Miro Sassolini – Da Ieri a Domani (Reportage Intervista)

Tre album coi Diaframma per entrare nella storia della new wave italiana. Poi altrettanti passi indietro per “destrutturarsi e reinventarsi” con coraggio. Ernesto De Pascale lo definì  “semplicemente un creativo”. Oggi Miro Sassolini è un artista completo e un uomo che sa raccontarsi con semplicità e sincerità. Fondatore con Monica Matticoli e Cristiano Santini del Progetto S.M.S., è autore di un’opera di frontiera come Da qui a domani, 2012, che suggella trent’anni di ricerca, di incontri e di sperimentazioni.
È un pomeriggio di primavera inoltrata e siamo nella piazza centrale di Figline Valdarno, ai tavolini di un bar annidato di giocatori, rigorosamente over settanta, di briscola e scala quaranta, che si lasciano andare a grandi risate che si disperdono poi nel gran sole che sorveglia la piazza. Nel tentativo di fare qualcosa di diverso rispetto all’ennesima intervista che muove dall’abusata parentesi coi Diaframma, Miro si racconta con garbo e piacere, elargendo aneddoti deliziosi e facendo passare oltre tre ore in un amen.
Ecco l’esito di questo pomeriggio, che asseconda e ripercorre il percorso che ha portato alla nascita dell’ultima opera di Sassolini e permette dunque di gettare uno sguardo diverso anche sulle parentesi che l’hanno preceduta, per “restare umani” nell’arte quanto nella vita.

Anni ’70 – Miro come allievo

Quasi quarant’anni dopo, per molti Miro è un maestro. Costretto, per accontentare i moltissimi fan, a tre profili su Facebook; oggi due di essi sono stati chiusi per motivi promozionali legati a qualcosa che “è molto di più di un disco, con tutti i rischi che comporta una prima”. Eppure non sembra assolutamente interessato alla cattedra sulla quale qualcuno lo vuole far sedere. Ecco dunque che m’interessa esplorare la dimensione sottaciuta del Miro allievo che già a 14 anni studia con Lorenzo Bonechi, tanto per fare un esempio.
Com’era dunque, negli anni ’70, il Miro “necessariamente” allievo?

“Faccio una piccola premessa: arrivato alla soglia dei cinquant’anni il fatto di essere chiamato maestro non mi disturba ma nemmeno mi esalta: sebbene molte persone si identifichino così tanto con quello che ho fatto da chiamarmi così, questo fatto non aggiunge né toglie niente a chi sono. Preferisco essere comunque e sempre un allievo, mi piace mettermi in discussione.”

L’uomo Miro mi sembra estremamente recettivo; c’è un detto buddista che sostiene che “il maestro arriva quando l’allievo è pronto”. Chi sono i maestri che sono arrivati quando tu eri pronto per questa funzione critica del pensiero che precede e si sviluppa di pari passo con l’apprendimento?

“I maestri più importanti sono stati i miei genitori, ho avuto la fortuna di avere un padre e una madre meravigliosi. Chiunque ti insegna qualcosa può essere tuo maestro, come lo è chiunque sia in grado di portarti in aree di ricerca personali.
Ricordo poi con grande affetto e riconoscenza la mia insegnante delle elementari, la maestra Nocentini, che non solo aveva una cultura clamorosa, di quelle che non esistono più, ma che sapeva già stare nella multimedialità dell’arte. E se tutti i miei compagni volevano fare l’astronauta, io volevo fare il pittore.
Poi è arrivato Lorenzo Bonechi, sicuramente il maestro che ho più cercato e che è scomparso davvero prematuramente. Quando l’ho conosciuto avevo circa tredici anni ma, nonostante la mia giovane età, mi vedeva come un essere creativo alla ricerca di uno spazio – per inciso: un creativo sta stretto in uno spazio solo, ne cerca altri, talvolta si perde e negli anni mi è più volte accaduto di farlo. Sebbene già all’epoca avessi un’ottima predisposizione per diverse discipline artistiche, io volevo fare l’artista figurativo: pertanto, Lorenzo mi prese in bottega e diventai allievo di un grandissimo uomo, un amico sincero. Lorenzo esponeva già in tutto il mondo e si esprimeva a livelli altissimi. Oggi, se fosse vivo, sarebbe ai vertici mondiali.
Per me era fondamentale affondare le mani nella materia ragion per cui Lorenzo era convinto che avessi una predisposizione per la tridimensionalità, per la scultura. Ho bisogno di creare cose tattili, di stratificare. Per questo le mie opere pittoriche, tranne casi rarissimi, non hanno vetro e spesso sono sprovviste di cornice: ho bisogno di toccarle in modo da attivare tutti i sensi; esse devono debordare, “uscire fuori”. Odio i confini e i limiti imposti, le costrizioni. La dimensione tattile, oltre che quella visiva, è fondamentale per me.
Sebbene abbia realizzato diverse sculture e oggetti pittorici, per me non è importante l’opera in sé ma la “definizione” come finalizzazione di un processo creativo. L’arte è concetto: nel momento in cui sai quello che vuoi fare il processo è già concluso. Poi inizia la messa in pratica, tutto diviene “pratica” dell’arte. Questo discorso vale anche per la musica.”

Poi arriva il canto…

“Il canto è un dono, è un “pacchettino” che è arrivato assieme a me e che mi porto dietro da piccolissimo. Avevo una voce formata già a 4/5 anni: pensa che a quell’età cantavo già, e con ottimi risultati!, tutte le hit di Modugno. Si sapeva di questo bambino destinato al consevatorio… poi ho fatto altre scelte.”

E prosegue la straordinaria costellazione di incontri del giovane Miro: Ungaretti scriveva che “la vita è l’arte dell’incontro”…

“Due in particolare sono stati, da ragazzino, gli incontri davvero importanti. Lucio Dalla e Demetrio Stratos. Con Demetrio ho avuto modo di seguire lezioni estremamente “naturali”: andavamo per campi, ci fermavamo nelle fattorie per assaggiare uva e vino, incontravamo un mondo legato ai suoni e ai rumori della campagna; lui giocava con me e m’insegnava a fare musica in assenza di musica. Demetrio poteva insegnarmi senza prescrivere perchè ero ricettivo, predisposto. Stratos aveva individuato sia il mio do di petto naturale che il mio “orecchio” estremamente recettivo ed era affascinato da un ragazzino che aveva queste doti. Avevo circa tredici anni quando lui mi diceva: “prova a fare una melodia in assenza di strumenti, ascolta i suoni della natura”. Mi chiedevo cosa potesse diventare strumento in quelle condizioni. Ogni corpo attraversato dal vento emette un suono, milioni di suoni. È possibile quindi fare musica in condizioni assolutamente naturali. Quelle con Demetrio erano lezioni che nel futuro ho trasformato in ricerca: ciò che mi ha insegnato ho cominciato a metterlo in pratica già negli anni ’90 col progetto Van Der Bosch.”

Anni ’80 – Miro e le risposte non necessarie

Il web è letteralmente intasato da webzine che, quando si occupano di te, sembrano voler cavalcare l’onda sempreverde della tua storia nei Diaframma e del tuo rapporto con Fiumani. Direi che è abbastanza, che hai già dato abbastanza risposte! Per questo mi limito a citarne una recentemente data da te a riguardo: “Non c’è frattura fra il Miro degli anni Ottanta e quello di oggi. C’è un’unica traiettoria, un’unica storia di vita. La frattura fra ieri e oggi c’è solo per chi osserva da fuori, per chi pretende di raccontare senza curarsi di ricostruire”. Senti che ad oggi questa frase possa spiegare in modo esauriente la miopia di chi insiste nel volerti inquadrare all’interno di una cornice bellissima, ma ingiallita, e per giunta separandoti da tutto ciò che hai fatto in seguito?

“È esattamente così. Non c’è frattura, è un percorso biostorico: se frattura c’è, essa sta fra me e me, dentro me, e non riguarda altri che me. Sono io che ho le chiavi della mia esistenza. Non c’è niente da revisionare, da ricostruire: c’è un percorso da seguire se si ha voglia di seguirlo. È l’insistere su quella cornice che, semmai, rischia di portare a una frattura: quella fra me e le persone che ribattono il chiodo laddove è già ben conficcato.”

Anni ’90 – Uno, nessuno, centomila Miro

Tu stesso hai detto che è in questi anni che “il culto di Miro si è sviluppato, gli anni che musicalmente e personalmente appartengono alla mia “sfera sperimentale”, non so, se avessi pensato che far proseliti fosse essenziale, avrei fatto altre scelte in passato”. Ed infatti tu hai scelto il silenzio vivo e la ricerca. Hugo Pratt, a cui hai dedicato anche la personale Caro Hugo ti vorrei dire…, fa dire a Corto Maltese che le persone “non hanno ancora capito che le migliori risposte si danno quando non ci sono domande”. Tu stesso poi canterai in Pack: “Allontanarsi, sentirsi vivo, sommario di un epilogo scontato”.
Quanto era scontato quest’epilogo?

“Era scontato lasciare i Diaframma e scontare questa decisione non è stato uno scherzo, mi sentivo sdoppiato: da una parte ho avuto una grande voglia di tornare indietro e ricominciare, dall’altra sentivo la leggerezza che alla fine ha vinto e mi sono ritrovato, all’inizio degli anni Novanta, finalmente liberato. Quando sali su un palco e ti fai delle domande e le risposte che ti dai non ti piacciono, comprendi che forse non solo il tuo percorso è arrivato ad una svolta ma che sta succedendo qualcosa di più grande intorno a te. In altre parole, non era finito solo il mio percorso coi Diaframma ma quello che si stava sgretolando era l’intero sistema: la new wave come l’avevamo vissuta noi non esisteva più. I primi germi di quello che viviamo adesso, i tentativi d’inserimento delle major all’interno dell’ambiente underground, sono cominciati in quel periodo. Non volevo farmi ingabbiare, sapevo a cosa sarei andato incontro firmando certi contratti in un momento della mia vita in cui invece era diventato urgente riunire tutte le mie parti sparse. Negli anni Ottanta avevo stratificato una serie di impalcature per sorreggere qualcosa in cui alla fine non mi riconoscevo più: immaginati un ego talmente spropositato cui, per non farlo crollare, devi creare intorno una struttura che non è tua, non ti appartiene. Da un certo punto in poi ho cominciato a sentire l’urgenza di distruggere quella dimensione. Quando lasciai i Diaframma lo feci perché mi ero reso conto che quel “personaggio” non coincideva più con me, e questo per ragioni sia mie personali che legate ai cambiamenti che il sistema musicale stava cominciando a subire. Così è iniziata una fase di destrutturazione del personaggio e di ricerca della mia essenza.”

Gli anni ’90 sono gli anni della semina in un silenzio “vivo”. Se non erro con questa metafora, di cosa si nutriva il Miro di quegli anni per crescere, oltre alla ricerca intrapresa? Si possono considerare le tue esperienze in teatro e nella redazione del Giornale dei Poeti, e la nuova parentesi musicale col progetto Van Der Bosch, come forme di abbeveramento di un instancabile creativo? Qual’è il filo comune di queste esperienze?

“La ricerca a tutto campo. Senz’altro. Il canto è la mia eccellenza ma gli interessi che ho mi hanno portato a cercare ovunque avessi possibilità di esprimermi. Le scenografie per il Teatro Pecci di Prato, il Giornale dei Poeti di Roma, le frequentazioni del Salone del Libro di Torino e, soprattutto, le tante persone conosciute, i tanti incontri fatti. Poi, il progetto Van Der Bosch, con la necessità di proporre e cercare un metodo per fare musica integrandola alla altre arti, partendo da un punto di vista diverso. Si può fare musica partendo dalla parola, da un’immagine, dal silenzio. Questo ormai l’ho appurato. All’epoca ci giravo intorno, mi ero inventato questo metodo complesso. Non so se i musicisti che lavoravano con me l’abbiano mai condiviso fino in fondo ma di una cosa sono certo: hanno lavorato con me con grande energia. In fondo, la restituzione finale era la musica e facevamo delle belle canzoni, anche se con un metodo non convenzionale”.

Anni ’00 – Il ritorno di Miro

Sono gli anni in cui i semi del decennio precedente affiorano. Miro Sassolini espone in Italia e all’estero ed è autore di iniziative che muovono dai linguaggi artistici più variegati. “Nomadismo”, dirai tu stesso. L’impressione è di assistere all’eruzione di un vulcano espressivo dopo un decennio di quiescenza della bocca di fuoco nella costante attività del serbatoio magmatico artistico. Quali sono state le sensazioni che hanno accompagnato il transito tra i due decenni, tra la “fase sperimentale” e quella “nomade”, tra la quiescenza e l’esplosione?

“Premetto: non c’è mai stata quiescenza nel periodo in questione. Ogni volta che inizio un nuovo progetto ho sempre paura: non tanto del processo creativo in sé ma del modo in cui quello che farò verrà recepito quando l’avrò restituito al mondo. Ho un bisogno psicofisico di restituire quello che faccio, non posso tenerlo, devo eliminarlo immediatamente. La fase di definizione di un’opera mi rallenta perché mentalmente sono già altrove. Gli anni Novanta sono stati un momento di grande magma: questo decennio non l’ho mai sigillato e quando è arrivato il momento ho fatto uscire la materia incandescente. Il risultato di quell’esplosione è l’uomo che sono adesso. Determinante è stata la grande voglia di rendere visibile il mio nomadismo: amavo molto l’idea di fare il “globetrotter” dell’arte. Un artista deve saper muovere quello che produce, e dovrebbe farlo personalmente mentre è pratica comune depositare le proprie opere e scomparire. La miglior testimonianza di noi stessi non sono le nostre creazioni ma il modo in cui esse narrano la nostra presenza, come esseri umani e come artisti.”

Riprendendo la tua metofora dello zaino, ed immaginando che dentro questo zaino ci siano dei Sassolini, appunto, Sassolini sul fondo del fiume (e poi Live al Big Club sino all’EP Le cose cambiano coi (P)neumatica, ndr), si può dire che questi sassolini nel fiume e a riva conservino ancora il tuo passaggio? Tanti ti chiedono del senso della tua esperienza coi Diaframma, pochi di questi progetti postumi e delle nuove esperienze di questo decennio. Puoi raccontarcelo?

“Ultimamente devo dire che sta emergendo un forte interessamento per il dopo Diaframma. In tanti mi chiedono infatti perché non ho mai pubblicato i brani del progetto Van Der Bosch: sarebbe troppo lungo spiegarne i motivi e poi forse non li pubblicherò mai…
Per tornare alla tua domanda direi semplicemente che alla fine sono riuscito a fare quello che volevo e che credo di aver lasciato qualcosa: non importa se questo “qualcosa” stia in fondo al fiume o se emerga, l’importante è averlo fatto con convinzione e passione.”

Anni ’10 – Rumore di Miro

E poi, compare Monica Matticoli e la sua poesia (“Monica doveva comparire. Sono dell’idea che nella vita niente nasca per caso, non c’è casualità”). È la volta di Rumore bianco, ed un percorso di composizione innovativo qui, ed “opposto” poi, come in Da qui a domani, con la nascita del progetto S.M.S., Sassolini-Matticoli-Santini (Cristiano, ex Disciplinatha), e con la collaborazione  del musicista Federico Bologna, del videomaker Daniele Vergni e del fotografo Angelo Gambetta. È il gran ritorno di Miro sulla scena musicale, ma non solo. È forse il compimento di una ricerca che più di ogni altra ha teso verso uno sforzo di sintesi e complementarietà di diversi linguaggi artistici.
Nella bella intervista rilasciata a Stefano Solventi, si legge che Monica Matticoli ha descritto questa esperienza come “successive stratificazioni-dialoghi con un oggetto da trasformare. È il risultato di una dinamica di traduzione intesa come l’atto di lettura più intimo: un atto che consegna immagini e sensi all’altro/all’altra perché a loro volta leggano e, nuovamente, restituiscano”.
Quanto è stato facile coinvolgerti in questo nuovo percorso?

“Ho conosciuto Monica tre anni fa ed è scattato un incredibile meccanismo di interazione. Mi ha cercato lei e dopo esserci scritti per molto tempo ci siamo incontrati. Immediata è emersa la necessità di collaborare: un processo naturale di interazione per meglio capire cosa una poeta o, come si definisce lei, una “esploratrice del linguaggio in versi”, e un melodista, possono fare insieme. All’inizio abbiamo cercato di capire in quali zone potevamo collocarci, interagire.
A un certo punto Monica mi ha semplicemente proposto di tornare alla mia eccellenza: l’utilizzo della voce come strumento musicale. Non è stato facile convincermi a tornare a cantare perché io non ne volevo sapere. Poi però ho compreso che se sul canto posso dire la mia e senza eguali, altrove non posso esserne certo. Così ho accettato.
In passato altri mi avevano fatto delle proposte, anche molto interessanti, collaborazioni importanti ma soprattutto processi già avviati, che funzionano già. Io invece ho bisogno di entrare all’inizio del processo creativo. Questa era l’occasione giusta: Monica mi ha proposto un progetto nuovo, da avviare insieme. Era Da qui a domani e non ho potuto rifiutare, ho capitolato, era troppo bello. Un regalo meraviglioso. Ci tengo a precisare che ad oggi non m’interessa fare alcun tipo di progetto se non con Monica Matticoli. Sinceramente non mi viene in mente nessuno con cui possa interagire come con lei. Non m’interessa prendere il metodo e delegarlo ad altri perchè, se sono qui a parlarne con te con entusiasmo e tranquillità, io questo lo devo a lei.”

Da qui a domani, prima tappa di una collaborazione Sassolini-Matticoli-Santini (S.M.S). Hai detto “Il canto è per me uno spazio interiore con una storia d’amore dentro”. La trovo una frase bellissima.

“Quella frase è l’essenza di quello che dovrebbe essere il canto e del mio approccio; vedo che queste parole lasciamo il segno, fanno riflettere e mi fa molto piacere.”

Hai detto che “Monica inventò per me questo bellissimo progetto. Questo suo dono mi restituì definitivamente a me stesso e al canto. Nel frattempo, mi sono innamorato nuovamente, perdutamente, di quello spazio, di quell’amore”.
Verso
Da qui a domani provo sensazioni prettamente emotive. Concettualmente se ne è parlato tanto, il Battiato di Sulle corde di Aires e così via col gioco delle reminescenze. Per me è un’opera di “frontiera” concettuale.
Come nasce e si sviluppa questa nuova idea di Monica e come si fonde con la tua idea di canto?

“C’è sempre bisogno da parte dei recensori e dei critici di accostare un’opera innovativa a qualcosa di già presente e di coniare un nuovo genere, e questo lo trovo molto bello; abbiamo apprezzato tantissimo definizioni tipo “cantautorato avant” o “pop di alto profilo”. Ci appartengono. Per tornare alla tua domanda: io e Monica condividiamo la stessa visione dei processi creativi e artistici: contaminazione, sperimentazione e dialogo. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone coinvolgenti che si sono unite a noi nella realizzazione di un progetto stimolante e nuovo.”

E tu hai tolto anche riferimenti ulteriori, perchè state facendo qualcosa di molto strano anche a livello di marketing a livello di epifenomeni di scelte concettuali: stai pubblicando settimanalmente estratti di Da qui a domani. Che io ricordi, non ho memoria di un’opera presentata per tappe, per giunta dotata di svariati strati di contaminazioni e linguaggi. Qual’è il senso di questo lento disvelamento, di questa valenza temporale, nella storia di Leonard?

“Sono i tempi adeguati per quella tipologia di narrazione e di multimedialità. Stiamo cercando di completare questo processo anche nei confronti dell’opera “finita”. E non c’è niente di strano nel nostro modo di far scivolare Da qui a domani nella dimensione fisiologica del marketing. Restituiamo un prodotto finito che va distribuito, promosso e suonato: decidere con quali modalità è pura strategia. Quella di Leonard è una storia comune, segnata dall’inizio di un nuovo percorso biografico: il ritrovarsi attraverso varie tappe, dove la centralità della spiritualità trasforma la negatività in speranza e vita. Ecco, questa è la caratterizzazione che abbiamo conferito al nostro personaggio.”

Leonard lo vivo come il Tommy Walker degli Who ma di quarant’anni. Dal “See me, feel me, touch me, heal me” al “guardati, sentiti, toccati tu stesso, spingiti verso qualcos’altro”.

“Certo, è anche questo. Ed è tante altre cose. L’universalità che Monica ha donato a questo lavoro permette ad ognuno di declinarlo, anche per una sola parte, permette a ciascuno di trovare un pezzo  della propria vita, di cogliere il proprio “senso” di Leonard.
Avevo letto Venti lucenti unghie, la silloge poetica che Monica ha scritto con Valentina Tinacci. Mi piaceva quella ricerca del termine, la struttura non facile in cui però sentivo che c’era già una ritmica e una musicalità di base. Mi sono detto che viviamo in un periodo in cui i bravi autori di testi per musica sono veramente pochi: perchè non portare Monica dalla nostra parte? E l’ho ricattata: io torno al canto ma tu scrivi testi per me.
L’operazione ha funzionato perchè a Monica io non ho chiesto niente che agevolasse la mia ricerca melodica ma le ho detto “ricerca come e dove più ti piace”: così, lei si è sentita libera di muoversi dentro al suo universo biografico, ha potuto utilizzare la sua scrittura, l’ha confusa con la musica e con altri linguaggi. Ha capito il meccanismo e in poco tempo è diventata una brava autrice.
Da parte mia, mi ero già fatto un’idea di come utilizzare la voce, volevo un canto subacqueo, ottenuto mediante emissioni d’aria dalla bocca dello stomaco. Stavo mettendo in pratica gli insegnamenti di Stratos, naturalmente. Avevo bisogno di un lavoro molto intimo e minimale per la mia voce, volevo che essa uscisse dall’anima, che non fosse la solita voce tecnicamente eclatante ma che avesse un colore, e un calore, spirituali. Non avevo mai utilizzato la parte centrale del mio corpo per cantare: volevo il canto più interiore che avessi e da lì è venuto fuori.
Qualcuno mi ha rimproverato l’assenza di vocalizzi per quello che è il mio potenziale. Non capisco cosa voglia dire: sono uno sperimentatore, un melodista, e cerco di utilizzare tutta la mia vocalità. Volevo mettere la mia voce al servizio della parola attraverso un canto che racconta, portando l’ascoltatore all’interno della storia. Con Cristiano abbiamo scelto la forma elettronica minimale per accompagnare la voce e, dunque, la fiaba in cui l’ascoltatore è invitato ad entrare.
Ci sono poi le immagini di Daniele, scenografie virtuali che impreziosiscono e rendono ancora più magnetici ed evocativi i nostri live.
Da qui a domani è un’opera che, oltre ad avere una dimensione discografica e da concerto, può essere rappresentata in un teatro o addirittura può essere “esposta”, come ci è accaduto, in un museo di arte contemporanea.”

Dentro Miro

Mi ha colpito molto l’umiltà di un artista consumato come te che invece delle proprie parole, come tanti e troppi cantautori della nuova leva che sanno a malapena suonare, figuriamoci il resto, si affida alle parole di un poeta. Oggi i giovani invece che i poeti leggono i testi dei cantanti e delle band che ascoltano. La poesia è di fatto stata occupata dai cantautori, raramente con pieno merito e non è un caso che il livello medio dei testi sia in caduta libera. Tu hai fatto una scelta, come al solito, opposta, portando un poeta in musica.
Secondo te a cosa porta la direzione da cui ti sei sottratto dell’occupazione permamente dello spazio del poetico da parte di cantautori che non ne hanno le capacità, la preparazione né l’ispirazione? Perchè siamo arrivati a delegare la poesia ai cantautori?

“Ho portato una poeta in musica perché “possiedo” le mie alchimie, so come funzionano, mi conosco. Non sono un visionario, ho corso i miei rischi. Anche se la costante, meravigliosa consapevolezza del “saper cosa fare” non è mai venuta meno.
Dal punto di vista inverso, è stata la poeta che mi ha restituito al canto, quindi la necessità di esprimermi attraverso la poesia è l’altra chiave di lettura. Come vedi, da qualsiasi parte la si giri, l’armonia si consegna all’equilibrio, le parti si rovesciano senza soverchiarsi e si muovono in un perfetto gioco di ruoli.
Il processo che hai descritto è qualcosa su cui intervenire? Non so, forse non disponiamo degli strumenti adatti. Non più. Tuttavia parlando dei ragazzi sarebbe meglio non generalizzare. Oggi i giovani leggono tante cose, le nuove generazioni non sono poi così scontate. Certo è molto più semplice leggere i testi delle canzoni di un ragazzino che racconta un disagio che neanche ha vissuto e farne un punto di riferimento oppure sfogliare il libro del musicista x o y piuttosto che leggere letteratura vera e autentica poesia. La colpa a mio parere non è neanche dei musicisti ma di un sistema che calcola la cultura in metri quadri senza approfondirne la tridimensionalità. I grandi canali d’informazione hanno bisogno di divulgare e di far diventare “dogma” un metodo globale basato sulla superficialità, sulla fruizione veloce e generalizzata degli eventi. Tutti qui. Pensandoci bene è un fenomeno che esiste da tanti anni: già in pieno boom economico si è pensato di standardizzare le masse, di sedurle con gli slogan, di educarle al banale. Ed eccoci qui, nel terzo millennio. Stessa storia. I grandi cantautori italiani stanno dentro la storia, funzionali alla storia, in una collocazione spazio-temporale precisa. Quindi, sono stati. Erano, hanno vissuto e raccontato il loro periodo. “I cantautori narrano quello che i giornalisti (de)scrivono”, si diceva un tempo. Mi chiedo: chi dovrebbe sdoganare la cultura? Chi dovrebbe provvedere a semplificarla, renderla fruibile, portarla nel mondo? I pochi intellettuali castrati dal loro stesso sapere? Oppure i divulgatori, una razza in via d’estinzione? Quindi, perché non conferire alla “via” dei cantautori una significativa traccia salvifica? Sono loro il tramite bio-storico tra me e l’altro, lo saranno sempre. Questo è un periodo socialmente riconoscibile, nel gigantesco vuoto culturale la gente rovista tra le macerie del tempo, chi per conoscere e riconoscersi, chi per lucrarci sopra e fare soldi. D’altro canto: paradossalmente la strumentalizzazione del nostro “cantautorato” ha fatto riemergere una realtà che il tempo presente avrebbe certamente ridotto a poco più di un ricordo. In tutto questo i giovani hanno trovato un modo per identificarsi, si sono presi tutto quello che, distorto o no, passa attraverso le maglie della comunicazione. Fondamentalmente, non c’è niente di ideologico ma è un percorso logico. Ineluttabile logica del tempo di adesso.
Per tornare al nostro progetto: in Dal vetro allo specchio Monica suggerisce, introduce e sviluppa una filosofia, uno stile di vita. L’importante è “scoprire il mondo, e non soltanto cambiarlo”. Cosa vuol dire? A questo punto della mia vita offro a chi mi ascolta una modalità nuova, senza alcuna pretesa che questa sia percepita da chiunque e in ogni dove. Predispongo opportunità e alternative, senza finzioni e alibi. Nel mio piccolo genero una rivoluzione, e sono in pace con me stesso.”

Hai detto “In mezzo a un mondo di “specializzati”, io ero e rimango fuori da ogni schema”. Flaiano diceva appunto che oggi anche il cretino è specializzato. Quando per altri il successo è l’aderenza a un ambito, per te sembra che la distanza (e non rottura) da ciò che sei appena stato sia una cifra stilistica ricorrente. Pessoa scriveva che “per creare, mi sono distrutto”.
Quanto senti tue queste parole?

“Parole pensate, scritte e stampate, quindi molto sentite, chiaro. Questa frase è il sunto del punto di vista di un creativo, dell’essere abituato a stare dentro lo spazio cercando di sfruttarne ogni potenziale risorsa. Nessuna specializzazione, tutte le specializzazioni: così dicono dei creativi. Ebbene, se da un punto di vista emotivo spaziare è una grande soddisfazione, razionalizzare un processo creativo è compito arduo, richiede grande disciplina, dinamica che in passato ho trascurato tuffandomi ovunque, calandomi in ogni pertugio, a volte inutilmente. Perdita del senso di permanenza. Il creativo non avverte il peso delle proprie emozioni perché è appeso ad esse e le emozioni sono immense ma fragili: se non sono strutturate e supportate dalla logica della costruzione, precipitano. A volte sono precipitato rovinosamente. Togliere strati è come strapparsi le carni, provoca grande dolore. Vero, ma non esageriamo. Le scelte, le azioni, i comportamenti richiedono strumenti che la natura umana possiede, nessuno si distrugge consapevolmente senza sapere che esistono alternative e strumenti in grado di modificare anche questo estremo movimento. Quindi chi lo fa agisce con cognizione di causa. Ero e rimango fuori da ogni schema: vero. Però attenzione: uno dei pericoli ricorrenti dell’essere trasversale è il perdersi in infinite domande senza risposta, un modus che ho potuto riscontrare in molti creativi. Anch’io in passato non mi sono sottratto a questo rituale. L’azione creativa accompagnata dalla rasserenante rassegnazione del creare consapevole è lo scarto tra crescita e destinazione ignota.

Sorprende però, almeno il sottoscritto, il relativo silenzio attorno alla direzione verso cui hai consapevolmente rivolto il tuo percorso artistico dopo la fine della immensa parentesi Diaframma. Tutti coloro che si occupano di te parlano d’un nuovo Sassolini. Longanesi scriveva che gli italiani preferiscono l’inaugurazione alla manutenzione. Tu invece sembri non voler uscire da un percorso di, perdonami la forzatura, manutenzione costante della tua anima creatice. Mi spiego meglio: mi vengono in mente cantautori che per meglio vendersi annunciano ultimi tour per poi ricomparire senza neppure il tempo affinchè in cui sia possibile immaginarvi un ripensamento. Ho l’impressione che tu abbia sempre preferito a questo bipolarismo artistico piuttosto caricaturale (involontariamente), una coerenza silenziosa, defilata per temperamento di ricerca e per rifiuto del ciclo produttivo che contagia anche le arti, soprattutto le arti.
Ti hanno definito un creativo. Per te, un creativo ha scelta o è necessariamente questo?

“Concordo, non mi piacciono le inaugurazioni: durano poco e ti lasciano un gran senso d’incompiuto. No, un creativo non ha scelta. Un creativo è veramente soggetto a manutenzione continua, quindi è così nel suo modo di essere. Tutto quello che viene percepito come ritorno appare in qualche modo nuovo. Un percorso può esistere solo mediante un rinnovarsi continuo; tra l’altro questo processo è del tutto fisiologico. Magari tra qualche anno scomparirò di nuovo poi ritornerò e diranno “ecco il nuovo Miro”: contaci!  Detto questo: io ci sono sempre stato – e non voglio parlare ancora di cantautori, tour e reunion perché finirei col ripetere le stesse cose. Il silenzio è quel movimento che attraversa il corpo e rimette in condivisione le tante anime disperse nel tempo. L’essere umano vive in una diffusione di spazi differenti e armonici e come in un puzzle geniale, dove i singoli frammenti sono indispensabili, cerca costantemente di ricompattarsi. Il defilarsi non è un rifiuto ma una necessità. Poi si torna, quasi sempre. Ci sono persone che non si stancano mai di imparare e io sono una di queste. Ma. Vorrei compiere un margine di strada sufficiente che mi permetta di raggiungere la serenità. Essere sereno senza aggiungere altro rispetto a ciò che ho fatto, portando avanti la mia vita dentro e attraverso la ricerca. Questo è il senso del mio viaggio. La serenità, è lo scopo finale.”

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