Francesco Pacifico – L’intellettuale borghese parla dell’Italia

“Secondo Bibiano, non è che Soto si fosse imborghesito, ma era sempre stato così. La familiarietà coi libri, diceva Bibiano, esige una certa sedentarietà, un certo grado di imborghesimento necessario. Altrimenti guarda me, diceva Bibiano, che su un’altra scala – lavoro nel negozio di scarpe, sempre più odiato o sempre più amato, non so bene, vivo nella stessa pensione – faccio (o mi lascio fare) più o meno le stesse cose che fa Soto”
Roberto Bolaño – Stella distante


Copioeincollo questo articolo di Francesco Pacifico uscito sul Sole 24 Ore del 24 maggio 2013 (http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-05-13/lintellettuale-borghese-parla-italia-184816.shtml?uuid=AbuyVZvH) perchè spesso noi “giovanotti” ci lustriamo la coscienza con tanti bei discorsi e ci scordiamo di una verità concreta che abbiamo sulla punta del naso e che non riusciamo più a vedere, persi a contemplare orizzonti, macro-teorie, seghe mentali che ci autoassolvono anche se restiamo tutti coinvolti (bacini a De Andrè, che potesse mi sputerebbe), perchè una incisività di ragionamento tanto pratica e a misura di vita quotidiana come quella che qui si legge ci farebbe tanto bene, e per questo, forse, la evitiamo tutti accuratamente, e perchè vorrei poter leggere un giornale fatto di sole domande, con le risposte vietate, pagine bianche e domande…

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Ma l’affitto chi lo paga? Il nostro affitto chi lo paga? Chi ci fa i bonifici regolari quando i giornali non pagano in tempo? Credevo che da grande avrei portato la cravatta? Cos’è questa cospirazione tra noi e la recessione per cui la recessione ci permette di non poterci permettere la donna delle pulizie e in questo modo possiamo far finta di non esser mai stati borghesi? Perché odiamo essere stati borghesi e poi compriamo l’indivia belga? Perché diciamo al venditore di accendini brizzolato «Guarda ciccio che sto messo peggio de te»? Quanti articoli al mese scriviamo? Perché se l’editore paga in ritardo non finiamo sotto un ponte? Chi compone le redazioni dei giornali? Esiste una lotta di classe all’interno della classe intellettuale? Chi può continuare a fare lo scrittore e il giornalista e l’artista e l’operatore culturale? Chi deve smettere di fare lo scrittore e il giornalista e l’artista e l’operatore culturale perché non può sopravvivere a un ritardo nei pagamenti? Perché ci è più facile dire in pubblico che ci piace la sodomia che ammettere che il pagamento iniziale per la casa ce l’hanno fatto i genitori? Crediamo o no nel libero mercato? Perché ci crediamo solo quando la Repubblica ci chiede di recensire una novità editoriale e non ci crediamo quando un cugino ci parla del negozio che vuole aprire o gli imprenditori si lamentano che le tasse da pagare soffocano l’impresa? Siamo cresciuti nella borghesia: come possiamo continuare a rimuoverla dal discorso pubblico, a rappresentarci come fossimo nati in un falansterio? I borghesi sono solo nei romanzi di Piperno o siamo anche noi al Teatro India, da Necci, davanti al Gazebo? I borghesi sono quelli che non si dicono borghesi?

Ho avuto questa fantasia: ho due fratelli che fondano un’agenzia pubblicitaria. Gli entrano dei grossi contratti. Fatturano. Gli account non pagano. La regione è uno degli account, per la pubblicità progresso sui caschi da cagnolino. Scade il trimestre e i miei fratelli devono pagare l’Iva. Non la possono pagare perché alla Regione hanno congelato ogni pagamento dopo il togaparty di Fiorito. Sono disperati. Vengono da me: Fra, tu scrivi sui giornali, fai un pezzo su questa cosa che ci soffoca, che noi vorremmo pagare l’Iva, ma non siamo stati pagati. Scrivi su la Repubblica, fai un pezzo di sinistra: siamo giovani, abbiamo le idee, fai un pezzo, dai, fai un pezzo. E io dico: Fratelli, e mi siedo come Gesù e faccio righe per terra con uno stecco di legno: Fratelli, gli dico, io non scrivo di queste cose. E loro: Ma lo devono sapere, bisogna spiegarlo: non abbiamo fatto niente di illegale, abbiamo solo fondato una società e ora questa e quest’altra legge del Governo Prodi ci sta impedendo di restare in piedi e non abbiamo colpe. E io nella fantasia dico: Fratelli, io non scrivo di queste cose. Mi dicono: dai dai dai, dicono «questa sinistra» e «indietro», dicono: hai scritto di call center, hai sostenuto la biblioteca che chiudeva. È diverso, dico io, questa è la libera impresa. Non è una cosa di cui mi posso occupare. E loro: Ma saremo costretti a chiudere! Perché non puoi scriverne? Ti spieghiamo tutto. E io: Non so come spiegarvelo, ma io non mi sembra di poter… non credo di poter… memorizzare quello che mi state dicendo. Non credo di poter concepire la questione, ecco, culturalmente, cosa, ecco, cosa significa che voi avete un problema a pagare l’Iva. Siete sicuri di essere in regola, di aver fatto tutto bene? Perché capite, io un pezzo sull’Iva e le imprese non credo di poterlo scrivere. E loro: Perché ti vergogni di noi? E io: Ragazzi, fratelli, voi sapete che io non lo farò, che non scriverò un pezzo sull’Iva. Avete fondato un’agenzia pubblicitaria. Ma è legale! Ma non è una buona idea. Perché? Io non scrivo di queste cose, io scrivo di serie tv e di autofiction europea. Potrei eventualmente scrivere di una fabbrica che chiude, ma non potrei scrivere di un’agenzia pubblicitaria che chiude.

Perché abbiamo conservato della borghesia il gusto per le cose belle, l’amore per i viaggi, i supplementi culturali dei giornali nel fine settimana, la convinzione di essere superiori agli altri, ma non facciamo le pulizie di Pasqua, non facciamo il cambio stagione, non battiamo i materassi, non abbiamo mai cibo nel frigo e non laviamo le tende? Perché mangiamo sempre fuori? Perché facciamo le marchette al Corriere anche se abbiamo la macchina intestata a mamma? Perché la macchina intestata a mamma non ci impedisce di rinunciare a scrivere per la televisione? Perché sto pensando che scrivere per la televisione sia sbagliato? Perché ci facciamo pagare 80 euro a pezzo solo perché papà ci paga mezzo affitto e poi non vogliamo mettere la pubblicità sul blog letterario? Perché quelli di noi che non hanno ereditato una casa e firmano la conciliazione alla fine di un contratto a progetto per potersene far fare uno nuovo non tolgono il saluto a quelli di noi che hanno ereditato una casa e non hanno bisogno neppure del contratto a progetto più scrauso del mondo e quindi fanno da crumiri involontari per gli scioperi immaginari dei loro amici senza casa ereditata? Perché non esiste la lotta di classe e non esistono nemmeno i circoli?

Quando capirete, voi che non avete una casa, che siamo noi con la casa che vi rendiamo la vita impossibile?
La creatività e la vita intellettuale sono produttive? Chi le finanzia? Quando lo Stato smetterà del tutto di finanziarle, riveleremo che a finanziarle fin dall’inizio è stata la generazione precedente? Chi può considerare un genitore il proprio mecenate? Vi ricordate quel ragazzo con i capelli ricci che faceva il dottorato? Non è morto, è andato in banca a contare i soldi al piano interrato: non mi ricordo bene, era promettente, come filosofo? Hai bisogno di lavorare? Hai bisogno veramente di lavorare? Se farsi mantenere diventasse il nuovo luddismo ammetteresti che ti fai mantenere? Rinunciare al dottorato senza borsa gli avrà fatto bene? Perché me lo chiedo? Come si comprava da mangiare durante il dottorato? Come avveniva precisamente lo scambio di denaro tra lui e chi gli comprava da mangiare? L’estetica borghese-bohémien può evolversi fino al punto in cui finalmente il mio amico ricercatore potrà dire con aria sensuale, a cena con una donna, «Il mio assegno di ricerca lo paga mio padre»?

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