovarsi impantanati in una palude globalizzata di musica di qualità medio-bassa. In quest’ottica, il piccolo miracolo contemporaneo della Sacred Bones, pulsante etichetta indipendente con base a NYC, sta nella capacità di selezionare talenti con cura certosina, frugando in ogni angolo del mondo e senza preclusioni di sorta, e di portare così alla luce fermenti musicali altrimenti destinati ad un triste ed immeritato oblio. Proprio come quello che si cela dietro al sibillino monicker Föllakzoid: quattro hipsters di Santiago del Cile (nientemeno) dediti ad una vorace, cannibale riscoperta di generi-totem della Germania anni ’70 quali kraut e space-rock. II, che fa seguito all’omonimo EP uscito nel gennaio 2011, radicalizza la propensione della band verso quel preciso, fondamentale passaggio della storia del rock, tra synth di cosmico respiro, voci atone e de-umanizzate che recitano stralunate lyrics, maratone di motorik e altri intramontabili feticci di marca teutonica. Il risultato è senza dubbio manieristico, ma di un realismo avvincente sin dalla splendida immagine di copertina: abbandonarsi a questa musica significa guadagnarsi una nuotata nel cosmo.

37. Public Service Broadcasting – Inform-Educate-Entertain [Test Card]

Armati di un inattaccabile spirito da rigattieri multimediali e di un intento che si potrebbe definire didattico, i due virgulti londinesi che rispondono ai curiosi pseudonimi di J. Willgoose, Esq. e Wrigglesworth hanno avuto il merito incontestabile di saper creare, attraverso il loro debuttante progetto Public Service Broadcasting, una delle proposte musicali più fresche ed originali dell’anno corrente. Una proposta che è nata dal meticoloso recupero di frammenti, più o meno cruciali, di storia della radiotelevisione britannica, intorno ai quali il duo ha cesellato melodie in bilico tra modernità e tradizione per dare vita ad accattivanti patchwork sonori narranti storie semplici e di senso compiuto. La filosofia dei PSB – a dirla con le loro stesse parole – è fondata sull’insegnamento delle lezioni del passato attraverso la musica del futuro: una vera scuola virtuale insomma, dove l’unica materia prevista è cultura generale. Nelle pagine del manuale si trova di tutto, dal tributo all’efficienza del servizio postale nazionale (Night Mail) alla celebrazione, quasi autoreferenziale, del glorioso servizio pubblico di teleradiodiffusione (Theme from PSB), dal racconto – mediante slogan pubblicitari e testimonianze rigorosamente datate – dell’avvento dei colori nel mondo televisivo (ROYGBIV), fino all’avvincente storia della conquista alla vetta più alta del pianeta (Everest). Il tutto è corredato da una narrazione in musica che, avvalendosi di una strumentazione che contempla ogni elemento possibilmente funzionale, dal banjo fino al più moderno dei sintetizzatori, ripercorre a sua volta decenni di storia del rock e dintorni: si ha così l’effetto, straniante e meraviglioso, di un passato che si rianima e torna a pulsare di una nuova, insperata giovinezza. Sarà difficile, per i due novelli alfieri del vintage, garantire un degno seguito ad un’opera tanto singolare.

36. Kinski – Cosy Moments [Kill Rock Star]

Con una decina di pubblicazioni in tre lustri all’attivo – tra cui un acclamato split con i mitologici Acid Mothers Temple – e centinaia di dissonanti esibizioni attraverso l’America in lungo e in largo (per poi, di tanto in tanto, sconfinare), i Kinski si sono ormai guadagnati lo status di piccola leggenda vivente della psichedelia. Non hanno mai goduto della meritata notorietà, un po’ perché nessuna influente webzine li ha mai presi sotto la propria ala protettrice, un po’ perché, in linea con la filosofia di molte altre realtà della West Coast in orbita Sub Pop, loro hanno sempre preferito lavorare sotto traccia curando tra le mura di casa l’evoluzione artistica del proprio progetto e svincolandolo dalle ossessive logiche della promozione commerciale, secondo un intramontabile orientamento DIY. Con questa formula Chris Martin – protagonista di una beffarda omonimia – sembra aver cucinato un elisir di eterna giovinezza per la sua band, che a quattordici anni di distanza dal primo, autoprodotto lp è ancora capace di cose notevoli. Nel tempo il sound ha smussato i suoi spigoli, il minutaggio dei pezzi si è ridotto e i Kinski hanno trovato la propria dimensione in una sorta di post-grunge dalle venature pop, vibrante e fragoroso ma dai contorni perfettamente nitidi. Cosy Moments amalgama in maniera virtuosa rabbia punk e divagazioni psichedeliche, inceppandosi talvolta in splendide parentesi di catatonia (Long Term Exit Strategy, A Little Ticker Tape Never Hurt Anybody), come in un’interminabile rincorsa tra fuzz e batteria destinata di tanto in tanto ad affogare nell’acido. Un disco multiforme che si lascia apprezzare a vari livelli e che lascia in eredità una manciata di riuscitissimi episodi, nonché la copertina più bella del 2013.

35. Jagwar Ma – Howlin [Mom+Pop]

Howlin è il frutto di una gestazione lunga oltre tre anni, durante i quali il combo formato da Gabriel Winterfield e Jono Ma (ai quali si è aggiunto nel 2012 il bassista Jack Freeman) ha cementato le urgenze individualistiche e finemente raffinato il proprio sound in vista di un debut che non avrebbe dovuto lasciare niente al caso. L’uscita del singolo-gioiello Come and Save Me, avvenuta un paio d’anni fa, era stata una sorta di gustoso episodio-pilota che aveva lanciato in sordina la carriera dei tre australiani, stanziatisi nel frattempo in Inghilterra con l’intenzione di mettere fieno in cascina per il momento più importante. Quando, verso la metà di quest’anno, il primo lp dei Jagwar Ma ha visto finalmente la luce, loro stessi devono aver provato un brivido d’orgoglio potendolo ascoltare per la prima volta nella sua interezza. Perché questi giovani cannibali hanno realizzato qualcosa di grande. Howlin è un incredibile collage di garage-rock 60s, dub, psichedelia, dream-pop, funk, afrobeat e disco-music, un autentico laboratorio di chimica del suono dove tutto sembra magicamente poter legare; il trend è quello danzereccio e metamfetaminico della Madchester di fine anni ’80 e non c’è dubbio che pezzi come Exercise, What Love e The Throw avrebbero fatto le fortune dell’Hacienda, ma l’atmosfera è sempre troppo sognante per essere opera degli Happy Mondays, o troppo groovy per provenire dagli Stone Roses. Inevitabile, dato che le droghe sono cambiate, la cultura rave è ormai un lontano ricordo e anche la house-music ha dovuto, suo malgrado, cedere il passo a nuove realtà: i Jagwar Ma potrebbero apparire, ad un occhio inesperto, una mera e anacronistica reincarnazione di tutto ciò, ma la verità è che stanno correndo verso il futuro pur cibandosi compulsivamente di passato.

34. Neon Neon – Praxis Makes Perfect [Lex]

Dopo la fine dell’esperienza coi Super Furry Animals (la sua creatura), Gruff Rhys ha continuato senza sosta – nonostante la critica abbia tentato più e più volte di pensionarlo – a reincarnarsi in nuove e spesso irriconoscibili entità, mettendo anche la faccia in una serie di collaborazioni delle quali ormai si è perso il conto, per poi di tanto in tanto far perdere le sue tracce. In quest’ottica i Neon Neon rappresentano una sorta di vicenda nella vicenda: nati alcuni anni addietro dall’unione del gallese più prolifico della pop music con il produttore americano Boom Bip (all’anagrafe Bryan Charles Hollon), hanno inciso il loro debutto nel 2008 per poi svanire nel nulla e quindi riapparire solo adesso, per giunta con il concept-album più strambo dell’anno. Praxis Makes Perfect è un bignami elettro-pop che ripercorre in dieci episodi a tema la vita dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, mecenate di sinistra iconico e controverso, raccontando con pungente ironia british una storia tutta italiana. Il protagonista viene riesumato – e con lui un intero immaginario antifascista che va dal secondo dopoguerra agli “anni di piombo” – in una straniante narrazione che spazia tra la poliedrica frigidità degli OMD (title-track), lo psych-pop al caramello dell’Ariel Pink più gigione (Dr. Zhivago, Hoops with Fidel) e l’irresistibile euritmia della italo-disco (Shopping (I Like to), Mid-Century Modern Nightmare), per approdare infine su lidi new-romantic (The Jaguar, Listen to the Rainbow) prima della toccante, conclusiva Ciao Feltrinelli. Un’operazione sopra le righe che, nella sua bizzarria, calza alla perfezione per una figura così sopra le righe e si trasforma da potenziale blasfemia a geniale rievocazione nelle mani sapienti di Rhys. Il quale ora scomparirà, come da copione, ma forse solo per documentarsi su un altro, straordinario personaggio sull’onda di un feedback ancora una volta corroborato.

33. Caveman – Caveman [Fat Possum]

Per quanto il nome che si sono dati possa suscitare un immaginario da età della pietra, i Caveman sono davvero tutto fuorché dei trogloditi: vengono da Brooklyn, vestono casual ma con buon gusto, frequentano parties e bevono enormi tazze di caffè probabilmente insipido. Hanno un’aria del tutto rassicurante, e la musica che compongono fa il paio con la loro immagine, perché è distensiva, raffinata e scevra di qualsiasi forma di eccesso. E’ musica, anzi, che fa proprio dell’eleganza la sua forza trainante, senza mai addentrarsi oltre i confini di un pop/rock cantautorale, melodico e immediato, di lingua universale e facente uso esclusivo di una strumentazione “canonica” per il genere – con la sola eccezione del synth usato in maniera ricorrente per dipingere suggestive atmosfere dreamy intorno alla struttura portante di chitarra-basso-batteria dei pezzi, un po’ come facevano i maestri Chameleons. L’omonimo sophomore dei Caveman è un disco avvincente e meravigliosamente intriso di nostalgia, uno scrigno di ballad ariose, sognanti, come Never Want to Know o la splendida In the City, che lascia trapelare un amore incondizionato per il sound degli ’80 (Pricey, per citare un esempio, è pura scuola U2) e che pur concedendosi fuggevoli escursioni nell’anthem-rock non può fare a meno di richiudersi a guscio, ogni volta, in un’invalicabile sfera di malinconica intimità. Forse troppo retrò per andare giù al pubblico attuale, sicuramente troppo poco originale per conquistare una critica sempre più cinica, Caveman aggiorna al 2013 un già sterminato catalogo di pop music valida e accessibile, eppure ingiustamente trascurata.

32. Suuns – Images du Futur [Secretly Canadian]

Per coloro che si sono avvicinati solo di recente ai canadesi Suuns, Images du Futur potrebbe aver rappresentato un’esperienza disturbante, a tratti addirittura spaventosa. D’altro canto, chi abbracciava il nuovo lavoro della band memore di un disco oscuro e spigoloso come il loro esordio Zeroes QC, avrà forse, piuttosto, tirato un sospiro di sollievo nel constatare che l’aria si è come rarefatta, per quanto il messaggio conservi il suo carattere criptico e glaciale. Superata la nevrosi dell’iniziale Powers of Ten, che sembra voler riprendere il filo di un discorso lasciato incompiuto quasi tre anni fa, ci si desta accorgendosi che molto in realtà è cambiato: i soffocati richiami dall’oltretomba di Pie IX hanno lasciato il posto alla pioggia di velluto blu di Edie’s Dream, mentre l’ipnosi tossica di Sweet Nothing assume oggi contorni terapeutici nel cadenzato incedere di 2020; dimezzato il lavoro di Max Henry dietro la consolle, chitarra e basso prendono pieno possesso della scena sforbiciando chiassosi eccessi da witch-house e aggiustando il tiro verso un experimental-rock lisergico ma minuziosamente calcolato, con il canto sofferto e strascicato di Ben Shemie che si fa strada con fatica tra pattern elettronici e ritmiche marziali di hannettiana memoria. Meno Clinic e più Radiohead – specie in quella perversa ostinazione a non voler utilizzare in modo convenzionale gli strumenti a disposizione – ma soprattutto accessi psichedelici ricorrenti che stendono inedite pennellate di colore sulla musica dei Suuns. Images du Futur nasconde nel titolo il proposito di una band che si sta muovendo verso qualcosa di definito e assolutamente personale, dopo aver seminato brillanti spunti in un primo lp che non può comunque fare a meno di mostrarsi acerbo ad una rilettura attuale.

31. Colleen Green – Sock It to Me [Hardly Art]

Ai tempi del college Colleen Green doveva essere una ragazza piuttosto schiva, che ideava canzoni in disparte inseguendo, dietro ai suoi grossi occhiali scuri, il sogno proibito di diventare come Joey Ramone. Pensava, componeva e si sbatteva suonando nei gruppi power-pop locali, in cerca di un promoter che si innamorasse dei suoi testi stralunati e di quella sua adorabile voce da nerd al femminile, per aprirle un agognato varco verso la popolarità. Non si può certo dire, ad oggi, che la venticinquenne originaria di Boston sia un’assoluta celebrità, ma fortunatamente qualcuno si è accorto di lei, in un passato indefinito ma non troppo remoto, prendendosi poi cura della sua esportazione (anche fisica) al di fuori dei confini del Massachussetts. Rotto il ghiaccio con l’uscita di un paio di singoli più un mini-EP, che sono bastati per garantirle una nicchia ristretta, ma molto agguerrita di aficionados, la piccola ribelle si è cimentata nella prima prova su lunga distanza riuscendo nell’impresa di incidere un autentico prodigio DIY in formato tascabile. Sock It to Me è il sunto perfetto di ciò che Colleen ha realizzato finora, ed è con tutta probabilità un disco irripetibile perché riassume esattamente ciò che Colleen è: una ragazza sfacciata e romantica che si confessa agli altri senza censura, prendendoli (e prendendosi) per il culo con la sua chitarra stoner e una drum-machine come unici ausili per la sua irriverenza. Niente di più lontano da un concept; “solo” un sintetico resoconto delle figure e delle emozioni che popolano il suo universo, una collezione di curiose istantanee – come Time in the World, Heavy Shit, Number One e la spettacolare title-track, troppo gotica per non far pensare agli Young Marble Giants – da ascoltare rigorosamente in modalità random, a volume esagerato.

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