Wooden Montee – Capitolo Zero

Radiguet in “Il diavolo in corpo” scrisse che la II Guerra Mondiale corrispondeva al periodo migliore della vita del protagonista. Primo Levi scrisse dopo l’esperienza nei lager nazisti che “ognuno è l’ebreo di qualcuno”. Dopo 11 anni dall’11 settembre, qui c’è qualcun altro che con innocente autorevolezza racconta per carusopascoski e prima per se stesso che ognuno ha il proprio privato 11 settembre, in quel mosaico complesso e relativo che è la memoria collettiva.

Dieci anni fa era l’undici settembre e per la prima volta entrò nella mia vita un’assistente sociale.
Fino a quel momento avevo pensato all’Assistente Sociale come una personalità di grande rilievo e autorevolezza.
Più che grande era grossa, bassa e grassissima.
Aveva una forma ovale curiosamente regolare: larghissima sui fianchi andava a restringersi fino ad una testa a boccino, collegata al torace da nessun collo.
Rimasi a breve stupito, con pochi minuti di conversazione, della discrepanza dei nostri spessori, oltre che fisici, culturali.
Lei mi dava del tu, come se fossi stato un suo amico o cosa.
Io le davo del lei e utilizzavo un linguaggio ben più forbito del suo, che spesso lasciava a desiderare persino nella coniugazione dei verbi più semplici, escluso gli imperativi, utilizzati con maestria.

Arrivò presto al punto.
Devi andare a scuola o un giorno di questi finisci al RI-FOR-MA-TO-RIO.

Io ero al secondo giorno di sciopero.
Che lo sciopero è un diritto e perché ho 14 anni ho meno diritti degli altri?
Ero in sciopero contro mia madre, contro i giudici e gli avvocati e anche contro la globalizzazione che è una fregatura che serve solo ai ricchi per diventare più ricchi e quelli che non valgono niente come i poveri, gli africani e i quattordicenni continueranno a non contare un cazzo.

La discussione era monotematica e continuavo a rispondere no, poi lei se ne va che ha un appuntamento con un bambino che è orfanissimo ed è già in ritardo e la cosa mi fa incazzare tanto che l’avrei adottato a patto che non dovesse più avere a che fare con la donna-uovo.
La vedo varcare il cancello con passo da pinguino per andare a comprimersi dentro una piccola macchina-uovo.

Nel pomeriggio non successe niente e leggevo Schopenhauer e leggevo il Manifesto e dicevo a mio zio che secondo me al riformatorio ci sarei stato bene che c’era sicuramente un sacco di figa.

Mia madre aveva subaffittato casa per l’estate e volevo andare da mio babbo ma era vietato e quindi siamo andati dagli zii che avevano il satellitare e mio fratello poteva guardarsi i cartoni animati e 4 volte al giorno un film con Ben Stiller, poi era ricominciata la scuola e io sono rimasto lì così non dovevo vedermi la faccia di mia madre.

Dagli zii parlavo con lo zio, che mi aveva portato alla festa della birra e avevo bevuto la birra e che era stato a Genova al G8 per girare un documentario e si era preso una manganellata e meno male che aveva un casco da operaio che si è spezzato in due e non mi parlava male di mio babbo.

Mio zio disse che il riformatorio è una merda.
Pensai peccato che ci avevo fatto la bocca e mia zia iniziò a urlare dal salotto satellitare che era successo un macello che qualcosa si era schiantato contro un grattacielo a New York.
Una bomba disse la zia.
Un aereo disse lo zio.
Un’assistente sociale dissi io.

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2 risposte a Wooden Montee – Capitolo Zero

  1. Silvio ha detto:

    Non bastano certo tutti i grattaceli di questo mondo per lanciarci contro gli assistenti sociali…

    Mi piace

  2. Pingback: Wooden Montee – La cercai tutta la notte | c a r u s o p a s c o s k i

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