Arturo Mugnai – iPhone Club, la generazione in fila

Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né un posto né uno scopo. Non abbiamo la grande guerra, né la grande depressione. Beh quella ce l’abbiamo e se proprio non vogliamo chiamarla grande, chiamiamola grandina, di medie dimensioni, ma comunque fastidiosa. Fight Club non è mai stato così attuale: preferiamo crogiolarci in fila davanti agli Apple Store in attesa di prenderci il nostro I-Phone 5 tanto desiderato.
“In fondo me lo merito, me lo sono guadagnato quel TelefonoSparaLaserCheFaLeFotoFigheEFaLaCaccaComeMe… ho lavorato duramente”
Ed ecco allora che ritorna Fight Club: tu non sei il tuo lavoro.
Ma se non c’è lavoro non ci sono soldi; e allora: tu non sei la quantità di soldi che hai in banca.
Siamo dunque rapiti dalla stimolazione mediatica a metterci in fila: per comprare l’I-Phone, per entrare in graduatoria, per poter lavorare. Non saremo una generazione fortunata, probabilmente non siamo nemmeno una generazione di mezzo della storia… siamo la generazione che sta in fila. Questo è poco, ma sicuro.
Non avremo dunque la grande guerra né una esagerata depressione, “la nostra guerra è quella spirituale” dice Brad Pitt nel film; può darsi, se non altro la nostra guerra è quella per il nostro futuro, ma non quello limitato all’uscita del prossimo I-Phone 6.
Ci sono tutti i motivi per essere incazzati: maccavolo si tratta del nostro futuro. Eppure nulla. Siamo sempre in fila. Mai incazzati veramente.
Forse siamo ormai abituati alla precarietà e il futuro non riusciamo nemmeno a immaginarlo come concetto. Forse siamo anestetizzati: “finché le Veline ballano, finché la Apple sforna prodotti tecnologici pazzeschi, finché <<In Radio c’è un pulcino…>>… di cosa dovrei mai preoccuparmi?”
E’ una canna gigantesca. Un’erba prelibata, che non si compra con gli euro, ma con il nostro tempo. 10 mesi al grammo. Ma anche stavolta, se cerchiamo un colpevole non c’è che da guardarsi allo specchio.
Non ci sono nemmeno più gli sfattoni di una volta che gridano “Fuck the System”; i più arditi oggi diventano vegetariani o vegani, aprono un bar in Polinesia o, appunto, comprano un nuovo I-Phone. Questi ultimi forse sono i più arditi di tutti: comprando un nuovo I-Phone corri sempre il rischio di ritrovarti un oggetto obsoleto nel giro di pochi mesi. E allora di nuovo in fila.
Oh Tyler, vorrei tanto essere malato quanto Edward Norton e vederti apparire qui accanto a me.

* Articolo pubblicato anche su “L’isola di Arturo” e su “Vox Populi”

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2 risposte a Arturo Mugnai – iPhone Club, la generazione in fila

  1. Silvio ha detto:

    Anch’io mi domando perché non siete incazzati.
    Anche la mia, quella dei cinquantenni, è una generazione di figli di mezzo, come genialmente dici tu.
    Anche noi non ci siamo incazzati, e vediamo passarci davanti i più vecchi, ovvio, ma anche i più giovani, più combattivi e più cinici.
    Forse noi abbiamo altri compiti, altri ruoli, ma arriveranno?
    Io credo che non ci si debba far fregare: il denaro è la peggior sostanza psicotropa della storia, e funziona esattamente come tutte le altre droghe: alimentano il bisogno di procurarsene. Il denaro serve, ma è imperativo liberarsi dalla paura che sia indispensabile. Certo che per i singoli individui indispensabile lo è, ma solo perché il mondo funziona così, ma non è vero che è indispensabile. Come diceva quel capo indiano: mica potete mangiarlo, il denaro.
    Riflettevo che la società si evolve in modo tale per cui sempre più cose si ottengono indirettamente, con il denaro.
    Persino il sesso si compra sempre di più. Cibo, vestiti, case… noi non facciamo nulla e compriamo tutto.
    Credo si debbano creare nel proprio piccolo percorsi alternativi, che liberino dal denaro, fosse anche solo piantare un pomodoro sul davanzale.
    Bisogna capire cos’è il denaro, come funziona e come genera dipendenza.
    Certo è desolante…
    Bellissimo articolo, degno di una mente sensibile e affilata.
    Hai letto “la critica dell’ansia pura” della Fred Vargas? Merita davvero. Forse uno dei pochi libri che può dare forma alla rabbia. Insieme a “cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio” di Hillman. Due libri che arterioscleroticamente consiglio sempre a tutti!

    Mi piace

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