Van Der Graaf Generator & Steven Wilson – Pistoia Blues 2013

Nella splendida cornice di una Piazza del Duomo non gremita in ogni settore e seggiolino come per gli idoli da teenager Ben Harper e Liam Gallagher, il Pistoia Blues si conferma in grado i confezionare serate di inaudito spessore per appassionati vecchi e nuovi, proponendo questa insolita ma riuscita accoppiata che tiene vivo il filo di oltre quarant’anni di evoluzioni progressive, dall’epopea 70’s di cui i Van Der Graaf Generator furono alfieri e tra i massimi interpreti, al periodo buio che ne è seguito, fino alla recente rinascita a cura di chi il prog non l’ha mai abbandonato, come Mr. Porcupine Tree, Steven Wilson, che ha stimolato negli ascoltatori una nuova ondata di interesse.

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Incomprensibilmente anticipato l’inzio del concerto di oltre un quarto d’ora, a piazza ancora non assiepata e con volumi piuttosto bassi nonostante la quadrifonia proposta, lo sguardo alla figura di Peter Hammill scoraggia anzichèno. Questioni di pochi attimi trascorsi a contemplare una figura epica e ora pallida e magrissima, vestito come un nonnino che va alle poste sotto casa a ritirare la pensione, ma che a dispetto dell’apparenza non ha perso una singola libbra di entusiasmo, intensità e appassionata tenerezza (oltre che dimestichezza con l’italiano). I Van Der Graaf Generator, che nonostante girino il mondo ancora in formazione originale, non si rifugiano solo nei grandi classici ma scelgono un repertorio coraggioso e che include molti brani di recente estrazione, sono semplicemente in una forma strepitosa e quando concedono alla platea accorsa i loro brani storici (“A Plague of Lighthouse Keepers”, per esempio) e pezzi del repertorio solista di Hammill offrono i loro momenti migliori. Ciò che è forse più mirabile è la straordinaria intesa dei tre musicisti, certamente solidissima dopo quarant’anni di sodalizio ma che forse il pubblico non sospettava così enegergica e fresca, a giudicare dallo strepitio improvviso scatenatosi dopo una delle loro famose suite (e momento più alto del loro concerto, “Flight”), che spinge un pagante a implorare “Non dovete morire! Dovete vivere!” tra le risate generali di consenso e auspicio.

Un’ora e venti di grande musica introduce, strano a dirsi e vedere sul cartellone, il concerto del più giovane Steven Wilson. Sullo sfondo compare il viso di luna straniante e romanticamente cupo dell’ultimo splendido “The Raven That Refused To Sing”. E il concerto parte in quinta, con la sfuriata di basso di “Luminol” e una band affiatata e grintosa condotto da uno Wilson che gioca scenicamente a fare il direttore d’orchestra, tra atmosfere autenticamente oniriche e immagini/video con la velleità d’una poeticizzazione verbosa e ridondante, retaggio del retroterra musicale di Wilson & Co. che risulta talvolta in un accompagnamento non all’altezza (e soprattutto, al tempo) delle canzoni proposte e di uno show molto vicino alla pretesa di “rock opera”. Non a caso i momenti migliori, che sono veramente eccezionali in un concerto che in ogni caso resta esperienza memorabile per la qualità delle musiche e l’intensità con cui vengono proposte, ripropongono le gemme di uno dei dischi migliori del 2013, con menzione d’onore alla titletrack, e sono accompagnati da video e immagini riusciti e perfettamente integrati con le musiche. Questo è il caso anche di “The Watchmaker”, con esecuzione da urlo del momento più autenticamente prog delle loro quasi due ore, e forse dell’intera serata.
Tre ore di emozioni, musica e celebrazione d’un prog che non muore, ed anzi resta e muta, regalando brividi e pelle d’oca, l’entusiasmo nelle orecchie e la sensazione che passaggi di testimone così riusciti siano cosa rara e preziosa. Più che Pistoia Blues, Pistoia Prog, per una sera e con buona pace del blues di cui siamo tutti figli.

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