Girolamo De Simone – Silenzi

 Girolamo De SimoneEsiste una via del pensiero silenzioso. Essa ha qualcosa a che vedere con una dimensione segreta, di quiete, distacco, umiltà, sollecitudine, perché dimensione della mente densa d’amore e di sguardo che scorge l’altro. Il silenzio delle labbra è invece solo una delle porte per accedere al pensiero silenzioso. Il silenzio degli altri, quello sperimentato da John Cage e da Proust, è solo una delle utopie che ci riconduce alla preminenza del corporeo, cosa di cui faremmo volentieri a meno. Oggi il nostro silenzio è quasi impossibile, e il silenzio del mondo ha un che di inesorabile, talvolta minaccioso, perché quando il corpo appare, il suo umore-rumore è quasi insostenibile.

Forse il silenzio peggiore è quello inevaso dell’amore. L’amore puro dei genitori, quello dei compagni di cui ci si fidava, delle persone (personne) che ci dovrebbero affiancare per una
promessa di eternità troppo spesso tradita. Mani di bambini che tendono verso l’alto e non trovano abbracci, ma silenzi. E allora ripongono le mani in braccia conserte, rivolte verso di sé, verso giochi ‘visti di spalle’ dagli adulti, giochi dai quali veniamo esclusi, e nei quali ospite privilegiato è invece la solitudine. Una tenerezza infinita dovrebbe renderci capaci di parlare a questi silenzi infantili, riempirli di rumore gioioso, un sottofondo immaginativo che eviterà loro, in futuro, di colmare quel vuoto col sottofondo artificiale di uno schermo televisivo acceso per tutta la notte; col chiacchiericcio artificiale della radio sempre accesa mentre guidiamo; con le parole vuote di senso, prive purtroppo ormai del loro retaggio sacro, che incasellano le cerimonie del nostro incedere (chiesa o stato) lungo la vita professionale o privata. Dovremmo tornare alle parole originarie, quei ”cagnolini” menzionati in greco che secondo Wilde avrebbero acceso di verità storica la formula ormai vuota del vangelo. Per accedere alle briciole cadute sotto al tavolo di una mensa densa di senso.

Un bambino che gioca da solo nella sua stanza. Seduto a terra col capo chino sui suoi personaggi, custoditi al centro di un cerchio (gambe e ginocchie leggermente piegate). Le spalle verso la porta, orecchie sorde al richiamo della madre, del padre, del fratello. La solitudine dell’arte nasce forse così, ed è forse paradossale che da questo silenzio nasca l’armonia della reazione. Come se immagini si sostituissero a mancate rappresentazioni, come se una affezione sostituisse l’altra, in un gioco di rinvii non sempre virtuoso, non sempre d’esito certo o favorevole al musicista, interprete, lettore, insomma all’attore che oggi è il frutto delle vicissitudini combinatorie e ibridate dell’arte.

Lo sguardo verso l’orizzonte non torna su sé stessi, non si posa sull’altro per tornare al nostro egoismo inverato dal riconoscimento dei nostri caratteri, tratti, pratiche (di classe, sesso, razza, comunità), più o meno intravisti nelle azioni o sui volti degli altri. Guardiamo al prossimo con autenticità solo se non vogliamo scorgere noi stessi, solo se il riconoscimento che intendiamo effettuare non è autoreferenziale, solo se l’altro non è uno specchio del sé.

Quando il discorso si fa desueto il silenzio diventa essenziale. Esso è insostituibile. Così si va talvolta per sottrazioni, e gli insiemi complessi che ne derivano, ancorché giocare su molteplici linee polifoniche, multitraccia del sentire, si consentono pause nel discorso. La sottrazione diventa Dissonanza d’assenza («Scarlact»).

Non silenzio, dunque, ma «silenzi»; mescolanze tra quantità estensive e intensive. Un percorso ‘da/a’ che presuppone almeno ‘una’ qualità: la continuità data dal semplice incremento uniforme delle quantità. È una traccia kantiana, e tuttavia essa è densa di occasioni e ricadute. Parafrasando possiamo dedurre qualità. Dal reciproco rinvio (eteroriferimento) di quantità estensive a quantità intensive germogliano memoria, altro, comunità…

«Egli vide che l’amore era quel segreto che il mondo ha perduto e di cui i sapienti erano alla ricerca»: Wilde sta scrivendo di Gesù, il Quale comprese che il nesso fondamentale che muove il nostro agitarci è lo sguardo posato sugli altri, e non lo sguardo boomerang, quello che interpreta il prossimo come specchio che riflette solo il nostro ego. Ho sempre immaginato l’Amore, e, a scalare, ‘gli’ amori, le amicizie, le conoscenze, i semplici incontri, come forme-ramo di un medesimo albero. Ho sempre pensato che l’Amore non è un ‘clic’ che si accende o si spegne; che anche uando ci si perde, l’amore è sempre lì, in forma diversa; che anche quando ci si smarrisce, non ci si incontra più, o ci si arrabbia per amicizie che non vanno come ci saremmo aspettati, ebbene quello che è in gioco è sempre l’Amore, in una gradualità differente, con colori sfumati. Mai solo bianco o nero; talvolta grigi; tanti grigi (è il caso in cui non ci accorgiamo che sempre di amore si tratta). Non è una visione ‘romantica’; tutt’altro: è postmoderna, quasi alla Deleuze. Ma non è solo Deleuze, perché i suoi fili d’erba, molteplici ed esposti al vento ed alle prospettive, seguono invece – e più verosimilmente – una logica perfetta ma insondabile, non accessibile agli abituali strumenti di conoscenza.

A volte, solo alcune volte, la musica ci avvolge. Ci accarezza il cuore con un alone di comprensione. Come se avesse compreso già tutto, e ce lo confermasse proprio in quell’istante. È in fondo una musica… del silenzio. Essa ci racconta della sofferenza con voce malinconica. Ci guarda con tenerezza e sembra dirci: io ci sono. Condivido la tua storia.

* Articolo tratto da KonSequenz, 3° serie n. 4, rivista di studi sulla musica contemporanea e diretta dallo stesso Girolamo De Simonehttp://www.konsequenz.it

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