Victor Musetti – 20 film del 2012 da recuperare

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Victor Musetti è un giovane regista e un amico della Versilia con cui condivido la barba, i capelli biondi e la passione per la musica e il cinema (Se il sottoscritto è però senz’altro più musicofilo, Victor è letteralmente un cinefilo). Lo conobbi diversi anni fa a un falò in riva al mare. Prima di perdere conoscenza infatti, mi apparse un Kurt Cobain in miniatura che invece che massacrarsi le dita con lo stronzophone di turno, se le massacrava con la chitarra suonando una Five Years di David Bowie con cui forse sperava di guadagnarsi una limonata dura on the beach a tarda notte, e che invece gli portò in dote la modesta e soprattutto molesta conoscenza del sottoscritto, oltre che una delle prime birre della sua vita (non per un mio alcolismo precoce, ma per i cinque anni di differenza). Oggi Victor scrive e bene di cinema su morbidascheggia, e ogni tanto viene a vedere un concerto con me. Per il resto non so che faccia, e quando incontro sua sorella e le chiedo di lui cambia argomento come un normodotato al primo appuntamento con una berlusconiana che le chiede se è comunista.
Io, che evito accuratamente di pubblicare classifiche che restano chiuse nelle quattro mura della mia mente (un monolocale nel ghetto), ma leggo sempre quelle degli altri, pubblico adesso quella di Victor, che è un vero maniaco e vi consiglia venti titoli più o meno noti da cui ha tratto sommo godimento estatico come già fatto per il 2011 (spulciate sul suo blog). Il link all’articolo originale è diviso in due parti, 20-10 e 10-1, perchè Victor è una vera volpe e con un poco di suspence ha mandato in visibilio i suoi agguerriti fans, ossia io e Alessandro M., anch’egli nietzschiano autore di morbidascheggia: http://morbidascheggia.com/2013/01/02/20-film-che-dovete-recuperare-di-questo-2012-prima-parte/

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20 film che dovete recuperare di questo 2012

In un’annata incredibile come questa per il cinema mondiale è facile perdersi nella miriade di titoli meritevoli che nella maggior parte dei casi faticano a trovare uno straccio di distribuzione fuori dal circuito festivaliero. In questo caso più che una vera classifica si tratta di una personalissima lista che cerca di affiancare opere dal riconosciuto successo ad altre semi sconosciute. Considerando la prevalenza di titoli ancora inediti nel nostro paese, si guardi a questo articolo più come a una lista della spesa, un promemoria che aiuti a non perdere di vista le opere a mio avviso più interessanti di quest’anno appena giunto al termine.

20. The Cutoff Man

Un film piccolo e invisibile. Passato timidamente dalla sezione Orizzonti a Venezia, The Cutoff Man ha l’incredibile pregio di racchiudere in 80 minuti una storia apparentemente semplice, ma che ha molto da dirci sulla condizione umana. Gaby lavora per il comune. Per lo spettatore è una persona totalmente annullata a favore della propria funzione sociale. Cutoff Man significa letteralmente colui che taglia l’acqua. 11 Shekel a taglio, a volte il prezzo di una vita, a volte quello di una famiglia intera. L’esordio dell’israeliano Idan Hubel è un’opera di rara sensibilità, ma probabilmente non lo vedrà nessuno. In attesa del prossimo lavoro speriamo almeno in una distribuzione europea.

19. Reality

La critica lo ha stroncato, a Cannes si è portato a casa il premio della giuria. Reality in realtà è un film sontuoso che non trova corrisposte le sue immense ambizioni registiche con una sceneggiatura altrettanto di livello. Rimangono comunque alcuni dei momenti più alti toccati dal cinema italiano negli ultimi anni, così come una incredibile prova d’attore e una colonna sonora del grande Alexander Desplat assolutamente memorabile. Da vedere.

18. The Imposter

Lui ha 23 anni e vive in Spagna. Dopo qualche telefonata riesce ad assumere l’identità di Nicolas Barklay, un giovane ragazzino scomparso in Texas tre anni prima. La famiglia lo riconosce (o finge di riconoscerlo?) e lo accetta nonostante sia visibilmente quanto di più lontano da un ragazzino di 16 anni vi possa essere. Più incredibile di ciò che il documentario in questione dice, tra l’altro con una tecnica incredibile ed una capacità di generare tensione notevole, è quello che rimane sotto mentite spoglie. Il dubbio, il sospetto. Cosa è successo veramente? Fantastico.

17. Frankenweenie

Stanchi di vedere Tim Burton riciclare e imitare continuamente sé stesso film dopo film? Ma Frankenweenie è talmente bello da essere quasi inattaccabile. Sarà farina del sacco di Burton al 100%? Probabilmente no, ma se fosse questo sarebbe senza ombra di dubbio uno dei suoi lavori più convincenti di sempre.

16. This is not a film

Chi fa il regista di mestiere molto spesso lo fa perché non sarebbe in grado di fare altro. Di fronte al divieto di scrivere e girare film per 20 anni una vita come quella di Jafar Panahi perde improvvisamente di senso. Se non fosse che per chi il cinema lo considera un motivo di vita prendere una telecamera in mano e fare delle riprese è come respirare. E proprio questo è This is not a film. Un grido di libertà, prima che di ribellione. Una boccata d’ossigeno in attesa del verdetto. Un non-film che ci fa amare il cinema purché venga dal cuore. E Jafar Panahi mette in scena la propria vita perché non ha altro da offrire, ma il risultato va ben oltre le aspettative.

15. Sister – L’enfant d’en haut

Uno scenario inedito. La Svizzera delle stazioni sciistiche. Un posto da cartolina che vede soccombere sotto il peso del proprio prestigio le vite dei propri abitanti. Da una parte i villeggianti belli e ricchi, dall’altra le ombre di chi permette loro di vivere adeguatamente. Un fratello e una sorella cercano di sopravvivere come possono. Ursula Meier dirige con intelligenza i due protagonisti senza mai oltrepassare il limite imposto dalla realtà. Non servono spettacolarizzazioni nel caso in cui la vita si dimostri già di per sé carica di sofferenza. A ciascuno la facoltà di scegliere se rimanere indifferenti o meno di fronte ad un’opera emozionante ma soprattutto sincera come poche.

14. Bullhead

Tecnicamente si tratta di un film del 2011 anche se ha avuto una distribuzione decente soltanto nell’ultimo anno. Già candidato all’Oscar come miglior film straniero il belga Bullhead è pesantissimo e quasi insostenibile per la sua totale mancanza di cuore. Il regista Michael R. Roskam, qui incredibilmente al suo esordio dietro la macchina da presa, regala comunque alcune delle sequenze più memorabili viste negli ultimi tempi. Si ricorda soprattutto una incredibile scena in discoteca ed un finale in ascensore che vi farà considerare Drive un film per ragazzini. C’è chi parla di capolavoro, ma più che altro si tratta del modo migliore per conoscere l’incredibile Matthias Schoenaerts nella sua interpretazione più fisica, viscerale e straziante, prima della fama internazionale regalatagli da Audiard con Rust and Bone (Un sapore di ruggine ed ossa).

13. Take Shelter

Altro riciclaggio del 2011, Take Shelter è la consacrazione definitiva dell’immenso Michael Shannon, qui alla sua prova più difficile e allo stesso tempo più riuscita. L’idea di un uragano in arrivo comincia a tormentare la mente di un operaio del Mid-West. Un uomo qualunque vittima di sé stesso, della propria carne, del proprio cervello. Non c’è niente apparentemente che possa fare, se non costruirsi un rifugio anti-uragano in giardino. La sua pazzia è anche la nostra, poiché niente di ciò che lui vive ci è tenuto nascosto. Un film che non gioca in modo facile sui sentimenti, ma piuttosto sul nostro modo di rapportarci con il diverso, con l’anomalia, in questo caso la pazzia. Jeff Nichols si conferma come un regista di maniera ma con le palle quadrate.

12. Moonrise Kingdom

Forse il film di Anderson più amato da critica e pubblico che si ricordi. Si rimpiangono un po’ i dialoghi di film come I Tenenbaum o di Le avventure acquatiche e, in un certo senso, si rimpiange un cinema più reale e meno “cartoonesco” e disegnato. La cura stilistica di Anderson in Moonrise Kingdom è tale da intervenire costantemente sui paesaggi facendo spesso pensare che il film sarebbe stato quasi migliore e più credibile in stop motion. Vale la pena segnalare un Edward Norton in stato di grazia e un favoloso Bruce Willis. Rushmore rimane inarrivabile.

11. Pietà

Il vincitore di Venezia 69 è il film che non ti aspetti da Kim Ki Duk, o almeno non più. Dopo alcuni passi falsi considerevoli e due pseudo documentari difficili da interpretare appieno ecco che il Coreano più amato d’ Europa decide di tirar fuori un film modernissimo, violentissimo e concettualmente straziante. Meritano una menzione a parte la straordinaria fotografia e i due interpreti principali. Kim Ki Duk sembra tornato ai fasti di Bad Guy e non possiamo che esserne felici.

10. The Hunt – Il Sospetto

Film come The Hunt ci fanno rimpiangere di non essere nati in un posto come la Danimarca. Proviamo per un attimo a immaginare un soggetto del genere messo in mano ad un qualsiasi regista italiano. Un maestro d’asilo viene accusato ingiustamente di aver molestato sessualmente una bambina della sua classe, nonché figlia del suo migliore amico. Anche nelle mani più capaci non si sarebbe stati in grado di evitare cliché come gli interrogatori della polizia o l’insidiarsi del sospetto che il protagonista in realtà non sia alla fin fine uno stinco di santo. Quello che ha fatto Thomas Vinterberg non solo è un film concettualmente avanti anni luce rispetto a qualsiasi produzione europea o americana che abbia affrontato l’argomento, ma è anche e soprattutto un’opera incredibilmente necessaria in tempi come questi. Mads Mikkelsen si conferma come uno dei più grandi attori viventi.

9. Cosmopolis

Il film più intellettuale, verboso e contorto dell’anno è anche uno dei più belli. La sceneggiatura è una trasposizione fedele e intelligentissima del libro di De Lillo, attenta e precisa nel mantenere intatti i passaggi fondamentali dell’opera d’origine, talvolta modificando le ambientazioni in funzione di un maggiore impatto visivo e cinematografico, talvolta omettendo situazioni che sullo schermo risulterebbero decisamente ridicole. Cronenberg ormai gira (in digitale) con una precisione chirurgica che non ha precedenti nemmeno nelle sue opere più conosciute e migliori. La scelta di Robert Pattinson risulta vincente fin dall’inizio, anche se la vera punta di diamante del film è l’esigua ma fondamentale apparizione del sempre grandissimo Paul Giamatti. Non si tratta di un film per tutti, sia chiaro. Con piacere infatti possiamo immaginarci le decine di fan accorse al cinema per Pattinson e uscite chi in lacrime, chi telefonando alla madre chiedendo di essere riportate a casa. Al di là di tutto Cosmopolis è un film grandissimo, tutto il resto è noia.

8. Everybody in our family

Il vero outsider di questa “classifica” è un film bellissimo e inspiegabilmente ignorato da tutti, a parte poche eccezioni (al Sarajevo Film Festival ha vinto il massimo riconoscimento). Lui è un padre divorziato e solo. Tutto quello che ha è una bambina meravigliosa. Lei però vive insieme alla madre e il suo nuovo fidanzato. Una situazione apparentemente ordinaria e tranquilla si trasforma nel giro di pochi minuti in un totale disastro. La tensione è altissima e la violenza sembra sempre dietro l’angolo pur non esplodendo mai del tutto. La camera a mano rende servizio ad una sceneggiatura incredibilmente dinamica. Il lavoro di direzione degli attori poi è sorprendente per come riesce a rendere credibile e realistica una situazione per certi versi impensabile. Il primo incontro tra il padre e la bambina basterebbero per fare di questo film un degno successore del pluripremiato Una separazione, pur non avendo più di tanto in comune con i toni da thriller del capolavoro iraniano. Insomma, Everybody in our family è un film apparentemente piccolo, ma che possiede tutti gli elementi tipici del miglior cinema europeo.

7. Amour

Haneke, il mostro austriaco che ha rovinato la vita a migliaia e migliaia di persone con alcuni dei film più disturbanti che la storia ricordi, alle prese con il più grande tabù del mondo occidentale, la vecchiaia. Ci si aspetta il peggio, si ha paura per sé stessi e per chi ci sta intorno, e a ragione. In realtà alla fine il film è il solito capolavoro. Nel parlarci del decadimento della carne, della graduale perdita del controllo sul proprio corpo, della perdita di coscienza e della propria dignità, Haneke si appoggia all’85enne Emmanuelle Riva, incredibilmente concessasi in questo film nella totalità della sua persona, quasi in un’eroica via crucis che ha un unico ed imprescindibile fine: l’arte. L’altrettanto incredibile Jean Louis Trintignant rappresenta la sua spalla, nonché il motore vero e proprio della storia. E’ lui infatti a dover sopportare il peso degli accadimenti, dovendosi affidare unicamente alle proprie forze, alla propria costanza, al rigore di fronte all’inutile. La donna che ha amato sta svanendo all’interno di un corpo che non risponde più come prima, non è più lo stesso. E l’amore del titolo è manifestato in modo forse opinabile ma a conti fatti incontestabile. Si tratta di un’opera coraggiosa e sinceramente necessaria, ancor più se diretta e sceneggiata da uno dei più grandi registi viventi.

6. Springbreakers

Cosa succede se uno dei registi più anticonvenzionali e anarchici viventi (Harmony Korine) decide di riunire le reginette dei teenager americani per girare un film di sesso, droga, alcol e sparatorie? Sì avete capito bene. Vanessa Hudgens e Selena Gomez in mezzo a chili di cocaina senza fare a meno di baci lesbo e rapporti a tre. Le musiche di Skrillex aprono il sipario. Una gigantesca allucinazione? Molto meglio. Il film infatti è la cosa più potente, folle e smisurata che abbiate mai sognato di vedere. Sotto la patina di una fotografia da urlo ed una regia che va oltre ogni aspettativa si nasconde un messaggio durissimo e lucidissimo sulla cultura popolare e lo star system americano. James Franco è indimenticabile come gangster dai denti d’acciaio e la sua scena madre sotto le note di “Everytime” di Britney Spears vale da sola la visione. Vedere per credere,

5. Un sapore di ruggine ed ossa

Un anno di storie terribili questo. Da Jacques Audiard certo non ci si aspettava una commedia agrodolce, ma resta il fatto che in quanto a particolarità e assurdità del soggetto Un sapore di ruggine ed ossa corresse fin dall’inizio sul filo dell’inverosimile. Cosa ancora più incredibile è il fatto che il film funzioni alla grande, merito soprattutto di una regia e di una fotografia assolutamente pazzesche. Senza voler rivelare niente, è la storia dell’incrocio tra due anime perse nel tragico ed inaccettabile corso della vita. Lei addestratrice di orche, lui sbandato, ex pugile e con un figlio a carico. I numerosi e terribili eventi che Audiard fa susseguire sullo schermo con costanza e senza pietà per lo spettatore fanno spesso pensare che il film sia in realtà un grande pacchetto confezionato ad arte per rendere la visione emotivamente insostenibile. Quello che in realtà e al di là di tutto rimane (il film è davvero un pacchetto, ma ce ne frega qualcosa?) è un lavoro incredibile a partire dalla presenza dell’immenso Matthias Schonaerts, ormai indiscutibilmente in grado di reggere fisicamente un film solo sulle proprie spalle, senza dimenticare Marion Cotillard qui forse alle prese con il ruolo più difficile e allo stesso tempo più riuscito della sua carriera. Insomma, ancora una volta Audiard ha dimostrato di essere un regista coraggioso, disposto a prendersi dei rischi enormi ma, soprattutto, di essere talmente bravo da non sbagliare mai.

4. Alps

Uno dei grandi ignorati di questo 2012. Snobbato dai più a Venezia nel 2011, il successore di Dogtooth è un film altrettanto bello, crudele, ermetico e complesso. Come al solito al centro dell’attenzione sono le pulsioni umane. Quelle più nascoste e primitive. Lanthimos, esattamente come nel film precedente, non fa niente per venire incontro allo spettatore. E la storia che viene fuori lentamente da questa sceneggiatura cinica e durissima è quanto di più irracontabile si sia visto al cinema da che la memoria ricordi. Come al solito a farla da padrone sono le interpretazioni delle due incredibili protagoniste Ariane Labed e Aggeliki Papoulia (viste oltre che nel già citato Dogtooth anche nel bellissimo e snobbatissimo Attenberg). La Grecia si conferma come uno dei posti attualmente più interessanti per il nuovo cinema europeo.

3. Beasts of the Southern Wild

Il rischio di trovarsi di fronte ad un nuovo Slumdog Millionaire era forte. Per fortuna però l’esordiente Benh Zeitlin non vuole dirci che la povertà è bella da vedere. Beasts of the Southern Wild è un trattato sulla vita, quella vera. Un mondo a parte, scollegato dalle telecomunicazioni, dall’educazione e da qualsiasi forma di società. Hushpuppy è una bambina che lotta ogni giorno per sopravvivere. E il mondo fuori gli sembra povero nella sua autoproclamata supremazia. La vita è irrilevante ma puo’ essere meravigliosa. Per questo un luogo immaginario come “The Bathtub” è lo specchio esatto di uno dei più grandi tabù della civiltà occidentale. Ovvero l’idea che una vita trascorsa fuori dai riflettori abbia lo stesso (se non maggiore) valore di tutte le altre. E gli si perdoneranno i toni da favola e alcuni elementi che fanno sospettare il ricatto (la bambina che parla con la madre morta?). Il film in realtà è sano e meraviglioso. Piace a tutti e per una volta tanto il successo è meritato.

2. Holy Motors

479308_10150914480349368_1124441991_oSu questo film è stato già detto tutto e il contrario di tutto. E’ innegabile ad ogni modo che si tratti di un’opera di rottura. C’è stato un prima e ci sarà un dopo Holy Motors, per tutti. Dopo lo shock iniziale di un’opera totalmente anarchica e apparentemente priva di regole infatti viene fuori una struttura tutt’altro che casuale. Leos Carax infatti pur avendo confezionato un film incredibilmente immediato per la sua continua ed instancabile voglia di sorprendere, è riuscito nell’impresa di racchiudere in una sceneggiatura studiatissima un vero e proprio circo audiovisivo in cui elementi e situazioni radicalmente diverse tra loro coesistono in un universo che funziona perché emoziona. Denis Lavant è il motore vero e proprio di tutta la baracca. Senza di lui il film non avrebbe forse motivo di esistere. Il cinema è migliore e più bello della vita, proprio per questo ha senso vivere alla stregua di un film. “Pour la beauté du geste“.

1. The Master

Il vero, unico e insormontabile capolavoro di questo 2012. La consacrazione definitiva del genio registico di Paul Thomas Anderson. Un lavoro di direzione degli attori senza precedenti ed una struttura narrativa incredibile. Vi hanno detto che è un’opera confusa e che non sa dove vuole andare a parare? Lasciate perdere le analisi fredde e insensibili. The Master è un film che ti mangia il cuore e te lo risputa in faccia. Chissene frega di Scientology e chissenefrega dei riferimenti a Ron Hubbard. The Master parla prima di tutto della natura umana. Due uomini profondamente diversi ma profondamente attratti l’uno dall’altro. Un legame di compensazione reciproca. Da una parte il dolore, il rancore, il senso di sconfitta e la totale mancanza di speranze, dall’altra l’eccesso di zelo, il successo, il perbenismo e il bisogno di esplodere, magari rivalutando considerevolmente la funzione sociale della violenza. Anderson scava a fondo, forse troppo, nei posti più reconditi dell’animo umano. L’esperimento puo’ spaventare perché pericoloso, ma è il compito dell’arte. In 70mm è un’esperienza forse eccessivamente forte perché fin troppo tangibile e intima con i suoi spettatori, ma a costo di rinunciare ad una porzione delle proprie viscere il gioco vale decisamente la candela. Si raccomanda vivamente la visione in lingua originale.

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