Federico Giammangiato – Blues per una ragazza pazza: inciampando per un ultimo spicciolo nell’epoca delle passioni obbligatorie

“Si tenga in forza stasera la operano
Le toglieranno il cuore Ha un cuore troppo grande
per riuscire a viverci”
Infezione, Václav Hrabě

Nelle popolazioni meno specializzate, per esempio in Africa, quando le persone vanno a pescare, spesso cantano. Pescano, cantano e ballano, e non lo fanno per nascondere la fatica della pesca: sono allegre, divertite e affaticate tutto insieme. È come se fosse apprezzato l’intero ciclo: portare le reti e buttarle in mare e tirarle su cantando e prendere i pesci.

In qualche modo, una vita meno alienata della nostra.
il linguaggio, privo di una dimensione poetica, è retorica.

Qui si esce di casa la mattina e magari ci si mette un’ora per andare a lavoro: quell’ora è considerata un tempo perduto, morto, alienato. Ma non è alienato da fuori, è alienato da dentro: cioè, è la persona stessa che svaluta quell’ora e non cerca di trovarvi un senso, cosa che in realtà potrebbe benissimo fare.
Affezionarsi ad una sola parte del ciclo è un po’ come voler mangiare senza cucinare, con tutto il rispetto, o quasi, per la ristorazione. Succede non solo andando a lavoro: negli aeroporti, nelle metropolitane, nelle librerie. Si, anche quelle con i caffè. A Tal proposito vorrei ricordare che l’alcool, e non la caffeina, è un catalizzatore sociale, eppure non basta.

Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, i campi profughi, eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico).
Insomma: arrivo in libreria, cerco il libro, al massimo chiedo dov’è, quasi come se chi lavora in libreria sia una sorta di tom tom, prendo il libro, e vado alla cassa. Non fa una piega. Tutto molto lineare.
Nella circolarità dell’esperienza di trovare un libro, ci s’affeziona solo alla parte economica: in sostanza lo si compra, al limite lo si sfoglia un po’ prima, ma sempre con il pensiero “sto spendendo bene i miei soldi? Sarà quello che cerco?”.

Fine del primo pippone in pieno stile intellettuale da sala studio universitaria.
Ora vi tocca il seguito.

Ci si potrebbe chiedere allora:
cosa distingue un bar da un edificio pieno di alcolici disposti ordinatamente dietro ad un bancone, e con una cassa ad aspettarci?
E una libreria da un edificio pieno di libri?
Prima di entrare a nella libreria “Lo Spazio”, in via dell’Ospizio di Pistoia, me lo potevo
immaginare. Entrando ne ho fatto esperienza.

Possiamo pensare che siano le storie a dar vita ai luoghi, le quali si inscrivono dentro le relazioni.
In questa storia è stato un libro a trovare me.
L’odore delle storie si sente muovendo il primo passo in un luogo.

Questa storia l’ho condivisa con un amico, insieme stavamo cercando di sopravvivere quel giorno.
Ebbene sì, una libreria può essere un modo per sopravvivere.
E a cosa? Ai libri, naturalmente.
Quasi fossero migliaia di voci su uno scoglio che, cantando, ci chiedevano di rimanere lì, per
sempre con loro. Talvolta ad uno ad uno, talvolta tutti insieme. Sai che sarà la fine, eppure vai. La fine di qualcosa e l’inizio di non so cosa. Il rischio e il cambiamento: so che vestito mi tolgo, non sapendo ancora quale indosserò.
È successo come succede al mare, sugli scogli, inseguendo l’orizzonte.
Lo insegui, l’orizzonte, fino a che un pensiero non ti trova.
“Blues per una ragazza pazza”, di Václav Hrabě.
Come uno schiaffo da una passante: non come quelle di Brassens, con un fascino romantico e che ti accarezzano, immaginatevele più come le passanti che possono incontrare Ginsberg, Bukowski, Kerouac.

Per i puritani: le puttane.

È proprio Allen Ginsberg che Hrabě riesce a conoscere e ad intervistare nella “Praga beat degli insoddisfatti e dei ribelli, che potrebbero mettere radici nel sistema, ma che scelgono il rischio di un’esistenza affascinante e precaraia”, come anticipa e racconta Alessandro Marini nell’introduzione.

Con la differenza che qui la puttana ero io.

È un libro che può governarci, non il contrario. La lettura e il libro non sono il mercato del libro, ma un’esperienza estetica, come il benessere, ed è per questo che con la cultura non si mangia: con la cultura si respira, ed è respirando insieme che si esprime il valore dell’esperienza etica, ovvero la politica, ovvero quel grandissimo “bordello” che dovrebbe rispondere a una domanda: come possiamo stare insieme agli altri?

Ce lo ricorda Paolo Nori, come un libro ci può governare:
Tutte le volte che si vota a me mi viene in mente che io non lo so se sono governato dalla giunta comunale di Casalecchio di Reno, dalla giunta regionale dell’Emilia Romagna o dal governo nazionale di Roma o dal governo europeo di Bruxelles.
Io a ripensare al Maestro e Margherita di Bulgakov che nelle prime pagine c’è una signora che ha un chiosco di bevande a Mosca e apre due succhi di albicocca e intorno si spande odore di parrucchiera e io, da quando ho letto quella cosa lì, tutte le volte che sento odore di parrucchiera penso al Maestro e Margherita, che se non avessi mai letto il Maestro e Margherita probabilmente non avrei mai riconosciuto nella mia vita l’odore di parrucchiera.
O a ripensare alle poesie di Chlebnikov e le ragazze, quelle che camminano con stivali di occhi neri sui fiori del mio cuore o alle cose che ha scritto Charms che quando compri un uccello guarda se ci sono i denti o non ci sono e se ci sono i denti, non è un uccello.
O alle opere di Learco Pignagnoli, filosofo emiliano, e tutte le volte che m’è tornato in mente che tranne me e te il mondo è pieno di gente strana e poi anche te sei un po’ strano.
A me tutte le volte che si vota mi viene da pensare che io invece che dai vari governi pentapartito o monocolore che si sarebbero alternati alla guida del paese negli anni della mia adolescenza e della mia giovinezza, io, piuttosto che da loro, son stato governato da Bulgakov, da Chlebnikov, da Charms, da Mandelstam, da Puskin, da Anna Achmatova, da Lev Tolstoj, da Gogol, da Dostoevskij, da Benedict Erofeev, da Josif Brodskij, da Learco Pignagnoli, filosofo emiliano. E sono stato a volte, per degli attimi, per dei giorni, per dei mesi un suddito felice e riconoscente. Allora per me un evento político più importante delle primarie del partito democratico sarebbe che qualcuno, da qualche parte, in Russia o in Emilia, a Sant’Ilario o a San Pietroburgo o a Vezzano sul Crostolo o a Carpineti o a Vladivostok, di notte, nel suo appartamento, uno che non sappiamo neanche come si chiama e che fa probabilmente un mestiere normale, come ispettore delle mense scolastiche, sarebbe importante che quello lì continuasse a scrivere il romanzo al quale sta lavorando da dei mesi, che continuasse a rubare tempo al sonno per tirar fuori dalla sua pancia il romanzo destinato a governarci, a me e a quelli come me, nei prossimi anni, a fare ancora di noi, per un po’, dei sudditi felici e riconoscenti. Speriamo, speriamo.

A questo punto chi esulta immaginando un governo di artisti, può smettere di leggere e andarsi a drogare con i suoi amichetti. Non è per questo che scrivo, qui ed ora, pur non essendo scrittore.
M’esprimo. Spesso come posso, qualche volta per come voglio. Di sicuro qui si tratta del primo caso.
È attraverso una rinuncia egoica che posso essere un po’ più piccolo, quasi più insignificante,
immateriale, partendo dal leggere il Václav Hrabě che è nel libro, e finendo ad amare il Václav Hrabě che è in me, affinché sia anche lui a governarmi.
Esprimere i propri sentimenti è un modo per sporcarsi, per non essere “noi” ed accettare che non sono “io” qui che scrivo, ma un altro. Chissà chi.
Quando Hrabě mi ha trovato mi son sentito come un pirata davanti ad un tesoro, ma anche come di fronte ad una preghiera più grande e bella di me.
Emanuel
Primo dio
Rimbaud
Preghiera a cose più belle di me.
Canta e scrive Emidio Clementi con i Massimo Volume, nel pezzo “il Primo Dio”.
Curiosità, gioia, paura, fame. Tutto insieme.
Non sono un critico, e non scriverò della vita di Václav Hrabě o del suo libro, ci ha già pensato Alessandro Marini, Dottore di ricerca in letterature romanze presso l’Università Carolina di Praga.
Quello che sto scrivendo non esprime alcun contributo, mi spiego: non aggiunge nulla. Non vuole essere tale, è bene ripetersi più volte e in modo diverso nell’illusione d’esser chiari. Trova senso e valore unicamente nella dimensione del tempo d’una giornata attraverso la condivisione di questa storia e di queste riflessioni con un amico in un “allora”, e in un “qui e ora” con voi che state leggendo.
Questo amico di cui vi parlo è Luca, è lui che mi dà l’occasione di comunicare con voi attraverso uno spazio. Perché è questo che per me sono gli altri: un’occasione, oltre che un mistero. Il bello di Luca è che è uno a cui non piace eccessivamente far parlare di lui, ma se proprio si deve, preferisce che siano gli altri a farlo, con parole e sentimenti loro.
È proprio nell’esperienza umana che è possibile lo scambio, quello scambio che in un mercato economico, strutturato unicamente per lo scambio monetario, ci ha permesso di conoscere il prezzo di ogni cosa, restituendoci il valore di nessuna di queste.
La giornata di cui ho cercato di scrivere e raccontare vuol esprimere questo: l’augurio di un
incontro, soprattutto per chi legge, perché i libri son ponti, e gli esseri umani non sono isole, anche se ogni tanto sentiamo il bisogno d’esclusione dal resto del mondo, ma capolavori, il cui valore è inestimabile nella condivisione delle esperienze.

Václav Hrabě, come Anno Birkin, è un ragazzo che non invecchiò mai. Morti rispettivamente alle età di 25 e 21 anni, rischiano entrambi di non farmi dormire stanotte.
L’abbandono notturno.
Quello stato generativo di pensieri scomodi e teneri.
Due blues per due ragazze pazze.

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