Giovanni Prati – Utile Avvertimento

Questo breve brano di Giovanni Prati, poeta del Risorgimento, tratto dai “Nuovi Canti” del 1844, Milleottocentoquarantaquattro, sulla poesia e i poeti in rapporto alla società del tempo (“La scrittura è il rapporto tra la creatività e la società”, Roland Barthes), mi ha colpito casualmente nella biblioteca di Lettere di Firenze, dove ero a studiare noiosi testi di neuroscienze e in un afoso pomeriggio estivo agguantai una voluminosa antologia poetica di “poeti minori dell’Ottocento”. Ecco questa incendiaria presa di posizione del poeta Giovanni Prati contro il nascente accademismo positivista dell’epoca, giunto fino a noi recando sordide ferite all’intelligenza e alla sensibilità umana, lungo quasi due secoli e chissà quanto ancora. Quello che sorprende, è la poderosa attualità dell’orgoglio accusatorio del Prati. Godetene, perchè scuote gli animi: una risacca altamente poetica nella torbida alta marea perenne dell’Occidente e della superba teologia della scienza.

Io non faccio poesia per sistema, come veggio che da taluno costumasi. Dunque, misero a me, se vorrò giudicato da certi presenti critici, i quali vogliono ad ogni costo trovar formole sopra formole, nei termini più rigorosi, e poi non sanno trovar quella del loro cervello. Costoro, ardisco dire, poco pensano e poco sentono. La eterna verità e i modi accidentali e passeggieri di essa debbono essere il sangue e le lagrime del poeta, e non le ciance dei filo- sofastri. Lasciateci cantare, nel nome di Dio, e qualche cosa dell’anima appassionata uscirà. Non abbiam tempo di attendere a quella vostra litania eterna di frasi, che per mali abusi hanno perduto l’intendimento e il valore. Il dono del pensiero è dato anche a noi, ma noi spremiamo per distillazioni a lambicco, come voi fate. Che cos’è questo gergo di poesia umana che ci venite insegnando? Le strade di ferro, le casse di risparmio, gli asili infantili, gli stabilimenti di commercio e d’industria, le carceri penitenziarie, l’istruzione del popolo, la dignità delle classi, il mutuo soccorso, la fraternità sono ottime cose e degne di occupare la mente dei filosofi politici e degli schietti amatori della nazione: e se voi sapete e potete esser tali, siatelo; che ben tornerà. Ma non veniteci dichiarando teoriche di poesia, perchè arrischiereste di dimostrarci che per voi un vero e grande poeta sarebbe anche quegli che sapesse rimare in buoni versi tutti i cinque Congressi degli scienziati. I grandi problemi dell’umanità, che voi dite di andare indagando, li meditiamo anche noi, perchè, vi ripeto, il dono del pensiero non vi è dato né a monopolio, né a privilegio. Ma per voi s’interroga, si cerca, si discute, siparla; per noi si canta, si spera, si diffida, si piange; e persuadetevi che questa nostra individuale amarezza, che vi dà tanto sui nervi, è assai più vera e più grande di tutto quel vostro umanitario dolore. Il poeta ha bisogno di convertire in sé l’universo, e vuol cantare con la pro-pria sua voce, vuol sentire col proprio suo cuore, e non riceve da voi nò la legge dello spirito, né quella della parola. Insomma, quest’arte è tutta volta, come fu sempre, una arcana divinità; e vuol da’ suoi tìgli coraggio, ispirazione e sapienza: e se ella stessa non ci ha iniziati al mistero, a che presumete di riuscir voi con le vostre teorie? Interrogare che cosa è il poeta forse vi è conceduto; ma imporgli che canti la morte quando canta la vita ; che inneggi alla speranza quando modula l’elegia del dolore; che si volga alla patria quando conversa con la famiglia; che torni nelle memorie quando si spinge nell’avvenire; insomma farlo essere altro da quello che è, comunicargli una forza impotente perchè non sua, consigliargli una dissimulazione fastosamente pigmea, suggergli il proprio sangue per gonfiarlo del vostro vento, questo non è insegnare, è corrompere. Sapete che sia che vi fa parlare? L’aridità intollerante e superba del vostro intelletto : non altro. Volete mostrarci quel che siete voi, e non esaminare quel che sono gli altri. Siffatta opera vi è pesante ed odiosa. Non vi si può neppur compatire come di un error della mente, perchè questo bel gioco dura da un pezzo, e se in molti ha insinuato i cristiani e silenziosi sbadigli del tedio, risveglia in altri l’indignazione e fa strider la penna.

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3 risposte a Giovanni Prati – Utile Avvertimento

  1. Silvio scrive:

    Testo strepitoso, che però non mi stupisce.
    Non erano in anticipo sui tempi: erano superatiti di un genocidio culturale.
    Quella cultura non è del tutto sparita, ma è stata ridotta in clandestinità.

    Caruso, hai una mente bella accuminata.
    Grazie per aver pubblicato questo testo.

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