The Master

TheMaster-withBilling-R4-jpg_202827-1Ho aspettato questo film per mesi.
Confesso che in due ore passate ho più volte temuto una fantozziana “cacata pazzesca” ed udito commenti in sala non propriamente favorevoli alla pellicola in visione, per apprezzare poi un film che scorre irrisolto e aperto su un baratro (quello contemporaneo) come un quadro di Hopper. Quadri di solitudini in sordina, come quelli che il regista Paul Thomas Anderson sa dipingere con grazia (Magnolia e Il Petroliere) e senza furbizie altrove consolidate, e dunque, col raro dono della testimonianza (più che della denuncia, che ogni spettatore attende da un momento all’altro, invano, e non per ignavia, per la tematica che fa da sfondo alla vicenda). E’ per questo che The Master è un film da pensare e ripensare una volta usciti dal cinema, oltre che da vedere (con qualche sbadiglio non necessario alla causa).

“If you figure out a way to live without serving a master, than you’ll be the first person in the world”

Freddie Quell è l’ennesimo sopravvissuto alla II guerra mondiale con una piena funzionalità motoria ma con notevoli scorie celate nel sistema nervoso, incentivate dallo smodato consumo di alcol e una pur tenera ossessione per il sesso. Dopo una prolungata introduzione sul protagonista, la vicenda entra nel vivo attraverso l’incontro casuale che egli ha con Lancaster Dodd, autoproclamatosi genio della scienza e guida spirituale di una setta (ispirata a Scientology) grazie all’acerbo o inerte sostegno dei suoi seguaci. Il sodalizio che si viene a creare è uno scambio di solitudini: da un lato quella di capobranco sordo e volgare di Dodd, dall’altro quella di un triste e errante lupo solitario ora ridotto a burattino da meccaniche accettate ma mai pienamente comprese di Freddie. E così si riversano anche le rispettive attenzioni psicologiche dei due, per quest’ultimo votate a un istinto di sopravvivenza minimo, un evitamento impulsivo di se stessi e un’istintualità incendiaria, e per il primo a presunte cause sociali e a una convinta ma superficiale adesione alla vita della propria mente, pesantemente influenzata da intime e comuni debolezze umane.

Attorno ad essi danza sordo e impotente un coro di maschere più o meno (in)consapevoli e nude, oltre che di scettici orgogliosi, meschini o ruffiani, ambientazioni da cartolina e un commento musicale prezioso e delicato. E’ così che Anderson innalza un gioco di ombre reciproche capace di sostenere il peso d’un castello d’illusioni. La sensazione di fragilità e potenziale assalto antagonista da parte del Freddie è costante ed è la principale fonte di energia di una sceneggiatura che più che non convincere del tutto, assopisce parzialmente e vela il film d’una nebbia costante. Sorprendentemente anonimo è poi un finale destinato a imprimersi negli annali del cinema, a la La montagna sacra di Alejandro Jodorowski, per l’impietosa sensazione d’assenza che arriva come un colpo di vuoto per quello spettatore che si aspettava un lietofineo o una morale apparecchiata, e senz’altro un mirabile esempio di sottrazione cinematografica dei temi precedentemente passati in rassegna, decisamente strabordanti per l’effettiva attenzione non meramente decorativa prestata.

Era difficile testimoniare una solitudine così profonda senza mai essere sentimentali o spettacolari, ancor più difficile voler far scorrere un film come una nube plumbea attraversata da deboli bagliori, senza farsi prendere dalla tentazione di un sole emergente, finale e consolatorio. Opera anche di confezione, e che deve la propria residua e commovente espressività alle due prove attoriali, quella maestosamente becera ma complessivamente bonaria di Philip Seymour Hoffman e quella delicatamente nervosa e d’abbagliante impeto di Joaquin Phoenix, e che insieme costituiscono ben più della spina dorsale del film.
The Master è dunque attraversato dal niente che ci accade. Andatelo a vedere, se per una volta siete disposti a uscire dalla sala più vuoti di prima, ma con un ritratto di umanità di viscerale e opposta bellezza, che non concede risposta, ma che s’impone come la domanda più personale, insistente e sorda che possa esserci rivolta.

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