Popstar della cultura e polli d’allevamento

166596_134771306587852_7751658_nIneccepibile. Ecco cosa ho pensato quando ho letto l’articolo datato 21 agosto 2011 di Dario Ronzoni su “Linkiesta” (qui il link originale) in merito al libro di Alessandro Trocino, “Popstar della cultura”. Ho cercato poi altre informazioni, trovando un ottimo taglia e cuci di parole dell’autore curato da Francesco Linguiti per “Libertiamo” (qui il link originale) e dunque mi è parso più che opportuno di continuare qui.
Questo libro, uscito nel 2011 per Fazi, è di particolare interesse per il sottoscritto e forse per i sei (secondo la questura) lettori di questo blog per il piccolo e grande dibattito che due articoli qui apparsi hanno suscitato, entrambi riguardo a due intellettuali pop della lista di Ronzoni: Roberto Saviano e Giovanni Allevi.
Mi autocito per riprendere il filo – “Così Saviano, dopo quel libro scomodissimo ed incendiario che fu ed è “Gomorra”, ha costretto gli editori a gareggiare per accaparrarselo. E poi, a renderlo mansueto e onnipresente, sovraespondendolo attraverso tv, radio, web ad un messaggio tanto condivisibile tanto banale e annacquato, che Travaglio definì: “Antimafia in salsa drama-fiction con poca, pochissima capacità di delineare storicamente gli scenari, anzi dimenticandosi di quelli più recenti negli sviluppi di cronaca (una scelta di prudenza, per non dire brutte parole?)”. Non è forse il caso di smettere di considerarlo un intellettuale, e riportarlo al suo vero mestiere, ossia il giornalismo d’inchiesta?” (continua a leggere qui: https://carusopascoski.wordpress.com/2011/11/20/saviano-e-i-saldi-di-fine-stagione) – e, per colui che proprio pochi giorni orsono è tornato alla gran ribalta accusando Beethoven di mancanza di ritmo – “Noam Chomski più semplicemente elencava al punto otto delle dieci strategie di manipolazione attraverso i mass media: “Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti”. Questo in Italia è avvenuto fino a pochi anni fa, oggi inizia la fase di svuotamento in partenza di ogni rigurgito vitale di quest’Italia quasi completamente vegetale: non solo forgiare una generazione col vuoto, adesso riempire questo vuoto con un altro vuoto chiamato “pieno”, “arte”, o appunto  l’”Allevi” di turno , generando il definitivo scollamento identitario tra una cultura che dovrebbe essere miniera di valori, eperienze e bellezza e  un cittadino ormai ridotto a consumatore di slogan, contatti e hobbies, e generando infine l’equivoco che ogni velleità possa costituire arte se con il giusto look, il piglio scanzonato e una feroce campagna di marketing” (continua a leggere qui: https://carusopascoski.wordpress.com/2012/05/20/giovanni-allevi-cavaliere-della-banalita-al-merito-della-repubblica-italiana) .
Parole che credo possano ritenersi vicine a quelle del libro di Trocino, che mi riprometto di leggere ma del quale non posso risparmiarmi almeno una presentazione, copiaincollando i due articoli su esso citati precedentemente, il primo un’ottima sintesi del libro, il secondo un taglia e cuci. Buona lettura, e magari comprate voi questo libricino che promette se non altro buon argomenti in sfiancanti conversazioni con la massa adoratrice dei semprenuovi idoli pop italiani.

“Poi guardo i giornali, leggo le recensioni, assisto alle comparsate
televisive quando viene lanciato un film o un romanzo, e mi dico:
c’è qualcosa che non va. Il qualcosa che non va è il conformismo
diffuso, l’ovvio dei popoli, il velluto di ipocrisia collettiva chesembra
aver coperto con una specie di indiscusso canone artistico, intellettuale
e spettacolare l’Italia contemporanea, in ragione del quale tutti sono
d’accordocon tutti, e nessuno obietta mai niente (…)
È il regime ferreo
degli infallibili, che inibisce qualsiasi critica. In privato si parla male di tutti,
e si fanno sghignazzate sui grandi capolavori che vengono proposti dai mass
media e sui protagonisti santificati dallo stereotipo; in pubblico, e cioè sui
mass media e nelle occasioni ufficiali, ci si guarda bene dall’incrinare anche
solo con un graffio il luogo comune e l’oleografia”
Edmondo Berselli – Venerati Maestri

DA SAVIANO A ALLEVI, L’ARMATA VINCIBILE DEGLI INETLLETTUALI POP, di Dario Ronzoni

Roberto Saviano, Giovanni Allevi, Carlo Petrini, Beppe Grillo, Mauro Corona e Andrea Camilleri hanno qualcosa in comune. Sono il midcult, un prodotto culturale che si spaccia per alto ma alto non è, dice Alessandro Trocino nel suo libro: Popstar della Cultura. Che accusa: non trasformano la complessità in semplicità, ma sfruttano luoghi comuni e li spacciano per valori.
Si stia attenti: questa non è cultura alta, ma le somiglia. È il midcult all’italiana: alimentato da una vena di marketing, cresce e fiorisce, fino ad assumere lo status dell’icona culturale, e consegnare al Paese un nuovo intellettuale. Questo, il punto di partenza (e di arrivo) per capire Popstar della cultura, la resistibile ascesa di Roberto Saviano, Giovanni Allevi, Carlo Petrini, Beppe Grillo, Mauro Corona e Andrea Camilleri, di Alessandro Trocino, giornalista del Corriere, pubblicato da Fazi Editore. Un libro che tenta, senza cedere a condanne di capire le storie, le cause e i trucchi di declini e ascese di personaggi che popolano l’immaginario contemporaneo. Che definiscono gusti, tendenze e, in alcuni casi, adesioni di culto. Non gli eroi cui accenna il Galileo di Brecht, ma più una teoria di nuovi santi e martiri che raccolgono su di loro nuovi peccati e nuove preghiere. E per Trocino si tratta di retorica, conformismo di massa, pseudo-nostalgia, indignazione inattiva, il gusto di assistere allo spettacolo dell’apocalisse prossima ventura. Sia chiaro: non è il primo a denunciare queste cose (e c’è da sospettare che non sarà nemmeno l’ultimo). Ma ha il merito di farlo more geometrico, squadrando le figure e intervenendo con il bilancino della prudenza, che in molti casi lo salva da pericolose derive. Perché si sa, quando si parla di Beppe Grillo o di Roberto Saviano, più che di Camilleri o Mauro Corona, si rischia di sfiorare sentimenti viscerali di adorazione o di odio di volta in volta. Il rischio è che l’analisi risulti fredda, a volte. Però funziona.

Il catalogo si apre con Roberto Saviano. Trocino ripercorre, in poche pagine, la vita dell’autore di Gomorra. Era un «giornalista come tanti, con il vantaggio di una grande passione e di una tenace ambizione». Poi, la svolta, fiutata dalla Janeczek, di un romanzo “nuovo”, sulla camorra. Dalle prime (poche vendite) alla scalata nell’immaginario collettivo, con la sfida pronunciata ai boss, le apparizioni televisive, i picchi di acquisti e gli interventi sui maggiori giornali nazionali, lui che «prima non avrebbe mai messo piede in un grande quotidiano nazionale, diventa la gallina delle uova d’oro di una macchina editoriale» che lo stritola, lo impacchetta in un volto torvo e segnato dalla sofferenza, lo trasforma in un santino. Certo, sottolinea Trocino, Saviano aveva voluto che la lotta alla camorra diventasse una «moda», ma il problema è proprio lì: Gomorra, Saviano, il sostegno incondizionato che gli viene attribuito diventano la soluzione, per molti, «per uscire dal solipsismo colpevole di omissione di soccorso nei confronti della realtà». Insomma, grazie a lui «l’Italia si pulisce la coscienza senza pagare pegno». Il suo «sacrificio» genera invidia ma al contempo lo trasforma da scrittore, quale lui vorrebbe essere, a testimonial del mezzogiorno migliore, lo assimila al «Che Guevara stampato sulle magliette» o al terzomondismo della Grande Chiesa di Jovanotti, lo rende intoccabile ma toglie dalla discussione la sola cosa importante prodotta da Gomorra, la lotta alla criminalità. Posizioni dure, senz’altro, ma il bilancino di Trocino non manca mai. Il solo Saviano, con la storia della sua vita, le pressioni che davvero subisce, la contorsione degli effetti rispetto alle sue azioni suscitano un rispetto sincero, estraneo e umano, che l’autore riesce bene a tenere separato rispetto alla macchina che è cresciuta intorno e grazie all’icona di Gomorra.

Di tutt’altro tenore è invece la trattazione di Giovanni Allevi, attraverso il quale Trocino entra nel mondo della musica classica di oggi. La biografia del pianista compositore baciato dalla fortuna più che dalla Musa ha toni di scherno cui, va detto, non è facile resistere. Solo raccontando la sua storia, emerge con chiarezza la distanza tra ciò che racconta Allevi si sé, e ciò che accade. I fatti, perlopiù, non collimano. Se è vero che nella scuderia di Jovanotti, quel ragazzo «un po’ chiuso» veniva vessato con scherzi e crudeltà, sembra improbabile che «l’imbranato, l’incompreso, il brutto anatroccolo, l’albatros di Baudelaire si chiude imbronciato in camera e legge, o così dice, l’heideggeriano Essere e Tempo, macerandosi sul tempo escatologico della parusia». Già, perché, come spiega Saturnino, bassista di Jovanotti, Allevi deve ad altri la parte più importante della sua carriera, cioè «la creazione del suo personaggio». E si tratta del manager Riccardo Vitanza. Gli viene costruita intorno un’aurea semi-divina, di musicista tormentato e ispirato, quasi costretto a comporre capolavori, con danni alla salute e attacchi di panico. Che tutto sembri una montatura, Trocino non lo dice. Folgorante, però, è l’accenno ai capelli di Allevi: «uno si aspetta che quella catasta di ricci sia naturale», e invece no. Merito di un trucco, o meglio, di un cosmetico «il balsamo Hydra Ricci della Garnier». Sulla qualità della sua musica, non ci si sbilancia. È vero che la “musica classica contemporanea” di Allevi convince poco gli esperti, ma è anche vero che gli esperti stessi gli hanno fornito le armi con cui difendersi. Nella dialettica del genio incompreso dall’accademia, topos coltivato dal musicista, emerge la totale incapacità del mondo della musica clssica di saper essere qualcosa di più di un rito formale e antiquato, di lasciarsi studiare e capire, di non essere elitario. Insomma, sembra dire: non lamentiamoci se poi piace chi più che alle orecchie pensa alla pancia.

E, parlando di pancia, non può mancare Carlin Petrini. Definito «gastrofighetto». Sotto studio la storia di un uomo che, dalla militanza nella sinistra, è finito a difendere il sogno di una natura incontaminata e nutriente, di campagna, nostra, e quasi eroica nel suo scontro con la produzione industriale. Un sogno che gli ha fruttato un marchio, Slow Food, e un discreto successo economico. Lo studio di Petrini è importate, sembra dire Trocino, perché mette in luce un vizio antico e pericoloso: la nostalgia del passato. Una trappola anti-storica che passa per le vie del gusto e arriva a forme di protezionismo alimentare reazionarie, (e appoggiate dalla Lega). Petrini è l’esempio di una parabola esemplare. Non è l’uomo «del radicchio nello spazio» quanto quello che propone il bando dell’ananas, in nome di una cultura campagnola inesistente e mai esistita, ma di sicuro appeal, almeno per tutti quelli che possono permetterselo. Un vizio pericoloso perché anti-moderno e superficiale. Legato alla rinuncia al presente e alla rassegnazione nei confronti del futuro, dal quale non può venire nulla di buono.

E del resto, campione della rinuncia al futuro, ma declinato con toni apocalittici, è Beppe Grillo. La biografia del comico genovese che si trasforma in capopopolo anti-casta è stata analizzata da molti. Trocino sceglie di porre in luce le contraddizioni: ad esempio, se ora Grillo è paladino della rete, fino a pochi anni prima distruggeva computer («computer io ti odio») a martellate nei suoi show in giro per l’Italia, quasi invocando un nuovo luddismo. Merito di un fiuto sagace, senz’altro, e del fantasma che gira per l’Italia in questi tempi: l’indignazione. Grillo è populista. A capo di un seguito di fan, ha abbracciato battaglie per la legalità e per una nuova politica, grazie alle sue doti retoriche di oratore. Molte idee sono condivisibili, come la denuncia degli sprechi e della corruzione, ma altre del tutto prive di fondamento, spiega Trocino, come quando ha abbracciato la terapia Di Bella o negato l’Aids. «Nella notte di Grillo tutti i gatti sono bigi», spiega. E ciò che in fondo non gli perdona è «l’aver spacciato banalità e luoghi comuni per verità», demonizzando l’avversario, qualsiasi avversario, con toni iperbolici e senza possibilità di analisi.

Il libro si conclude con altre due figure: Mauro Corona e Andrea Camilleri. Il primo ripresenta lo stesso vizio che sta alla base dello Slow Food: la nostalgia per la natura, per il selvatico e puro. Declinato, però, in salsa letteraria e spostato dalla campagna alla montagna. L’avventura di uno scrittore che incarna in sé già il personaggio rude e selvaggio della foresta, che scolpisce il legno e ama la natura, è culminata con la cristallizzazione della sua stessa figura. Un caso in cui il marketing ha superato e rimodellato l’identità dello scrittore. Su Camilleri, caso letterario da decenni, dice di più. In primo luogo, il conformismo della critica. Osannato ai suoi albori (che si sa, son giunti tardi), era amato per come sapeva rappresentare la Sicilia e per l’ardita invenzione linguistica, financo paragonata a Gadda. Sono bastati pochi anni perché Camilleri cadesse in disgrazia, proprio a causa del modo in cui rappresentava la Sicilia («fatto di stereotipi, luoghi comuni e ingenuità») e per l’uso della lingua. Non passa inosservata la serialità dei suoi romanzi, nei temi simile a quella di un telefilm e nel metodo di scrittura simile a una fabbrica, cui segue una perdita di qualità notevole. Tutto ciò, però, non ne ha intaccato il successo tra i lettori, tanto da permettergli di ritagliarsi un ruolo da coscienza critica e civile. Un paradosso, ma solo all’apparenza, che Trocino spiega bene come un impasto tra nostalgia e conformismo.

Ed ecco spiegata la nuova generazione di intellettuali pop dell’Italia degli ultimi anni. Martiri, santi e testimoni di mondi che non sono mai esistiti. Non trasformano la complessità in semplicità, ma sfruttano luoghi comuni e li spacciano per valori. Assecondano istinti pericolosi, alimentano ideologie di poca portata e vivono grazie ad accorte strategie di marketing (oltre che a falle enormi della cultura italiana, dalla musica alla letteratura, dalla politica alla cucina). Un nuovo mondo che, spiega Trocino non ci fa bene. Ma che forse ci rappresenta molto, troppo.

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POPSTAR DELLA CULTURA. SOPRAVVALUTATI FETICCI ITALIANI, di Francesco Linguiti

– “Di fronte al vuoto e all’orrore di un ventennio berlusconiano, di fronte al dilagare di una società becera, volgare, retriva, il popolo della sinistra è scosso, ha bisogno di vedere volti amici, di sentire parole incoraggianti. Ha bisogno di riscattarsi da una minorità politica e culturale frustrante. E se i partiti non hanno gli strumenti per raccogliere il grido di dolore di quella parte del paese che vuole cambiare la realtà, il compito tocca ai nuovi intellettuali pop. Fazio e Saviano, con un blitz, invadono le frequenze normalizzate della RAI e recitano il nuovo vangelo dell’Italia indignata, indecisa tra la fuga all’estero, verso lidi più democratici e moderni, e la resistenza in patria. Di fronte al clamoroso successo della trasmissione si avverte una reazione di sollievo. Una nuova Italia è possibile, un nuovo modello di cultura e di informazione è possibile.

C’è un nuovo paradigma, si dice, che sostituisce l’incultura reazionaria e pubblicitaria del centrodestra. Eppure c’è qualcosa che non quadra. Sfilano sulla passerella televisiva gli eroi dell’antiberlusconismo, gli aedi dell’intellighenzia di sinistra. È confortante rivedere Dario Fo, Roberto Benigni, Paolo Rossi fondersi insieme in un abbraccio collettivo con Corrado Guzzanti e Milena Gabanelli. In fondo, è una preghiera laica quella che per quattro lunedì consecutivi si recita sugli schermi di Raitre. Il format prevede l’elenco, recitato come un rosario. Qualcuno comincia a instillare un dubbio. Che sia davvero una specie di messa, come scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera: “Vieni via con me è il calco di una cerimonia religiosa, di una messa, di una funzione liturgica. La proposta degli elenchi, di ogni tipo, su ogni argomento, assomiglia molto alle litanie: più che alla vertigine della lista, lo spettatore cede volentieri al fascino della supplica accorata, alla de-vozione popolare, alla lamentazione come unica fonte di speranza e di conforto, al mantra“.
Grasso coglie nel segno. La funzione consolatoria del rito è evidente. Come tutti i riti, prevede una massa di fedeli, un insieme di atti codificati, qualche figura santificata, un’aria penitenziale, ravvivata in questo caso dall’orgoglio degli autoproclamati giusti. (…)

Qui analizziamo (nel libro Popstar della cultura di Alessandro Trocino, ndr) Roberto Saviano, Giovanni Allevi, Carlo Petrini, Beppe Grillo, Mauro Corona e Andrea Camilleri. Soltanto un campione, perché l’elenco poteva continuare e le popstar non mancano: dallo stessoTerzani a Benigni, dai fratelli Muccino a Maurizio Cattelan, da Fabio Fazio a Massimiliano Fuksas, da Alessandro Baricco fino a Nichi Vendola. È una galleria di casi individuali, ma attraversati da uno o più fili comuni. Cornici cognitive ed emotive condivise che ne fanno facce diverse di un’unica medaglia. Medaglia, va detto, non sempre di metallo pregiato. Ad alcuni si potrebbe applicare la celebre definizione di Dwight MacDonald sulle opere midcult. Opere, per dirla con Umberto Eco, “che paiono possedere tutti i requisiti di una cultura aggiornata e che, invece, di fatto, della cultura costituiscono una parodia, una depauperazione, una falsificazione attuata a fini commerciali“.

In definitiva, un compromesso al ribasso. Il consumatore viene illuso di avere a portata di mano l’arte e la cultura “alta” che cerca di incontrare il gusto medio.
O, più correttamente, il gusto medio che viene lusingato da una cultura promessa come alta e che alta non è. I nuovi eroi midcult, rappresentanti del ceto medio riflessivo, borghese e di sinistra, prodotti elitari ma su larga scala, si spartiscono la torta di un mercato perfettamente segmentato per gruppi sociali e per orientamento culturale e politico. Non si discute qui il valore degli autori, peraltro molto diverso e ovviamente opinabile. Saviano è autore di un libro importante,  Allevi un pianista mediamente dotato. Petrini è autore di una grande battaglia per il cibo di qualità, Corona uno scrittore un po’ grezzo che non resterà nella storia. È in discussione la modalità con la quale sono arrivati al successo, le ragioni che hanno contribuito a farne delle popstar, il paradigma che hanno creato o al quale si sono adattati. (…) Elementi che contribuiscono a fornire un quadro poco rassicurante dello stato della cultura italiana e in particolare proprio di quella che si vorrebbe più avanzata, progressista, alternativa al vuoto della destra e del berlusconismo.

A metterli in fila, i peccati capitali degli intellettuali nostrani fanno impressione: inclinazione al conformismo, propensione all’emotività e al sentimentalismo, diffidenza per il razionalismo, predilezione per l’indignazione fine a stessa, ricorso al manicheismo, tendenza alla semplificazione di problemi complessi, inclinazione al sapere nostalgico e al passatismo, profusione di retorica apocalittica, cedimento alla cialtroneria, abuso di facili artifici, antimodernismo e antiscientismo, esaltazione dell’uomo forte, affidamento all’esoterismo new age, delega delle responsabilità, ricerca del guru o del maestro di turno, servilismo. Il tutto condito con una mediatizzazione diffusa e con un narcisismo estremo nutrito di presenzialismo e populismo. Vizi diffusi in dosi molto diverse tra i personaggi di cui ci occupiamo.
Vizi che corrispondono in definitiva ai difetti degli italiani, dei quali si nutre come un saprofita l’industria culturale italiana, abile a incoraggiarli e a sfruttarli. Se è la domanda che regola l’offerta, il panorama culturale non può essere che questo. (…)

Sedici anni di dominio berlusconiano hanno impresso un segno indelebile nel carattere nazionale. Per uscire dalle strettoie della sottocultura berlusconicentrica e per sfuggire al gorgo mefitico dell’autoreferenzialità, l’intellettuale ha ceduto di schianto. Succube da decenni di dibattiti autopoietici e di soporiferi cineclub, ormai ebbro e nauseato dalla propria presunta superiorità morale, da tempo degradata in un indifendibile moralismo da casta protetta, la sinistra culturale ha rotto le righe e, muovendosi in ordine sparso, si è buttata nello stesso circuito di populismo della destra, innervato da robuste iniezioni di moderni steroidi catodici. Quel che rimane dell’industria culturale in mano alla sinistra scimmiotta il baudesco nazionalpopolare, utilizzando le antiche corde dell’emozione, del sentimento, dell’anima, dell’antirazionalismo, dell’antimodernismo e della cialtroneria, che da sempre costituiscono il nerbo della melodrammatica e furbesca indole italica.

Così nasce e prospera Giovanni Allevi, adorato da schiere di fan ai quali propina un pentagramma che fa leva sull’universo olistico dell’era emozionale, di cui il Maestro disserta nei suoi instant book. Accolto con tutti gli onori in Parlamento, il novello Rossini in pochi anni ha edificato, mattone su mattone, una carriera straordinaria.
Miracolato da un ottimo ufficio stampa, è volato sulle ali del marketing, non senza qualche invocazione propiziatoria rivolta all’Altissimo. Il tutto a piedi nudi, naturalmente, perché natura e sentimento, emozione e godimento lento, vanno di pari passo. (…) nel combinato disposto di neoqualunquismo e retorica apocalittica, ecco avanzare Beppe Grillo. Una carriera da comico, sciaguratamente buttata via per vestire i panni del Savonarola, tanto intriso di giustizialismo à la page da condividere con Marco Travaglio ed Emilio Fede il vezzo, un po’ fascista, di deridere l’avversario. Avversario derubricato in nemico, con epiteti offensivi. Oppure per le vie brevi, con insulti diretti a base di “vaffanculo”. (…)

È l’Italia dei furbi e dei finti cascatori. L’Italia che non ha mai conosciuto Cartesio e Voltaire. L’Italia delle grida manzoniane, che ha rinnegato le leggi “armate” di Beccaria e le ha sostituite con la retorica delle orazioni civili, dell’impegno da salotto. L’Italia intellettualmente disonesta, che fa la rivoluzione in terrazza, che festeggia a Fregene con Moravia e Schifano l’assoluzione dell’assassino di Primavalle e non sta «né con lo Stato né con le BR». L’Italia che scende in piazza e sfila compiaciuta. L’Italia degli oratori vibranti e magniloquenti. L’Italia dell’elzeviro, del giornalismo malato, passata dalla pomposità letteraria delle terze pagine alla volgarità pecoreccia dei fogli di regime.(…)

L’Italia della casta, della cricca, del familismo amorale, del “teniamo famiglia”, della raccomandazione, delle affettuosità di potere, della romanità avvolgente, del pizzino. Un paese che sente il bisogno di inserire Allevi nel comitato dei garanti dell’Unità d’Italia, proprio mentre smantella l’unità a colpi di leghismo, di corruzione e di ignavia politica. Un paese che compra i libri-feticcio di Saviano per combattere la camorra e poi pippa la cocaina dei camorristi nei cessi dell’Hollywood a Milano.

Il paese degli abusi edilizi, dei condoni, dei furbetti del quartierino. Il paese del catastrofismo apocalittico, dell’iperbole emotiva, del populismo tecnocratico, del vaffanculo catartico. Il paese midcult che confida nei miracoli dell’autoculturalizzazione istantanea di massa. Il paese che trasforma lo scrittore engagé in icona da scaffale. Che cerca disperatamente un guru qualsiasi che gli indichi la strada e lo trova in comici che predicano l’anacoretismo e praticano il business. Un paese che preferisce nutrirsi di uno stato di indignazione permanente, piuttosto che provare a cambiare lo stato delle cose.”

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3 risposte a Popstar della cultura e polli d’allevamento

  1. Silvio ha detto:

    Luca​​, si dovrebbe riflettere sulla globalizzazione che include anche arte e cultura. Non sono in grado di fare un’analisi approfondita, ma mi sembra abbastanza evidente che abbia un’influenza sulla cultura italiana, ma non solo italiana. Noi siamo ormai alla frutta, ma mi sembra di notare come vi sia ovunque la stessa tendenza.
    Ha senso dire che non solo l’artista e l’intellettuale sono sempre più un prodotto da business, ossia che vengano creati per soddisfare un mercato, ma che quella sia la loro unica ragion d’essere?
    Spesso – e da tempo – penso a due epifenomeni della globalizzazione: la riduzione dei “posti” (c’è posto per pochi idoli alla volta) e la conseguente velocizzazione delle carriere, e il turn over frenetico. Oggi le carriere sono diventate brevissime, in tutti i campi. I “divi” – nel bene e nel male – non esistono più, a meno che non abbiano almeno 70 anni. Inoltre le nuove scoperte devono essere giovani, più sono giovani meglio è. Purtroppo un grande scrittore, o musicista o politico non si forma in sei mesi e non si esprime in un anno.
    Nella cultura non c’è più il valore del tempo, dell’esperienza. Oggi, a quarant’anni, se sei stato fortunato sei una “vecchia gloria” buona per i cartelloni della provincia e provinciali, da concertino estivo a Riccione (a volte stringe il cuore vedere artisti di alto livello relegati in eventi veramente dubbi).
    Personalmente credo che l’unica soluzione (quella che ho adottato) sia la clandestinità, quantomeno per non essere avvelenati e salvaguardare la fiammella. E cercarsi nuovi spazi (come lo è un blog rispetto ad un giornale). Per la musica è un po’ più complicato…

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    • carusopascoski ha detto:

      concordo sullo soluzione, sul turnover frenetico, e su tutto il resto, ma non credo che oggi le scoperte debbano essere giovani più che nel passato, fatta eccezione per i talent scout mediatici che eleggono la nuova star a suon di televoto. l’intellettuale e l’artista dovrebbero esser tali per la capacità di estendere il proprio sguardo sopra e oltre le circostanze, i luoghi comuni e le mode del momento. ma oggi si chiede solo un qui e ora smodato e automatico.
      in altre parole, sono tutti espressionisti coi colori degli altri. in pochi sono capaci mi pare del coraggio di una cifra artistica e intellettuale più interiore, intima e spirituale. il materialismo ci ha tolto tutto, persino la speranza di un Dio, o anche solo avere un vago sentore di atemporalità.

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  2. Silvio ha detto:

    Errata Corrige: “si dovrebbe riflettere ANCHE sulla…”

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