Roberto Bolaño – Stella distante

C’era una volta un povero bambino cileno…Il bambino si chiamava Lorenzo, credo, non ne sono sicuro, e ho dimenticato il suo cognome, ma più di uno se ne ricorderà, e gli piaceva giocare e salire sugli alberi e sui pali e si prese una scarica così forte che perse entrambe le braccia. Gliele dovettero amputare quasi all’altezza delle spalle. Sicché Lorenzo crebbe in Cile senza braccia, il che rendeva di per sé la sua situazione piuttosto critica, ma in più crebbe nel Cile di Pinochet, il che trasformava qualsiasi situazione critica in disperata, ma questo non era tutto, perché ben presto scoprì di essere omosessuale, il che trasformava la situazione disperata in inconcepibile e inenarrabile.
Con tutti questi condizionamenti non fu strano che Lorenzo divenisse un artista. (Cos’altro avrebbe potuto essere?). Ma è difficile essere un artista nel Terzo Mondo se si è poveri, non si hanno le braccia e inoltre si è finocchi. Sicché Lorenzo si dedicò per qualche tempo a fare altre cose. Studiava e imparava. Cantava per le strade. E si innamorava, perché era un romantico impenitente. Le sue delusioni (per non parlare di umiliazioni, spregi, ingiurie) furono terribili e un giorno – giorno segnato da un pietra bianca – decise di suicidarsi. Una sera d’estate particolarmente triste, mentre il sole calava dietro l’Oceano Pacifico, Lorenzo si buttò in mare da uno scoglio usato esclusivamente dai suicidi (e che non manca mai in ogni tratto di litorale cileno che si rispetti). Colò a picco come un pietra, con gli occhi aperti, e vide l’acqua sempre più nera e le bolle che gli uscivano dalle labbra e poi, con un involontario movimento di gambe, risalì a galla. Le onde non gli permisero di vedere la spiaggia, solo gli scogli in lontananza gli alberi di alcune imbarcazioni da diporto o da pesca. Poi colò di nuovo a picco. Neppure questa volta chiuse gli occhi: mosse la testa con calma (la calma di chi è anestetizzato) e cercò con lo sguardo qualcosa, qualsiasi cosa, purché fosse bella, per trattenerla nell’istante finale. Ma il nero velava qualsiasi oggetto scendesse con lui verso le profondità e non vide nulla. La sua vita allora, così come ricorda la leggenda, sfilò davanti ai suoi occhi come un film. Alcuni pezzi erano in bianco e nero e altri a colori. L’amore della sua povera madre, le fatiche della sua povera madre che lo abbracciava di notte quando tutto nelle brogate povere del Cile sembra essere sospeso a un filo (in bianco e nero), i terremoti, le notti in cui orinava nel letto, gli ospedali, gli sguardi (a colori), gli amici che spartiscono il poco che posseggono, la musica che ci consola, la marijuana, la bellezza rivelata in posti inverosimili (in bianco e nero), l’amore perfetto e breve come un sonetto di Gongora, la certezza fatale (ma rabbiosa dentro la fatalità) che si vive solo una volta. Con un improvviso coraggio decise che non sarebbe morto. Dice di aver detto adesso o mai più e che tornò in superficie. L’ascesa gli sembrò interminabile; tenersi a galla quasi insopportabile, ma ci riuscì. Quella sera imparò a nuotare senza braccia, come un anguilla o un serpente. Uccidersi, disse, in questa circostanza sociopolitica, è assurdo e ridondante. Meglio trasformarsi in un poeta segreto.

acrobatic_old_airplane_airshow_with_white_smoke-normal

Questa voce è stata pubblicata in Carusoquote. Contrassegna il permalink.

Rispondi