Leonard Cohen & Nick Cave – Lucca Summer Festival 2013

Dopo il cartellone dello scorso anno, composto da un paio di grandi nomi ma anche e soprattutto gruppi sega e new sensations che a me non hanno mai rappresentato neppure un prurito basso, quest’anno a Lucca si è tornati a fare sul serio, offrendo nel giro di meno di un mese qualcosa come Leonard Cohen, Nick Cave & Bad Seeds, Neil Young & Crazy Horse,  Sigur Ros. Con la promessa di risentirci per l’accoppiata finale tra un paio di settimane, è oggi degnissima d’attenzione e ancora col cuore che gronda palpabile emozione la prima accoppiata, buttata lì nel giro di un paio di giorni alla faccia delle raccomandazioni di ogni cardiologo.
Due concerti diversissimi, anzi, pressochè opposti. L’Apollineo e il Dionisiaco, o forse qualcosa di molto più pratico: da un lato un Leonard Cohen che spacca il minuto, non sbaglia un dettaglio e sussurra, suggerisce e invita con l’umiltà gentile dei grandi poeti. Da un lato poi Nick Cave che erompe dal vuoto, scatena vortici e declama, grida e trascina con la lascivia errabonda del demonio. Il primo suona quasi un’ora di più del secondo nonostante le quasi ottanta primavere, ma il secondo trasforma Piazza Napoleone in un Vulcano. Ma il senso di queste comparazioni deriva solo dalla prossimità temporale, e soprattutto trattandosi di autentici giganti della musica del novecento si prova il gusto estremo di aver goduto e poter testimoniare entrambi.


Leonard Cohen entra in scena con completo e cappello d’ordinanza, incarna Il Poeta se ce n’è uno e mai per un secondo sono stati i suoi anni a parlare, al massimo la sua storia e le sue storie: amori consumati o solo sognati, grandi luci che proiettano grandi ombre, pareti di camere d’albergo che finalmente vengono interpellate. Lo sguardo è raccolto come in una interminabile preghiera, melodie sognanti si accompagnano all’atmosfera tersa della memoria che affiora. E s’inzia col botto, “Dance To The End Of Love”, come ogni scaletta del canadese richiede ad ogni latitudine. Tutto nel live di Cohen rende grazia tanto all’autore tanto alla sua vita. Si applaude una carriera, oltre che una canzone, specialmente al cospetto del rischio che questo possa essere l’ultimo tour del poeta canadese, che annuncia con inenarrabile dolcezza al pubblico: “Non so dirvi quando potremo rivederci in futuro, amici miei, ma vi prometto che stasera daremo davvero tutto quello che abbiamo”. Se la prima parte verte più sulle recenti prove autoriali e raccoglie applausi e entusiasmi compassati, la seconda e i numerosi bis offrono tutto il meglio del repertorio storico e chiede solo di lasciarsi andare laddove il poeta ci porta e ci ha portato per tutta la sua vita, senza sorprese e con uno show pensato in ogni dettaglio e battuta, con tanto di canzone della buonanotte/arrivederci, anche se le reazioni del pubblico su pezzi come “The Partisan”, “Suzanne”, “Sister Of Mercy” e altre restano composte di imprevedibile magia e supportate da interpretazioni da brivido. Nonostante l’infinità poesia del concerto, ho sempre pensato che la musica di Leonard Cohen, come quella di tanti altri cantautori dalla pelle sottile, rende al massimo in una stanza, con il vinile sul giradischi e una beata solitudine a portata di mano, piuttosto che dal vivo, specie dal minuscolo e lontano corridoio che l’organizzazione del Festival ha destinato agli spettatori senza posto a sedere, nonostante i quaranta euri spesi. Inoltre, come ricorda il mio amico Lorenzo Mei su Wall Street International “il Cohen che si ferma, va nel camerino, si fa la barba convinto di non essere in una buona serata, e poi torna fuori e fa spellare le mani al pubblico, è quello di quarant’anni fa, più giovane e irrequieto, splendidamente ritratto dal film Bird on a wire di Tony Palmer”. Per smentirmi, ecco il video dell’esecuzione da urlo di “Chelsea Hotel #2”

Con Nick Cave e i Bad Seeds la storia è diversa, radicalmente diversa. Prima cosa: tutti in piedi, e via quell’aria borghesuccia che mi aveva un poco infastidito e che è apertamente connaturata allo stesso Cohen, ma soprattutto a Lucca. Al cospetto di Nick Cave e Warren Ellis avviene qualcosa dentro di me che non era successo due sere prima. Da una dolcezza inanerrabile fino alla furia senza rimedio, non so se un demiurgo o un animale, Cave è un pigmalione sinistro e lascivo, da cui avrei accettato qualsiasi ordine, mentre Ellis è allo stesso tempo il demonio, un pirata e un angelo che si mette la bacchetta del violino tra la schiena e la maglia, come fosse un freccia adatta a spedire qualcuno dal Padreterno. La scaletta presenta brani storici e pezzi estratti dall’ultimo bellissimo disco “Push The Sky Away”, che quando vengono proposti portano con sè una carica nuova, anche per uno dei migliori frontman esistenti. La band, affiatatissima, si permette di andare sfasata in più occasione senza per questo intaccare minimamente l’atmosfera magica che si respira dal primo fino all’ultimo dei secondi di musica concessi a una platea che appare incredula di tanta energia. E Cave gioca col pubblico, cantando per due terzi del concerto ritto su una balaustra, urlando in faccia alla prima fila e sputando poco distante dopo ogni estremo vocalizzo, mentre Ellis lancia bacchette ovunque dopo le abituali sfuriate che sono base dei suoi leggendari Dirty Three che mi incantarono un anno fa a Bologna, in una Piazza Verdi lacerata. “Jubilee Street” è una cannonata sul cuore dei paganti, “Love Letter” elargisce tutta la dolcezza del mondo, mentre le atmosfere di “Staggar Lee” sono l’habitat naturale di Cave, un purgatorio molto vicino all’inferno, musicato e popolato di visioni e umori dissonanti e che gli permettono tutte le mosse, le pose e gli atteggiamenti da esteta sfrontato che ha seminato sui palchi di tutto il mondo e che non si è risparmiato neppure stasera. Anzi, a giudicare da altri live che avevo visionato nei giorni precedenti del tour in atto, sembra che a Lucca qualcosa sia successo nell’aria, rendendo Cave più irrequieto e scenico del solito, e dunque più a contatto con la sua natura primordiale. Quella natura primordiale che è quello che più si chiede a un concerto di liberare dentro l’anima dello spettatore, quella tremenda meraviglia che orripila, annichilisce e abbaglia al cospetto dei giganti capaci di testimoniare anche la nostra piccola vita segreta, e da lei all’eternità.

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