La psicologia non è un elettrodomestico (Atti del Convegno – 99 e più idee per la psicologia – 13/11/13 Firenze)

993749_582128815186560_684866468_n (1)Lieto di essere stato invitato a diffondere questo mio testo composto per l’occasione e ringraziando i ragazzi del Laboratorio 15 per l’invito e la passione con cui hanno realizzato questa bella giornata di studi, ripubblico qui il mio intervento completo al convegno 99 e più idee per la Psicologia, un progetto nato tra gli studenti della Scuola di Psicologia di Firenze, in particolare dal Collettivo Laboratorio 15, sulla scia di riflessioni portate avanti all’interno dell’ambito accademico sull’identità dello psicologo, sulla sua formazione, sulle relative possibilità di collocamento nel mondo del lavoro e sull’attuale assetto normativo, etico e deontologico della professione. Al termine del testo qui riportato potrete rivedere lo streaming integrale del convegno al link YouTube finale, mentre potete leggere una presentazione più estesa di questo evento, tenutosi oggi a Firenze alla Facoltà di Psicologia, al seguente link – http://carusopascoski.com/2013/11/08/99-e-piu-idee-per-la-psicologia-firenze-13112013/

Prima di iniziare questo mio breve intervento introduttivo del dibattito con il pubblico, vorrei ringraziare il Laboratorio 15 per avermi invitato qui oggi e per aver finalizzato l’idea di costituire una Guida Alternativa alla Facoltà di Psicologia, progetto inaugurato dal comune amico Federico Uffreduzzi non meno di due anni fa, in cui è incluso un mio contributo che oggi riprenderò parzialmente, così come riprenderò le conclusioni della tesi dello stesso Federico, che si laureò proprio interessandosi all’identità dello psicologo in relazione al processo formativo e alla professione.

Mi duole iniziare con una provocazione che taluni tacceranno forse di polemismo, certamente non rivolta agli organizzatori che invece hanno ogni merito, ma bensì a un certo modus vivendi della psicologia italiana contemporanea e che pervade questa facoltà, quest’animare convegni domandosi circa l’identità, i limiti e le risorse della psicologia contemporanea senza coinvolgere chi ci osserva da fuori, a cui oggi appariamo talvolta ridicoli non senza qualche ragione, per usare un eufemismo. Psicologi che animano un convegno sulla figura dello psicologo potrebbe esser diagnosticata come una fissazione alla fase anale dello sviluppo del bambino da qualche ostinato freudiano o come un chiaro segno di narcisismo egodistonico del soggetto in questione da un prontuario psichiatrico, in termini più gretti e quindi più efficaci, è come se per capire chi sono mi ostinassi a fissare lo stesso specchio senza più aprire la porta che mi separa dalla realtà e dagli altri. Non è curioso che in un momento predisposto ad accogliere contributi eterogenei si tengano a debita distanza aree professionali, sociali e culturali diverse da quella in esame, al netto di una multidisciplinarietà di cui sono infarciti i nostri libri di testo ma che raramente si incontra nelle occasioni di apprendimento dell’offerta formativa universitaria e ancora meno nella realtà pratica? Non si tratta di eterogenesi dei fini di una intera disciplina, né di problematizzare ulteriormente la questione, ma di volere una psicologia aperta ai contributi esterni più diversi o solo a quelli che ne strutturino i limiti evidenti in risorse presunte, di volere un confronto pratico e costante con il reale oppure rifiutarlo a priori, pensando che la natura intima e profonda dell’uomo possa comparirci da un momento all’altro dentro a un laboratorio o attraverso un’analisi statistica.

Direi dunque che questo potrebbe essere un primo spunto su cui lavorare, da processo che pensa se stesso quale mi auguro che possa essere quello di oggi, ossia: perchè quando si parla del ruolo dello psicologo si limita sempre il campo di dibattito? Eppure senza conflitto non ci può essere cambiamento, ripetono da decenni colleghi più autorevoli di quelli qui presenti oggi. Dunque: vogliamo davvero ridare dignità e concretezza alla figura dello psicologo? Siamo davvero pronti a rimettere tutto in discussione, o cerchiamo solo di diventare noi adesso quelli che animano i dibattiti e i convegni, quelli che ripeteranno gli errori dei docenti che li hanno formati e li faranno scontare ad altri pur di farsi una carriera e di guadagnarsi un panino al mese? Io partirei da qui, ricordando a tutti che “nei sogni cominciano le responsabilità” (cit. D. Schwartz) e che la voglia di cambiare “questa cosa che ci accomuna, la Psicologia” (dal comunicato del convegno) non può essere che un sogno per i presenti, altrimenti è meglio alzarsi e andare al bar, luogo più stimolante di tanti convegni ombelicali quando non masturbatori.

Gli spunti sono infiniti, ma a partire da una critica costruttiva credo si possa ragionare meglio insieme, con tutto il tempo di commentare quelli che vi porto io e di aggiungerne altri, senz’altro più originali dei miei, che hanno l’unico merito di non essere moderni, ma esser quasi tutti risalenti ad un epoca in cui un futuro era ancora pensabile, oltre che possibile, mentre oggi secondo Galimberti “è investito di una componente di minaccia, più che di promessa”, lascito della generazione che ci ha preceduto, che ci ha lasciato quello che è senz’altro non il migliore dei mondi possibili, benchè il filosofo di riferimento della psicologia scientifica, Karl Popper, da vera “dama liberale” (M. Fini, Il Vizio Oscuro Dell’Occidente), abbia affermato esattamente l’opposto nel 1986, per dire, l’anno del disastro di Černobyl’.

Il mio amico Federico ha scritto nelle conclusioni della sua tesi, che vi invito a consultare, che “rileggere e reinventare l’attività formativa intorno alla connessione riflessiva tra teorie e prassi è un passaggio fondamentale per delineare e comprendere quello scollamento fra domanda e offerta formativa, il quale genera una condizione strutturale di conflitto su cui oggi ci troviamo a riflettere e dibattere”.
Il conflitto che oggi respiriamo qui e su cui soffio è senz’altro dato anche da una crisi socioculturale che attraversa la contemporaneità, ben più profonda di quanto un qualsiasi indicatore statistico ci possa indicare, e che “non è più l’eccezione alla regola, ma essa stessa diviene regola nella nostra società, all’interno di un’educazione finalizzata alla sopravvivenza, lotta individuale nella quale prima o poi siamo gli uni contro gli altri” (Benasayag e Schmit, L’epoca delle passioni tristi). Ma se l’affermazione più ricorrente di uno studente medio di psicologia è ”non so cosa farò tra cinque anni, non so se farò lo psicologo” non può essere considerata che un epifenomeno di circostanze che sovrastano l’ambito tematico particolare oggi in esame, il “riconoscersi in una professionalità, o in una comunità di pratiche e prassi, che avvenga tramite un progetto d’orientamento o la mera trasmissione dei dati occupazionali non sarà mai abbastanza”.

“Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola”, scriveva infatti Leo Longanesi in tempi in cui l’attuale crisi era messa in conto solo da pochi e isolati intellettuali. Ancora, Giovanni Papini, nel suo incendiario pamphlet Chiudete le scuole! ci ricorda come “non si impari nulla di importante dalle lezioni ma soltanto dai grandi libri e dal contatto personale con la realtà”. Lo stesso Papini fu uno dei principali protagonisti del dibattito che accompagnò la nascita della psicologia come disciplina autonoma in Italia ad inizio ‘900, in una epoca in cui il nostro paese era ancora capace di rivoluzionare la cultura e la società europea. Così Papini infatti descrive, nel 1905, la sua idea di cosa uno psicologo possa e debba essere in futuro: “La lettura dei Principles di James per noi giovani della fine del secolo passato fu una vera liberazione e rivelazione. Stucchi dei manualetti marchesiniani e delle rifritture wundtiane si ebbe la gioia di scoprire uno psicologo che era sì uno scienziato ma anche un pensatore, una creatura vivente e talvolta un artista”. E’ chiaro a tutti che la constatazione di Papini sia ciò di più distante dall’esito formale che il percorso accademico offra agli studenti contemporanei, senza neppure stimolare un vago rigurgito di spirito critico, secondo Ivan Illich in quanto istituzione educativa in sé,  da qui il suo rivoluzionario appello a Descolarizzare la società, libro da cui estraggo una frase fra mille: “La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ci fa credere di avere bisogno della società così com’è”.

L’Università si è difatti rapidamente trasformata in un secolo appena dal luogo dove più l’intelligenza e la passione di persone votate alla vita delle mente risiedeva a una dispensa pressochè infinita di nozioni che sono invece entità finite e discrete e restano tali fintanto che non si innestano all’interno di un processo e di un progetto formativo più esteso. E’ altrettanto chiaro come anche queste condizioni siano oggi disattese dall’Università italiana, che “scolarizza l’allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si scolarizza la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore”. Ed infatti, come scrive Flaiano, “oggi anche il cretino è specializzato”. “Il Medioevo degli specialisti” è poi il nome che aveva dato all’era che oggi stiamo vivendo, alle università che frequentiamo, quando va bene, e che dovremmo abitare, ospitando i docenti, come avviene eccezionalmente oggi. E’ l’esatto opposto, infatti, nella quotidianeità della vita accademica, con evidenti ricadute sulla qualità e la quantità  di innovazione della disciplina psicologica, oggi quasi del tutto proveniente dall’ambito neurofisiologico e da quelli studi scientifici che dimostrano che gli studi scientifici non sono attendibili.

Per quanto riguarda l’ambito più specifico della psicologia accademica, siamo alle corde, da tempo. Mario Mastropaolo ricorda in un suo articolo, Il conformismo degli automi. Psicologia e responsabilità sociale come “il modello di personalità ipotizzato come ideale è quello del “bravo ragazzo” (secondo gli stadi elaborati da Kohlberg) che naturalmente rappresenta la massima adesione al conformismo vigente, alleato della più retriva immagine di un uomo controllato da regole, completamente eterodiretto”, ciò che diremmo il perfetto scolaro delle scuole che Ivan Illich condannava poc’anzi. “Si tratta di quella patologia sociale che viene ripetutamente descritta da Fromm come normopatia. Patologia della normalità. Il livello di cui parla Kohlberg è fondamentalmente lo stesso che viene utilizzato per l’arruolamento nell’esercito e nei corpi speciali. Il valore sotteso è dunque l’obbedienza.

La formazione universitaria oggi esprime in termini congrui questa necessità di creare uomini in divisa, tutti uguali, proponendo una situazione indifferenziata nella quale non è più possibile individuare né valori né scopi della formazione. In questa confusione intanto si insinuano tecniche presentate come neutre ma che sono invece l’espressione autoritaria di una visione dell’uomo fortemente negativa” nata paradossalmente a fine‘700 anche attraverso l’affermazione del diritto alla ricerca della felicità per il genere umano, che ipse facto, viene reso infelice in sana e robusta costituzione (Dichiarazione d’Indipendenza U.S.A., 1776), che si ripercuote sul versante formativo con il far incamerare acriticamente un numero imprecisato di nozioni disarticolate a studenti che, prima di iniziare il percorso universitario, sarebbero ancora capaci di una certa audacia intellettuale. E ancora Mastropaolo: “Questa posizione apparentemente confusa in realtà mira a dare alla conoscenza psicologica una connotazione di conformità nel tentativo di creare una professione di uomini in divisa, tutti uguali. Se esistono tante psicologie, in relazione all’immagine dell’uomo, dovrebbero esistere tanti psicologi differenziati. La responsabilità sociale dello psicologo è anche quella di andare oltre gli specialismi sviluppando una visione più complessa del reale attraverso una conoscenza più estesa”. Scrisse Freud, per citare un esempio tra mille possibili, nel suo testo L’Analisi terminabile ed interminabile rispetto alla questione della formazione di uno psicoanalista: “d’altro lato l’insegnamento analitico dovrebbe comprendere anche materie estranee al medico e che questi non ha alcuna occasione di incontrare nell’esercizio della sua attività: storia della civiltà, mitologia, psicologia delle religioni, letteratura. Senza un buon orientamento in questi campi lo psicoanalista si trova smarrito di fronte a gran parte del suo materiale. Viceversa molto di quanto si insegna nelle facoltà mediche, gli è del tutto inutile”.

Facciamoci delle domande, tollerando la nostra assenza di risposte, se non usa&getta: “quali sono i valori che esprimono le scuole psicologiche? In altri termini quale risposta danno alla domanda che cos’è un uomo? Un inconscio da esplorare, uno strumento da usare negli esperimenti non necessariamente violenti, un insieme di neuroni e riflessi?” Io la penso diversamente perché sono orgoglioso di essere uno psicologo ingenuo, giacchè la psicologia si è spesso configurata come l’ennesimo strumento attraverso cui eliminare tutto quello che in un determinato momento storico è inintelligibile e pericoloso, negandone un’esistenza genuina, deformandone le profondità più insondabili e patologizzandone i bordi superficiali, ossia la quotidianeità su cui poi saremo chiamati a intervenire ben più che sul presunto mistero dell’inconscio, principale responsabile però della nostra iscrizione alla facoltà.

“Ritengo che il percorso formativo di uno psicologo non possa essere una trasmissione di tecniche che escludono coloro che le realizzano. La responsabilità sociale assume valore solo in un quadro d’insieme, cioè in una visione globale del mondo e dell’uomo, un lavoro di formazione richiede un lungo percorso di ricerca individuale che ha lo scopo di sviluppare l’espansione della coscienza, la capacità di adattamento, la formazione di una concezione soggettiva del mondo e dell’uomo. Una responsabilità sociale postula l’esistenza dell’essere. Il sapere psicologico non può colludere con gli specialismi, i tecnicismi e la ricerca fine a se stessa e la convinzione autoritaria che il cambiamento non esiste se proviene da un uomo, ma solo da un condizionamento esterno”. Scrisse infine Hannah Arendt: “perché distruggere l’individualità è distruggere la spontaneità, la capacità dell’uomo di dare inizio con i propri mezzi a qualcosa di nuovo che non si può spiegare con la reazione all’ambiente e agli avvenimenti. Allora non rimangono altro che sinistre marionette con volti umani, che si comportano tutte come il cane dell’esperimento di Pavlov, che reagiscono tutte con perfetta regolarità anche quando vanno incontro alla propria morte. Il cane di Pavlov, l’esemplare umano ridotto alle reazioni più elementari, eliminabile o sostituibile in qualsiasi momento con altri fasci di reazioni che si comportano in modo identico, è il cittadino modello di uno stato totalitario, un cittadino che, fuori dai campi di concentramento, può essere prodotto solo imperfettamente”, e non senza malizia mi pare che nel senso di correggere QUESTE imperfezioni si siano succeduti quattro cambi di corso di laurea diretti dal board, più che direttivo, della Facoltà di Firenze, cui ho avuto la sfortuna di assistere ed essere coinvolto in cinque anni di università, più che nel senso di migliorare una didattica troglodita.

E’ per i motivi enunciati da Mastropaolo, la Arendt ed altri che la psicologia occidentale è ancora quasi esclusivamente terapeutica, nella misura in cui sembra a tutti scontato, dopo aver conseguito la Facoltà, finire quasi automaticamente in una Scuola di Psicoterapia, magari dopo un tirocinio sul posto in cui si cooptano gli studenti più che aiutarli a colmare le lacune di una formazione notoriamente fallimentare, attraverso cui e non solo la psicologia occidentale ad oggi è sempre più una branca della medicina, “attraverso processi di raffinazione della materia grigia che la riportano paradossalmente a uno stato greggio”. Osho, controverso maestro del più elementare pensiero orientale, sosteneva che la psicologia occidentale “cerca, ti aiuta a riadattarti, non è un andare oltre”, esattamente come Gregory Bateson, invece tra i più grandi maestri dei migliori spunti recenti del pensiero occidentale sosteneva che “Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico, il sano e il folle, il comico e il serio… perfino l’amore e l’odio, sono tutti temi che oggi la scienza evita. Ma tra pochi anni, quando la spaccatura fra i problemi della mente e i problemi della natura cesserà di essere un fattore determinante di ciò su cui è impossibile riflettere, essi diventeranno accessibili al pensiero formale”.

Ecco, ora voglio un minimo riannodare tutti questi fili che vi ho gettato addosso prima di salutarvi, perchè non so se siamo nati per cambiare il mondo o la semplice disciplina a cui votiamo un progetto di vita, e quindi anche l’Università che abbiamo deciso di frequentare. Ma se abbiamo scelto consapevolmente o meno di studiare Psicologia e di essere un giorno Psicologi, accettando gli oneri didattici, l’esteso percorso di formazione e i controversi ambiti applicativi, vuol dire che facciamo nostro il sogno di comprendere l’Altro. Come comprenderlo, senza esserne trascinati, sconvolti, ed in definitiva, profondamente innamorati? Ecco, perchè per uno Psicologo l’Altro deve essere una passione, oltrechè una professione.

Tutto il nostro abbracciare è una domanda, e come scrive Luigi Lo Ruscio, “non possiamo abituarci a morire”. Parafrasando, posso affermare che come studente non posso abituarmi ad incamerare nozioni. Ce lo dicono anche loro, i docenti! Ci propinano interi manuali, libri scritti dagli stessi docenti e comprati dai soli studenti, e qualche velato accenno a lezione, per mettere il fiocco dell’anticonformismo a carriere che senza ammanicamenti avrebbero avuto ben altri percorsi. Ma noi saremo psicologi, e siamo nati per dar fastidio, clinicamente parlando, e non per essere collusivi. Come possiamo dar fastidio, gettare luce sulle ombre dell’uomo e della società, in definitiva, esser rivoluzionari almeno per noi stessi, se ci limitiamo ad attenerci alla bibliografia e alla lezioncina per una firma sul libretto e infine un pezzo di carta fintamente elaborato da appostare in una cornice scadente d’uno studio (allora meritatamente) deserto? E, in ultima e fondante istanza, c’è qualcuno che è davvero convinto che per fare un “discorso sull’anima” (dall’etimologia di psicologia, in greco) e divenire dei buoni psicologi sia sufficiente seguire le istruzioni che ci vengono impartite? La psicologia non è un elettrodomestico, lo psicologo non si “assemblea” come un automa.

E come si “forma” dunque uno psicologo capace di pensare se stesso?
Senz’altro immergendolo incessantemente nell’acqua del dubbio, diceva Wittgenstein, ed è questo che spero di avere appena fatto.

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