Morire democristiani in 20 facili anni

"Dudu" scende in campo.

“Dudu” scende in campo.

Gaber diceva “Non ho paura di Berlusconi in sè, ma di Berlusconi in me”. Parafrasando, ho passato l’adolescenza e la prima giovinezza a sperare nella morte di Berlusconi in sè, in quanto lo ritenevo unico mezzo per renderlo inoffensivo. Non mi accorgevo che speravo nella morte di Berlusconi in me. Ora in me è morto e sepolto abbastanza da disinteressarmi completamente della scena politica italiana e del suo destino individuale, tranne esserne sommerso solo per il fatto di venire in contatto con un qualsiasi amico, bar, social network, sentendone parlare poi nei termini dell’ennesima battuta e della stessa arringa, che oltre a essere uno spreco di tempo e di intelletto è un vistoso errore di giudizio storico.

Berlusconi è stato e resterà una “anomalia romantica”, forse l’ultima. Ha dato senso a intere vite e carriere, non tanto a quella dei più o meno fedeli lacchè in cambio di un posto al sole, ma di chi una vita la stava perdendo guardando giorno per giorno, alla stessa ora, davanti alla stessa televisione, la nuova edizione del telegiornale o il nuovo aggiornamento online del quotidiano, perennemente bucata da quell’istrione egocentrico e camaleontico che sembra uscito dal cassetto dei sogni di Reagan, che già era stato il più grande conservatore del dopoguerra.
La vita non è Ballarò, nè l’ultimo editoriale di Travaglio. Divoriamo libri d’inchiesta e non leggiamo più poesia, andiamo a sentire il giornalista e ignoriamo l’artista, a meno che non goda della mediaticità che contemporaneamente condanniamo nel “Mostro di Milano”. Eppure come scrissi già qui “democrazia sarebbe sinonimo di responsabilità, non di delega. L’unico che l’ha capito davvero è Berlusconi, che non avendo alcun interesse per la democrazia, è il supremo irresponsabile. Non è vero dunque che non è uno statista. Lo è eccome, a suo modo ed a immagine e somiglianza del suo paese d’appartenenza. L’Italia non è più un paese di santi, navigatori e poeti, semmai, diceva Flaiano, è “un paese di nipoti e cognati”, in cui un anarchismo naturale è stato contaminato dall’individualismo neoliberista, generando un paese in cui governare è inutile, il paese di cui Berlusconi è l’interprete e testimone assoluto.”

Tale tragedia, oltre che aver guadagnato un fascino archetipico per tutti gli osservatori internazionali, indice che i protagonisti nonostante tutto non siano così scadenti come l’opinione pubblica continua a dipingerli (perdendo poi ogni battaglia politica) poteva avvenire solo con la complicità del “popolo di sinistra” che ha ingoiato di tutto (privatizzazioni, smantellamento del mercato del lavoro, parassitismo politico, ingresso acritico nell’euro ecc.) per essere di dimensioni così estese, perchè “altrimenti torna Berlusconi, il re degli ignoranti”. Eppure a ben vedere l’unica differenza tra un personaggio pubblico eversivo come pochi altri e la sinistra post comunista è il pregio di essere almeno sinceramente ignorante e, con licenza di ossimoro, sinceramente bugiardo, oltre al fatto di esser stato il personaggio pubblico più influente del dopoguerra.
Immaginando dunque la carriera pubblica di Berlusconi come una progressione di eventi che culminano nello spettacolare voltafaccia odierno, si salva almeno nell’esser stato diversamente grande pur se nell’oblio farsesco. Invece gli altri, quelli “di sinistra” sono stati persino miseri e minuscoli nel medesimo e tragico oblio, il tanto decantato “morire democristiani”, meritatissimo traguardo per il felice conseguimento dell’abisso dopo un inseguimento durato vent’anni.

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