Magic & Loss – Lou Reed (1942-2013)

Lou Reed On Stage
Mi piacerebbe poter dire che Lou Reed e i Velvet Underground li conobbi con European Son o Sister Ray, ma non è così. Successe con un disco di bootleg che un negoziante furbacchione indicò come il loro capolavoro a un allora sedicenne coglioncello curioso, pur di vendergli un disco e toglierselo dalle palle. Iniziai ad amarli con questa canzone, finirono col rivoluzionare tutto il mio apparato percettivo, iniziando a formare un senso estetico in cui il rumore mi solleticava come l’armonia, se non si confondeva direttamente con esso. Il fascino estremo che questo brano invece molto apollineo esercita su di me a distanza di anni resta un mistero insolubile e bellissimo.

A distanza di una manciata di mesi in tanti salutano ancora un vero Gigante, che ha cambiato la mia vita e quella di tante altre persone, e anch’io, con questi ricordi sparsi, l’eco dell’unico suo concerto a cui ho assistito – Pistoia Blues 2011 -.

Lo scrittore Marco Rovelli scrive a ragione che da quando “esistono i social network abbiamo la necessità di condividere un piccolo lutto per un personaggio pubblico, che incarna una nostra rappresentazione in quanto le sue produzioni sono state parte della sfera della nostra affettività. Non parliamo mai di colui che muore, ma di noi stessi”.
Cos’è Lou Reed per me, dunque?
Per iniziare, e anche per finire in tempi non estenuanti per chi legge: se dovessi spiegare a un alieno l’esperienza del dolore umano gli direi di sedersi, mettersi le cuffie e ascoltare questo disco.

Anche uno dei migliori brani di critica musicale che abbia mai letto riguarda Lou Reed. Certo, si tratta pur sempre di Lester Bangs e di gonzo journalism (e quindi per chi scrive di Zeus e l’Olimpo), ma questa intervista tra il miglior critico rock e uno dei migliori rocker di tutti i tempi (con tanto di “odi et amo” tra i due) è un “must” assoluto e dovrebbe esser insegnata durante l’ora di educazione musicale a scuola. E a chi dice che la critica musicale non serve a niente rispondo che senza leggere Lester Bangs avrei continuato a fraintendere Lou Reed. Eccone un estratto:

Lou ha cominciato con un complimento sarcastico che a metà strada si è trasformato in un insulto complimentoso: “Sai che sostanzialmente mi stai simpatico, anche se non vorrei. Il buonsenso mi porta a credere che tu sia un idiota, ma chissà come le uscite epistemologiche che fai ogni tanto tradiscono il fatto che sei un po’ onomatopeico, in modo viscido e sotteraneo”.
LB “Dio Bono Lou, sembri proprio Allen Ginsberg!”. Ho detto io entusiasta.
LR “E tu sembri proprio suo padre. Dovresti fare come Peter Orlovsky e andare a fare l’elettroshock. Non ne capisci niente di più di quando hai iniziato. Sei come un cane che si morde la coda”.
Accidenti, ha messo a segno il primo gancio sinistro prima di me.
“Stavo per dirti la stessa cosa! Non ti senti mai una caricatura di te stesso?”
“No. Mi ci sentirei se dessi retta a voi stronzi. Siete dei fumetti”.
“Va bene, non mi dà fastidio essere un fumetto”, esclamo io, sorpreso, perdendo terreno sempre di più, “TRANSFORMER era un fumetto che ha superato se stesso”.
Mi ha detto di chiudere il becco e ce ne siamo stati lì seduti a fissarci come due vecchiacci davanti a una sputacchiera.
Ho chiamato a raccolta la mia spacconeria e glio ho detto: “Ok, ora decidiamo se vogliamo parlare di te o di me”.
“Di te”.
“Va Bene. Comincia tu”.
“Ok… mmm… secondo te chi vince il campionato di baseball?”
Io non so un cazzo di sport. “Ho visto Bowie l’altra sera”, ho detto.
“Buon per te. Io credo sia una cosa penosa”.
“Ovviamente ti ha fregato tutti i riff”.
Speravo che questo scatenasse la competizione, anche se in realtà volevo dire ben di più di quello che ho detto. Andate a prendere la vostra copia di ROCK DREAMS e lo vedrete proprio là, il Mito: Lou Reed che sembra più giovane, innocente, che si tormenta il labbro con gli occhi sgranati immerso nelle nebbie del Quaalude, mentre Bowie sta appostato dietro di lui, in puro stile Lugosi, con gli occhi lucidi pronto a colpire.
Lou non ha abboccato: “Tutti fregano i riff. Anche tu li freghi. David ha scritto canzoni bellissime”.
“Ma daai”, ho gridato io con tutto il fiato che avevo in corpo, “sono capaci tutti di scrivere canzoni bellissime! Sam The Sham scriveva delle canzoni bellissime! David ha mai scritto niente di meglio di ‘Wooly Bully?’”
“Hai mai sentito THE BEWLAY BROTHERS testa di cazzo?”
“Sì, stronzo, li ho ascoltati quei cazzo di testi, bastardo”.
“Citami un pezzo del testo di quella canzone”.
“Non l’ho ascoltata l’ho solo sentita… ma quello che vorremmo sapere di Bowie io e milioni di fan in tutto il mondo è: prima te, poi Jagger, poi Iggy. Ma cosa diavolo ha di speciale?”
“Jagger e Iggy?”
“Sì lo sai che si fotte tutti nel giro del rock. È una groupie più scatenata di Jann Wenner!”
Lui resta impassibile. “Ma è lui che si fa fottere”.
“Tu te lo sei fottuto?”
Tutta spacconeria. Ma è come fare una corrida su un campo da pallamano.
“Lui si sta fottendo con le sue stesse mani. Ma non lo sa”.
Pari e patta. Un sordo ronzio vibrante.
Ho pensato che forse era meglio cambiare argomento. Dietro il letto di Lou c’era un registratore da cui usciva un flusso incessante di quella musicaccia funky noiosa a base di sintetizzatori che fa Herbie Hancock.
“Ehi Lou, perché non spegni quella robaccia jazz?”
“Non è robaccia jazz, e comunque tu non ci capisci niente”.
“Ti dico che…”
“Non lo sai non l’hai mai ascoltata”.
“…che Bowie”, e qui mi sono messo a cantare con forte voce baritonale alla Ezio Pinza, “ha fregato tutta la sua roba decente a voi, a te e a Iggy!”
“E Iggy cosa c’entra?”
“Eravate voi gli originali!”
“Quali originali?”
Ho continuato con Iggy e Bowie, e lui mi ha sorpreso con una critica a Pop del tutto inaspettata:
“David ha cercato di aiutarlo. David ha talento e Iggy è… stupido. È dolcissimo ma è stupidissimo. Se avesse dato retta a me o a David, se ci avesse chiesto consigli qualche volta… Gli avrei detto: ‘Basta che fai un passaggio di prima-quinta e il resto te lo metto su io. Puoi prenderti tutto il merito. È semplicissimo, ma se lo fai come adesso fai la figura dell’idiota. E succederà sempre più spesso’. Non gli riesce bene neanche di imitare Jim Morrison al suo peggio, e già lui non era proprio un granché…”
Iggy un idiota. Detto dall’uomo che ha fatto ridere i polli in due interi continenti per due anni con TRANSFORMER e BERLIN.
Ho deciso che ne avevo abbastanza di quelle cazzate, così ho continuato come un bulldozer: “Ti sei fatto una pera di anfetamine stasera prima di salire sul palco?”
Lui ha finto di essere sinceramente sorpreso…
“Se mi sono fatto una pera di anfetamine? No. Le anfetamine ti uccidono. Non mi faccio di anfetamine”.
E questo ha scatenato sostanzialmente lo stesso discorso che Lou mi ha fatto una volta con i Velvet al Whisky nel 1969… ma ora è passato ai dettagli clinici.
“Sarebbe meglio se definissi i termini che usi. Che tipo di anfetamina ti fai: metedrina idrocloride, anfetamina idrocloride, quanti milligrammi…?”
Il predicozzo farmaceutico aveva preso l’abbrivio, e io potevo solo ridacchiare, sarcastico.
“Cazzo, amico, io mi facevo le pere di Obetrol!”
“Col cazzo che ti facevi le pere di Obetrol!”
Lou ora stava andando su di giri, si stava infervorando su quell’argomento. Voleva sferrare il colpo decisivo. Ora ti smaschero pischello che non sei altro.
“Saresti morto, ti saresti ucciso. Forse come un deficiente non le hai nemmeno fatte passare attraverso il cotone. Potevi beccarti una cancrena in quel modo…”
Poi mi ha incalzato di nuovo, giocando sporco: “Cos’è un Obetrol?”
E io mi sono incazzato di nuovo: “È tipo il Desoxyn, o giu’ di là. Sai benissimo cos’è un Obetrol, bugiardo sacco di merda! È la quarta volta che ti intervisto e ogni volta hai mentito! La prima volta…”
“Cos’è il Desoxyn?”
L’aveva appena ripetuto, nello stesso modo monotono, per la quindicesima volta. E durante la mia tirata mi aveva interrotto ogni due parole, freddo e insistente, sicuro di sé, col tono viscido e definitivo di un tecnico di laboratorio che conosce il suo territorio a occhi chiusi.
Ma io ho mantenuto la calma: “È un derivato della metedrina”.
A colpo sicuro: “Sono 15 milligrammi di pura metanfetamina idrocloride con dell’impasto per tenerli insieme”.
Come un vecchio schedario che si chiude d’un colpo: “Se prendi davvero le anfetamine, sei un buon esempio del perché chi si fa di anfetamina ha una cattiva reputazione. Ci sono quelli fatti di anfetamine e ci sono quelli che abusano di anfetamine…
Il Desoxyn è 15 milligrammi di pura metanfetamina idrocloride tenuti insieme da un impasto, l’Obetrol è 15 milligrammi di…”
“Ehi Lou, hai qualcosa da bere?”
“No… non sai il fatto tuo, non hai fatto ricerche. Fai un piacere a tutti noi togliendo la merdaccia dal mercato. E poi sei povero. E anche se non fossi povero, non sapresti comunque quello che compri. Non sapresti come dosarla, non conosci il tuo metabolismo, non conosci il tuo quoziente di sonno, non sai quando mangiare e quando no, non sai niente dell’elettricità…”
“Le cose essenziali sono i soldi, il potere, l’ego”, ho detto citando chissà perché una vecchia rubrica di R.J.Gleason. Mi stavo annebbiando un po’.
“No, sta tutto nell’elettricità e nella natura della cellula…”
Ho deciso di mutare di nuovo di rotta: “Lou, dobbiamo fare le cose per bene. Io mi tolgo gli occhiali da sole se te li togli anche tu”.
Se li è tolti. L’ho fatto anch’io.

Il resto dell’intervista potete leggerlo qui o su Guida ragionevole al frastuono più atroce di Bangs.

Non starò qui a scrivere l’ennesima versione della carriera di Lou Reed, la troverete ovunque, su internet e in libreria, e vi assicuro che vale la pena leggere qualsiasi cosa che riguardi la sua vita, a partire dal suo scrittore preferito e mentore – in Italia praticamente sconosciuto – Delmore Schwartz, oltre ai mille aneddoti che lo riguardano personalmente e ne hanno ispirato poetica ed azioni. Ma qualcosa della sua carriera val la pena sempre di ricordare, a costo di essere ripetitivi. E’ il momento più letteralmente epico della vita non solo artistica di Lou Reed, ciò che lo consegna alla leggenda. E’ Metal Machine Music, che lui stesso commenterà così : «Le mie intenzioni erano serie. Ma ero anche molto, molto fuori di testa». Il più grande vaffanculo nella storia della musica. Assimilabile concettualmente alla Merda d’Artista di Manzoni, qui Lou Reed esporta nel rock la poetica che John Cage aveva applicato alla teoria musicale. Lo fa con ancora meno infrastrutture logico-verbali e senza alcuno spirito di osservazione, ma con la sola forza del suo stesso baratro. Metal Machine Music è un monumento alla follia, un suicidio commerciale intenzionale e una delle più grandi opere rock mai partorite, se non l’essenza più estrema del rock stesso.

Fine delle storie, delle teorie e dei ricordi su Lou Reed per oggi, vi risparmio mille altri aneddoti più o meno curiosi sul rapporto tra il sottoscritto e uno dei più grandi rocker del novecento, per niente diverso da quello di altre migliaia di appassionati: si va da futili top 5 fino al racconto di come ami veder mio padre canticchiare Walk On The Wild Side mentre guida la macchina, battendo il palmo della mano sul cambio al ritmo della canzone – Tu tutu tutu tututu tu tutu tutu tututu… -.

Come vedete, si entra nella parte dove comanda il cuore, che nel mio caso ama esser prolisso. Ma se stasera chiedessi al cuore una canzone, una sola per non far troppo chiasso all’ombra di questo Gigante scomparso, questa sarebbe la risposta.

* Grazie a Rosa Criscitiello per aver tanto apprezzato questo omaggio da diffonderlo anche qui – http://www.lovepress.it/rock-in-lutto-muore-il-legendary-heart-lou-reed/

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