2013 – 50 dischi scelti e raccontati da Francesco Tognozzi (50-41)

Come avevo promesso e premesso appena tre giorni fa nell’occasione di pubblicare la top 100 della musica internazionale dell’anno (leggi qui), che ha seguito di pochi giorni la top 50 della musica italiana (leggi qui), Francesco Tognozzi, ossia un amico di lunga data e barba con cui condivido ascolti, interismo e vizi, si è cimentato in un grandissimo lavoro complementare al mio listone della spesa di capodanno, approfondendo e introducendo ogni disco in scaletta con brevi ma probanti, divertenti e autorevoli recensioni/introduzioni all’ascolto, per giunta in rigoroso ordine dal 50° al 1° e con la chicca di qualche succoso aneddoto seminato dal buco della tasca.
La
maggior parte dei gruppi li avrete già riscontrati nel mio listone, ma non manca qualche sorpresa dovuta al gusto soggettivo di Francesco, che peraltro mi ha segnalato una buona fetta della musica che vi ho poi presentato e avrebbe inoltre scritto una spettacolare retrospettiva sulla “trinità” Neu!, ossia i tre dischi Neu!, Neu! 2 e Neu! ’75, (ebbene, gli amici li scelgo con cura dal 1987).
Forse è vero, carusopascoski è andato in fissa con la musica del 2013, ma per una volta che si stacca dal passato non rompete le palle, almeno ci sono tutti i motivi del caso come potrete sentire ulteriormente. Buona lettura e buon ascolto dunque, a giorni la prossima puntata con i dischi dalla posizione 40 alla 30 senza altre petulanti presentazioni a cura del sottoscritto.

50. Savages – Silence Yourself [Matador]

E’ ormai consuetudine annuale che gruppi (per lo più britannici) sconosciuti fino a un momento prima, giungano alla ribalta accompagnati da un hype apparentemente esagerato che spesso non tarda a svelare la sua palese sproporzione. Una storia vecchia quanto l’invenzione della chitarra: c’è sempre lo zampino della stampa specializzata d’Oltremanica che, incarnando in toto il proverbiale english pride, sceglie con cura ogni anno, quasi fosse una missione, i propri cavalli da spedire nella peculiare battaglia del music business che si gioca al confine tra il mondo indipendente e quello in cui girano i bei soldi. Non si può altresì negare che nella scuderia si celano puntualmente alcuni assi di cui un audiofilo mediamente snob può fare tesoro: le Savages per il 2013 rappresentano proprio questo, e anche di più. Una band al femminile che prendesse così alla lettera i dettami della Manchester ’79-’80 non si era mai vista, con tanto di live alienati e paranoici in cui la frontwoman Jehnny Beth dà pieno sfoggio di look e movenze a-là Curtis. Una faccenda seria dunque, che nel primo lp delle londinesi si traduce in dolorose confessioni (Marshal Dear, Waiting for a Sign) che si alternano a gridi di angoscia metropolitana (City’s Full, No Face, Husbands), per dar vita ad un’opera prima che ha innegabilmente segnato l’anno corrente sotto molti punti di vista.

49. Dutch Uncles – Out of Touch, in the Wild [Memphis Industries]

Nell’epoca in cui niente viene più chiamato col proprio nome, sentire parlare dei Dutch Uncles in termini di pop music può certo fare un po’ sorridere, ma tutto sta nella posizione da cui si osserva la scena. Se ci si sforza di astrarsi dal dettaglio, dalla cura con cui ogni particolare incastro va a sistemarsi in questo puzzle sonoro, con una precisione fin troppo maniacale per i canoni del genere, il disegno della band inglese è presto svelato: sfruttare la capacità tecnica dei suoi strumentisti e un’attitudine barocca propria delle prog-bands, nel costruire trame intricate tra i soggetti dell’orchestra (con particolare attenzione per il ruolo della sezione ritmica, che suona ben poco convenzionale ad un orecchio “moderno”), non per masturbatori fini di autocompiacimento, come si faceva una volta, ma allo scopo di generare musica accattivante e vendibile. Un astuto espediente che in pratica rigira la frittata: se il prog nasceva, a cavallo tra ’60 e ’70, come fuga dei cervelli dalla frivolezza e dalla chiusura mentale del mercato musicale, qui torna per forgiare gioielli di musica pop e pretendendo così il meritato riscatto in un mondo più maturo e disposto a capire. Se partendo dalle solite premesse i conterranei Field Music avevano confezionato, nella passata stagione, un piccolo capolavoro dal nome Plumb, qui i nostri riescono a compiere il proprio personale miracolo realizzando un disco che – pur suonando artificioso – rimane indimenticato nel duro contesto di un’annata clamorosa anche a undici mesi tondi dalla sua uscita.

48. Beaches – She Beats [Chapter Music]

Si è capito ben presto che il 2013 sarebbe stato un anno a tinte rosa, e maggio è stato il mese delle conferme in tal senso. In quei giorni, praticamente in contemporanea con il debutto delle acclamatissime Savages, appare negli scaffali dei (pochi, specializzati) music stores, assai in sordina a dire il vero, la seconda prova su lunga distanza delle australiane Beaches, all-female-band di tutt’altre vedute. Ascoltarle provoca subito un certo scalpore: se longeva è l’abitudine di qualsiasi listener alla voce femminile, strumento musicale eclettico e pregiato, e se è altrettanto vero che la donna ha perseguito il suo progetto d’emancipazione anche attraverso gli sviluppi moderni della musica, prestandosi prima agli strumenti a corda per finire dietro alla batteria o al sintetizzatore, non si può non ammettere la peculiarità di trovarsi di fronte ad una kraut-band composta da cinque ragazze. Cinque ragazze dalle idee evidentemente molto chiare, che hanno scomodato addirittura il guru Michael Rother (Neu!, Harmonia, Cluster) facendolo venire fino a Melbourne per registrare due tracce e per occuparsi della supervisione del lavoro. Il risultato è memorabile: 40 minuti di psichedelia che si districano tra scorribande shoegaze memori dei migliori Ride (Out of Mind, Weather), spore di pop c86 ricoperte da una melma di feedback (Send Them Away, Runaway), conturbanti mantra che volgono lo sguardo al post-punk di Manchester (Dune, Granite Snake). Gli occhi sempre verso la madre Inghilterra, ma in una sorta di scalo permanente a Düsseldorf.

47. Portugal. The Man – Evil Friends [Atlantic]

Per motivi geograficamente comprensibili l’Alaska è sempre rimasta una terra lontana dai radar della musica pop americana, ma i Portugal. The Man – originari di Wasilla, sottozero per sei mesi l’anno – hanno fatto di tutto per costruirsi il loro microspazio nello sterminato panorama underground a stelle e strisce. Si sono prima trasferiti a Portland, per essere più vicini all’occhio del ciclone, poi hanno cominciato a sfornare una serie di album costantemente ben al di sopra della sufficienza, proponendo una psichedelia soft e mutevole in grado di catturare attenzioni trasversali, e nel 2010 hanno raccolto i frutti della loro fatica concedendosi il primo contratto con una major, nientemeno che la leggendaria Atlantic. L’insperato accesso nel mondo dei big non ha placato la loro evoluzione creativa, che è passata attraverso il gradevole In the Mountain in the Cloud (2011) per approdare all’attuale Evil Friends sotto l’esperta guida di Danger Mouse, deus ex-machina dei Gnarls Barkley nonché produttore di artisti come Beck, Norah Jones e Gorillaz. Il connubio funziona alla perfezione, con la band che non rinuncia alla propria peculiare formula di psych-pop dai tratti cantautorali, pur facendo un uso più massiccio dell’elettronica rispetto al passato e tonificando il tutto con una solennità da anthem-rock che non sfocia mai nello stucchevole. Canzoni come Plastic Soldiers, Sea of Air e la title-track celebrano, celandosi dietro la loro apparente semplicità, la grandezza di una band che è diventata adulta nel più sano dei modi. Lunga vita agli indie-rockers venuti dai ghiacci.

46. Blouse – Imperium [Captured Tracks]

I Blouse sono la creatura della cantante Charlie Hilton e del polistrumentista Jacob Portrait, noto ai più come bassista degli Unknown Mortal Orchestra. Il duo di stanza a Portland, Oregon – città che si sta insospettabilmente trasformando nel nuovo polo di riferimento dell’alternative rock targato USA – ha deciso di rifarsi il look dopo appena tre anni di attività e un debut che aveva provveduto a garantire una certa notorietà almeno all’interno del circuito nazionale. Riposti i sintetizzatori e le velleità da nuovi alfieri del dream-pop, i due (che nel frattempo sono diventati tre con l’acquisto del chitarrista Patrick Adams) hanno imbracciato con veemenza i loro strumenti a corda per dare la luce a un disco che, pur perseverando nell’attingere a piene mani dall’immaginario eighties, sposta decisamente il baricentro verso sonorità proprie del rock di marca west coast, nonché di quello shoegazing (eh, quanto piacerà ai ragazzi d’oggi…) che fu invece un fenomeno squisitamente britannico. Una scelta forse impopolare, dato che molti sostenitori della prima ora hanno voltato le spalle a questo tipo di evoluzione, forse anche un po’ prevedibile. Ma si sbagliano: Imperium è un gran disco, tempestato di piccole gemme (No Shelter, Imperium, In a Glass), che merita ascolti numerosi e incondizionati; non manca di coerenza né di sentimento, è intriso di talento, di freschezza ed evidentemente della buona dose di fortuna – in termini di ispirazione – che ha caratterizzato il 2013 di Portrait, vero protagonista d’annata con gli UMO.

45. Darkside – Psychic [Matador]

Chi ha avuto occasione di passare al vaglio la produzione, recente ma già assai corposa, dell’appena ventitreenne producer newyorchese Nicolas Jaar, non avrà provato stupore nel constatare l’hype che ha accompagnato la prima uscita in lp a nome Darkside. Il poco rassicurante monicker nasconde infatti il frutto di una collaborazione che, da un paio d’anni, il nuovo paladino della microhouse ha intrapreso insieme al collega ed ex compagno di studi Dave Harrington, altro genietto partorito dalla cantera di Brooklyn. I due hanno riversato il proprio bagaglio di tecnica e sentimento condiviso in questo ambizioso progetto, rigurgitando una versione 2013.0 del genere house che ha già fatto conquiste di critica e pubblico da entrambi le sponde dell’Atlantico. E c’è davvero da divertirsi: si parte coi fuochi d’artificio della suite di Golden Arrow, praticamente undici minuti di Ash Ra Tempel alla deriva nell’era del funk, spaziando poi senza soluzione di continuità tra gommosi gospel-dub-blues (Paper Trails), esoteriche digressioni in zona industriale (The Only Shrine I’ve Seen), passaggi di trip-hop deforme e disturbato (Freak, Go Home) per chiudere infine il cerchio con la magniloquenza di Metatron, che tira a lucido Schwingungen come nessuno ha mai fatto in quarant’anni. Il talento e l’imbarazzante saggezza già in possesso della premiata ditta Jaar&Harrington non rischiano di passare inosservati; i due avranno un futuro radioso, c’è da scommetterci.

44. Jenny Hval – Innocence Is Kinky [Rune Grammofon]

La popolarità della cantante e composer norvegese Jenny Hval – tre dischi all’attivo fino a quest’anno, di cui due sotto lo pseudonimo Rockettofthesky – è ancora delimitata entro i confini dell’universo indipendente ed è, salvo future e al momento impronosticabili migrazioni verso territori di vendibilità, tristemente destinata a restarvi dato lo scarso potenziale commerciale della sua produzione. Il singolare art-rock della folletta scandinava è fatto di lamenti oltremondani costantemente in bilico tra reading e cantato, che arrancano su dissestati sentieri di apocalyptic folk (Mephisto in the Water, Amphibious, Androgynous), o si lasciano avvolgere in una densa nube di droni (Innocence Is Kinky, Give Me That Sound), o talvolta sembrano voler scendere a patti con temi più convenzionali (I Called, Is There Anything on Me That Doesn’t Speak, I Got No Strings), ma sempre in un surreale clima di tensione che rende l’approccio alla sua musica francamente disturbante. Dolore, alienazione, paura, sono le parole-chiave di una pagina oscura e pericolosamente affascinante di quest’annata, che non può non aver lasciato una traccia indelebile nei cuori di chi ha avuto la pazienza di ascoltare. Pazienza, ma anche coraggio, quello che serve per affrontare la straordinaria sfida creativa di un’artista in grado di mettere a nudo sé e gli altri, simultaneamente, nella cornice del proprio, depravato rituale.

43. Thee Oh Sees – Floating Coffin [Castle Face]

Il 18 dicembre, durante l’ultimo show dell’anno tenutosi a San Francisco, John Dwyer ha monoliticamente dichiarato: “This will be the last Oh Sees show for a long while”. Tanto è bastato per alimentare ogni sorta di rumours tra gli addetti ai lavori e non solo, così che appena due giorni più tardi si vociferava mestamente di un prematuro, o quantomeno inatteso scioglimento di una rock band che ha segnato come poche altre la generazione attuale. Il rubicondo frontman, dopo aver lanciato il sasso, si è visto costretto a dover dare delle precisazioni e l’allarme sembra essere rientrato dopo uno statement (sul sito ufficiale della band) che tra rassicuranti espressioni quali “deserved break” e “transitional period”, annunciava l’uscita di un nuovo lp entro i primi mesi del 2014. Tutto nella norma quindi, semplicemente una pausa di riflessione o, volendo essere ancor meno fatalisti, una breve ed effettivamente meritata vacanza dopo cinque anni di tour estenuanti e un tornado di pubblicazioni ravvicinate. Detto questo, possiamo comodamente sederci ed attendere il prossimo capitolo della saga, trastullandoci con l’attualità di Floating Coffin che, pur senza aggiungere elementi particolarmente innovativi alla ricetta musicale dei Thee Oh Sees, garantisce loro una buona scorta di carne da mettere al fuoco nelle incendiarie esibizioni live. C’è poco da obiettare agli indiscussi Re Mida del garage rock, che ancora una volta mettono in mostra tutto il meglio del proprio repertorio: riff deliranti e appiccicosi (Maze Francier, Toe Cutter-Thumb Buster), pulsanti derive sci-fi (Night Crawler), episodiche delicatezze pop (Minotaur) e le solite spore velenose destinate a trasformarsi, sul palco, in spietati cavalli di battaglia (I Come from the Mountain, Sweet Helicopter).

42. Blue Hawaii – Untogether [Arbutus]

 

Tutto in questo disco sembra aver a che fare con il tema dell’inconciliabilità, sin dal titolo, che ne definisce l’essenza stessa, sin dall’immagine di copertina che rappresenta l’abbraccio, fatuo ed effimero, di due figure quasi inconsistenti, che sembrano fatte di gas. Ma è la musica in primis ad evocare un immaginario di irriducibilità tra due anime completamente differenti, ciascuna delle quali vive di una propria, inattaccabile logica. Quelle due anime, in un senso nemmeno troppo metaforico, appartengono a Ra (Raphaelle Standell-Preston) ed Agor (Alexander Cowen), titolari della ragione sociale Blue Hawaii; dalla sensibilità di lei scaturiscono fragili trame dream-pop in bilico tra Enya e Simon&Garfunkel (memorabile, sotto questo profilo, l’eterea magnificenza di Sweet Tooth), che lui provvede ad aggredire ed inquinare costantemente con le sue diavolerie elettroniche, creando un irreale e cibernetica atmosfera da spiaggia deturpata (la breve suite di In Two – rigorosamente in due parti – è un piccolo masterpiece che può facilmente chiarire le idee in tal senso). Untogether è un concept-album perfettamente riuscito che, con un espediente caro alla letteratura sci-fi, racconta l’attualità trasportandola in un ipotetico, ma non troppo lontano futuro. Lo fa divincolandosi dai comuni standard dell’etichettatura, ma è in grado di mietere conquiste in modo trasversale pur senza possedere l’immediatezza espressiva dei lavori che andrebbero taggati, a rigor di logica, sotto l’icona electro-pop. La misconosciuta Arbutus Records può alleggerire il peso sulle spalle della figlia prediletta Grimes, dato che sembra aver trovato, in quest’annata, nuove frecce appuntite da piazzare al proprio arco.

41. Devendra Banhart – Mala [Nonesuch]

Chi è cresciuto in terra di lingue romanze, come del resto Devendra Banhart che ha trascorso quasi l’intera infanzia in Venezuela, non fatica ad associare il termine “mala” ad un ben determinato campo semantico. Non molti sanno però che dal serbo, idioma assai minore nella geografia linguistica, la stessa parola si traduce in “tenero”, cioè in qualcosa che sta esattamente dalla parte opposta della barricata. Dietro questa ricercata ambivalenza e, in senso più ampio, dietro i motivi e le tematiche di quest’ennesima prova dell’ex-paladino della New Weird America – come ha spiegato lui stesso durante le interviste più recenti – si cela la nuova figura che accompagna (sentimentalmente) la sua vita, ovvero la fotografa serba Ana Kras, vera musa ispiratrice del presente artistico di Banhart. Un presente che, incurante del trascorrere degli anni, ci restituisce un musicista diverso, forse meno spigliato, meno guascone, ma ancora carico di storie incredibili e variopinte, da raccontare con la solita, irresistibile chitarrina folk e quella voce da menestrello perennemente in acido. Devendra ha fatto di nuovo centro, regalandoci un altro indimenticabile viaggio poliglotta tra i litorali caraibici (Daniel, Mi Negrita) e le strade di New York (Golden Girls, Won’t You Come Home), seminando qua e là squisitezze folk-pop (Für Hildegard von Bingen, Hatchet Wound) e mutevoli ballate stravolte in corso d’opera da pesanti ammiccamenti all’elettronica (Your Fine Petting Duck). Chi si aspettava di vedere il disco rosa vacillare in mezzo al turbine d’uscite illustri di quest’anno, ha dovuto rimandare la gufata.

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