Israele e la guerra elettorale alla Palestina


“E allora perché Hamas dovrebbe diventare moderato, se la reazione israeliana è minacciare Gaza? E perché Abu Mazen dovrebbe dar prova di disponibilità se lo stato ebraico reagisce sempre con un rifiuto?
Oggi Israele non ha assolutamente alcun motivo di scatenare un altro attacco a Gaza. Nulla danneggia di più lo stato ebraico della mancanza di una soluzione al conflitto con i palestinesi. E allora, forse, sembrerà noioso tornare a chiedere: se la risposta è no e ancora no, a cosa gli israeliani diranno di sì? Se dicono no all’Anp e no ad Hamas, no al presidente palestinese Mahmoud Abbas e no a Khaled Meshal, no all’Europa e no anche agli Stati Uniti, a chi mai diranno di sì? Ma soprattutto, dove sta andando il paese?
La situazione effettivamente è chiara. Ed è molto preoccupante”

(Gideon Levy, Internazionale, 15/01/12)

Non bastavano i muri di “difesa” e l’apartheid. In pochi giorni di scontri accesi sono morti 50 palestinesi e 3 israeliani. E Israele prepara un attacco via terra a Gaza.
Persino un bambino, leggendo questi dati, capirebbe chi sta attaccando chi, per giunta dichiarando di esser stati costretti a reagire. È la solita storia: come quattro anni fa per “Piombo Fuso”, che finì con l’uccisione di 1400 palestinesi (in gran parte civili) e 3 israeliani, Israele inaugura una nuova campagna militare che arriva appena dopo contingenze ben precise: le elezioni Usa, che hanno eletto un governo che ieri ha ribadito il “diritto di Israele a difendersi”, prima di quelle israeliane e prima che Abu Mazen chieda all’Onu di riconoscere la Palestina.
Elemento da approfondire per capire il conflitto odierno è in particolare la data delle elezioni anticipate in Israele, gennaio, che è domani per i tempi di una campagna elettorale che si presenta difficilissima per la destra sionista, alle prese con crisi economica, primavera araba e proteste popolari. Il programma sulla questione palestinese del governo uscente è in estrema sintesi: neutralizzare preventivamente chi si oppone ad Israele, perchè nessuno difenderà gli ebrei se non gli ebrei stessi, che devono arginare l’antisemitismo prima che raggiunga il genocidio. Per ottenere questo tipo di consenso creano la macchia, senza cui nessuno sentirebbe il bisogno dello smacchiatore che essi rappresentano, ed è così che vincono le elezioni e che poi mettono in atto tutte quelle operazioni da cui si dichiarano minacciati, diventando così a loro volta la macchia per la controparte che, a differenza dell’altra, è però realmente minacciata. Inizia così una guerra lampo tollerata dalla comunità internazionale, in cui la verità non riscuote l’interesse dei media tradizionali , e che è vinta militarmente da Israele. Il risultato è l’esacerbazione del conflitto, reso più violento di volta in volta, e l’aggravarsi dell’apartheid, oltre alla lista di morti innocenti e feriti nel corpo e nella mente da un nuovo futile massacro.
Un’altra chiave di lettura da approfondire è quella storica, che ha a che fare con le cause originarie del conflitto e che si cela nella quotidianeità e nei gesti comuni, per confluire poi nel sostegno alle decisioni politiche nazionali più discutibili e estendersi sino le numerose guerre occorse nei territori occupati. Ogni israeliano e palestinese infatti vi racconterà la storia della guerra tra Israele e Palestina attraverso la storia delle due città simbolo, Gerusalemme e Hebron. Quest’ultima in particolare, da almeno un secolo epicentro delle tensioni del territorio, è oggi la città dove lo scontro quotidiano è più aspro e crudo, perchè lontano dai turisti della Città Santa. Se non potete andarci di persona (ed è un peccato, anche perchè è di una bellezza tremenda), questo documentario (con sottotitoli in italiano) è obbligatorio, perchè conferisce piena vastità alla dimensione del dramma che lì si consuma ogni giorno, porta a porta, e che anche il sottoscritto ha provato a testimoniare attraverso un diario di bordo, proprio ad Hebron e dintorni.
Oggi, oltre a queste cause, la cronaca estera ci racconta di uno stato criminale che compie massacri dal suo atto fondativo, che dopo più di mille attacchi aerei alla Striscia di Gaza dichiara di sentirsi minacciato e prepara 75mila riservisti dell’esercito per dare il via al massacro finale via terra e spazzare via quel che resta della Palestina e dei suoi legittimi abitanti. Nell’attesa, è appena giunta notizia del bombardamento di un campo profughi e in pochi giorni sono rimasti uccisi cinque bambini. Questo si chiama genocidio, e questo stato si chiama Israele, che dovrebbe conoscere cos’è la barbaria e la ferocia dell’uomo meglio di qualsiasi altro popolo al mondo, eppure non riesce a contenere una classe politica che invece che “destra sionista” dovrebbe esser chiamata “destra nazista”, perchè offende il sionismo legittimo e rispecchia l’essenza del nazismo: distruggere il diverso.

*Stay Human*

La prima parte del documentario presente in versione integrale su YouTube: This is my land…Hebron

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