L’Altro, una passione – Guida irragionevole alla Facoltà di Psicologia

Gustav Klimt, Tree of life (1905)

Gustav Klimt, Tree of life (1905)

Davvero uno strano e curioso esercizio introdurre se stessi. Lo faccio in occasione del brano che segue perchè questo è stato scritto circa due anni fa, e le circostanze intervenute in questo lasso di tempo hanno fatto si che adesso abbia la sensazione che questo brano lo abbia scritto un altro, a partire dal fatto che nello scorso dicembre mi sono laureato, mentre all’epoca della stesura del brano ero ancora a bestemmiare ora divertito ora tediato della routine di lezioni e esami. Oggi non riscriverei così questa guida, però almeno ancora dotata delle migliori intenzioni. Per questa non la tocco minimamente e mi permetto solo di introdurvi ad i motivi che l’hanno resa necessaria. All’epoca mi venne chiesta da un caro amico per un’ottima iniziativa ancora incompiuta, una guida dello studente informale e non ufficiale, fatta dagli studenti che escono per gli studenti che entrano dentro la Facoltà di Psicologia (nel caso particolare, quella di Firenze), su quello in cui consiste nel concreto studiare e frequentare in questa facoltà, e che io per esempio non ebbi fortuna di trovare all’epoca della mia iscrizione. Il brano che segue è solo una piccola parte che sarebbe andata a comporla, ossia la sezione che riguarda le occasioni di apprendimento parallele al percorso di studi ufficiale. Se la ripropongo qua è perchè credo che, specialmente in questi giorni di test d’ingresso e iscrizioni random alla facoltà di Psicologia, basati su telefilm dove si vedono più criminologi che passanti e un’immagine dello psicologio ben lontana dalla realtà pratica della professione, possa essere utile almeno quanto l’inutile guida ufficiale dello studente rilasciata dalle varie università d’Italia, ricettacolo di vuoti formalismi, rodate autocelebrazioni e miraggi spacciati per sbocchi lavorativi e opportunità professionali. Anche attraverso questo passa la scelta che un ventenne fa della propria vita, purtroppo. Dato che ci sono passato anch’io, ho provato a dire una piccola fetta di ciò che dovrebbe esser detto a un ragazzo appena uscito dalle superiori, se si avesse sinceramente a cuore l’argomento. Io il cuore c’ho provato a metterlo come sempre, a voi spetta la facoltà di capire se ci sono anche argomenti utili alla vostra scelta e nel caso farli vostri. E se anche non ci si capisse una sega, potete fare come con Topolino da piccini, saltare direttamente alla figure e guardare i vari video disseminati lungo il pezzo, chicche preziose e più necessarie dell’opera omnia del corpo docenti di tante facoltà d’Italia.


“Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola”
Leo Longanesi


Giovanni Papini, nel suo incendiario pamphlet “Chiudete le scuole!” (che citerò più volte), ci ricorda come “non si impari nulla di importante dalle lezioni ma soltanto dai grandi libri e dal contatto personale con la realtà”. Mi sento di contraddirlo: le lezioni scolastiche insegnano a capire che l’unico senso di una cattedra è nell’esser rovesciata. Perchè?

La cattedra è un aggregato di legno, o peggio, tenuto insiema da viti. E’ un arredo di dimensioni superiori ed in posizione elevata ed opposta rispetto ai banchi degli studenti. Ecco cosa ci separa dall’essere umano che vi si siede. Ecco da dove deriva la soggezione che proviamo verso quell’essere umano abilitato al monologo narcisistico, alla professazione d’una teologia senza Dio e all’esercitazione di un ruolo di prevaricazione. Un pezzo di legno con una carcassa adagiatavi sopra. Insopportabile, non è vero? Lo abbiamo provato tutti, almeno per qualche Docente. E non tutti, per usare un eufemismo, hanno agito questo malessere profondo e memorabile. Perchè?

Una possibile risposta viene da Ivan Illich e dal suo fulmineo saggio “Descolarizzare la società”: “La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ci fa credere di avere bisogno della società così com’è”. Non ho risposte migliori della sue, se ne ho in senso assoluto. E aggiunge, più finemente: “In questo modo si scolarizza l’allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si scolarizza la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore”. Ed infatti, come scrive Flaiano, “oggi anche il cretino è specializzato”. “Il Medioevo degli specialisti” è poi il nome che aveva dato all’era che oggi stiamo vivendo, alle università che stiamo frequentando, quando va bene, e che dovremmo abitare, ospitando i docenti. E’ l’esatto opposto, infatti.

Non so se siamo nati per cambiare il mondo, e quindi anche l’Università che abbiamo deciso di frequentare. Ma se abbiamo scelto consapevolmente (aiutare a far ciò è la “missione” della presente guida) o meno di studiare Psicologia e di essere un giorno Psicologi, accettando gli oneri didattici, l’esteso percorso di formazione e i controversi ambiti applicativi, vuol dire che facciamo nostro il sogno di comprendere l’”Altro”. Come comprenderlo, senza esserne trascinati, sconvolti, ed in definitiva, profondamente innamorati? Ecco, perchè per uno Psicologo l’”Altro” deve essere una passione, oltrechè una professione. Magari, a partire dal corpo docente.

Tutto il nostro abbracciare è una domanda, e come scrive Luigi Lo Ruscio, “non possiamo abituarci a morire”. Parafrasando, posso affermare che come studente non posso abituarmi ad incamerare nozioni. Ce lo dicono anche loro, i docenti! Ci propinano interi manuali, libri scritti dagli stessi docenti e comprati dai soli studenti, e qualche velato accenno a lezione, per mettere il fiocco dell’anticonformismo a carriere che senza ammanicamenti avrebbero avuto ben altri percorsi, o ben diverse remunerazioni. Anche qui, le grandi menti del passato ci aiutano a capire le ragioni del nostro disagio, è il turno di Maria Montessori: “La scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio”.
Ma noi saremo psicologi, e siamo nati per dar fastidio, clinicamente parlando, e non per essere collusivi. Coi pazienti/clienti/”Altri”, così come con la società, perchè se proprio ci affezioniamo ai paradigmi, che essi siano coerenti con la nostra visione e il nostro essere nel mondo. Come possiamo dar fastidio, gettare luce sulle ombre dell’uomo e della società, in definitiva, esser rivoluzionari, se ci limitiamo ad attenerci alla bibliografia e alla lezioncina per una firma sul libretto e infine un pezzo di carta fintamente elaborato da appostare in una cornice scadente d’uno studio (allora meritatamente) deserto? E, in ultima e fondante istanza, c’è qualcuno che è davvero convinto che per fare un “discorso sull’anima” (dall’etimologia di Psicologia, in greco) e divenire dei buoni psicologi sia sufficiente seguire le istruzioni che ci vengono impartite? La psicologia non è un elettrodomestico, lo psicologo non si “assemblea” come un automa.

Dopo cinque anni in Via della Torretta, posso dire di esser stato davvero fortunato: ho incontrato molti maestri. Nessuno in Facoltà. E se erano docenti, gli ho amati per quello che sono fuori da essa. Uomini, prima che docenti.
I miei maestri li ho trovati nelle piccole librerie di testi usati di Firenze, in Via degli Alfani, Via della Pergola, Via Bonifacio VIII, dove piccoli grandi uomini custodiscono le saette dei grandi geni della letteratura al di fuori delle logiche da fast food delle grandi catene editoriali. In quelle librerie non c’è tutto, come nei centri commerciali. Ma c’è sempre qualcosa che sembra ti stia aspettando da tempo, accettando il peso della polvere e dell’oblio. E quando ti avvicini, a volte senza bisogno di leggere la quarta di copertina, senti che quel piccolo oggetto di carta e inchiostro ti sta chiamando per pochi spiccioli, e non sai che finirà col cambiarti la vita. Per non parlare della gioia del libraio che inizia a conoscerti ed a proporti libri in un ideale percorso letterario. Ragazzi, che botte di vita.
I miei maestri li ho trovati al Rock Bottom di Via Alfani, o all’ex negozio di vinili di Via Gioberti, dove al ritorno verso casa dalla Facoltà mi perdevo per pomeriggi interi a discutere di un EP introvabile, che era proprio lì davanti a me, a cinque euro di distanza da camera mia. E li ho trovati in ore e ore di download selvaggio, dopo ricerche che si prolungavano fino a farmi saltare pasti su pasti, e lo scrive una buona forchetta, isolato da tutto e da tutti, con le cuffie e un cantautore con una storia da raccontare. E li ho trovati a concerti sotto la pioggia, da Santa Croce a Gavinana a piedi, solo per ascoltare una ninfa cantare in un minuscolo locale Jazz abbandonato a se stesso dalle nuove generazioni. E che orgoglio esser l’unico del locale sotto i sessanta anni, nonché il decimo spettatore, eppure conoscere ogni canzone. Chi non ha mai provato questo non potrà mai capire fino a che punto la musica possa essere il veicolo più potente d’amore e rivoluzione. E vi assicuro che la musica può salvare la vita, è esperienza di chi scrive.
I miei maestri li ho trovati alla Cineteca di Castello, un miracolo per l’anima, e la notte, steso nel letto, ancora grazie a download selvaggi, o a quelche prestito finito poi in saccheggio a man bassa ed in bassissima risoluzione, di film mezzi in inglese mezzi in italiano, ora coi sottotitoli ora senza, ora dovendo bestemmiare perchè è saltata la connessione a internet, su un piccolo schermo polveroso, diciassette pollici polverosi che a seconda della pellicola in questione potevano finire per confondersi con una proiezione riservata a me e a me solo nel Cinema più bello del mondo. Chi non ha mai litigato con qualche amico un po’ diffidente per la visione di un film in bianco e nero, chi non ha mai imposto con la forza un film muto all’ospite di turno, non sa cosa voglia dire amare il cinema. Ed il cinema, è la quintessenza della vita, nonché la manifestazione artistica che più si avvicina alle dinamiche della vita dell’uomo, a quell’”Altro” che noi un giorno dovremo capire, aiutare, amare, a quella società in cui, professione a parte, dovremo immergerci.

Ho incontrato quindi molti maestri in questi luoghi, facendomi catturare pagina per pagina, nota per nota, scena per scena. Sono fortunato, ma la mia fortuna non si compra a nessun prezzo. Si desidera e ce la si prende. Questa fortuna non aspetta altro che esser colta e tenuta stretta. E’ di tutti, e per tutti, come l’Università. Ricordiamocelo, senza aver paura di ricordarlo a chi rema in direzione opposta, a partire dai vostri futuri docenti, perchè “chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e la morte”.

A voi, la gioia, l’onere e la dolce frenesia di scoprire i vostri maestri, perchè se non son buone a niente le ricette e gli elenchi dei docenti, figuratevi quelle di un vostro collega. Purchè sia la frenesia a guidarvi, perchè l’Arte non è intrattenimento, è ricerca. E la psicologia è ricerca dell’Altro, la ricerca è passione e la passione è sempre passione per un Altro da sé.
L’Altro, appunto: una passione.

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4 risposte a L’Altro, una passione – Guida irragionevole alla Facoltà di Psicologia

  1. Silvio ha detto:

    Caro Luca, come sempre sono ammirato.
    Da insegnante (anzi, da Maestro, dato che insegno uno strumento musicale, il violoncello) non credo nell’insegnamento ma credo nell’apprendimento. Un bravo maestro fornisce strumenti e, se è davvero bravo, crea mine vaganti, chiamati a distruggere la scuola (dovrei dire l’accademismo). A scanso di equivoci (non voglio essere confuso con i sessantottardi, vera calamità) preciso che per contestare bisogna esprimere cose o pensieri rigorosi, spiegabili e difendibili. Altrimenti si è velleitari, e dire “no” diventa un inutile capriccio infantile. Dato che ti piace Hillmann, immaginerai che ho molto apprezzato il suo “Cento anni di psicanalisi. E il mondo va sempre peggio” dove parla di fare degli studi degli analisti delle sedi di cellule rivoluzionarie. Credo sia questo il senso. L’unico possibile, almeno per me.

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    • carusopascoski ha detto:

      Non ho letto quel libro di Hillman, ma prometto di farlo al più presto.
      Come sai concordo con te. Lenin scrisse “Non giocare mai con la rivoluzione”.
      Oggi invece siamo incapaci di qualsiasi altro approccio alla contestazione, che può servirsi anche del gioco, ma che non può servirsi solo di questo. Il flash mob è l’esempio più calzante. Se mai avrò un figlio e dovrò spiegare il significato di “azione inutile” lo porterò in piazza a uno di questi eventi, che spesso sostituiscono l’aperitivo con le amiche.

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  2. Silvio ha detto:

    Ehm… Ho scritto di getto e con un iPhone… non è il massimo per scrivere cose sensate.
    Aggiungo solo che la scuola è basata sul pensiero, e il pensiero è per definizione passato o anticipazione del futuro. La scuola – se fosse seria – dovrebbe produrre creatività e quindi fatalmente minare in continuazione le sue stesse basi e le basi del pensiero stesso e, pur nella tradizione, rinnovarsi di continuo. Se ciò non succede è autoreferenziale e autoconservativa. Infatti.

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  3. Dr Francesco Bianco ha detto:

    All’età di 38 anni ho ancora la forza e la fiducia per finire una Magistrale a Torino (Scienze della Mente). Ho frequentato anch’io Psicologia a Firenze e un giorno la Professoressa Viggiano di Cognitiva mi disse che la mia presenza in quella Facoltà era sinonimo di “coraggio”. E’ vero, occorre coraggio di studiare ancora – con una famiglia e due figli- in tutte le circostanze della vita. Soprattutto quando chi studia la mente, tenta, giorno per giorno, di scardinare quell’organo chiamato cervello. Il mio modello? Certamente John Bowlby che a 50 anni iniziò la sua vera carriera gettando le basi della relazione madre-figlio. Dunque mi rimangono altri 12 anni per migliorarmi nella conoscenza! Nulla accade per caso e soprattutto niente è dovuto, in questo mondo.
    Saluti.
    FB

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