Happy Go Lucky (Mike Leigh, 2008)

In tempi così d’oblii diffusi e malinconie che soverchiano l’ordine di qualsiasi possibile felicità residua, un film come Happy Go Lucky è semplicemente un miracolo. Cristantema colorato come i vestiti della sua protagonista e delicato come ogni suo sorriso sbarazzino e consapevolmente ingenuo, di quell’ingenuità di cui questo film opera un importante cambio di segno: da cimelio adolescenziale da depositare all’imbarco dell’età adulta, a valore aggiunto d’ogni possibile percorso di vita, anche il più semplice, umile e dunque, meno filmico che si possa immaginare. Opera del 2008 del regista Mike Leigh, maestro del quotidiano e delle piccole storie di tutti i giorni, dona all’ interpretazione deliziosa di Sally Hawkins l’ingresso nei ritratti cinematografici di donna più riusciti di sempre e garantisce a Leigh stesso la fama di anti Loach, per quel suo “realismo contromano”, ossia sul bright side of life dell’Inghilterra degli ultimi decenni.

La storia, o non storia (si può fare grande cinema senza grandi trame), è quella di Pauline, detta Poppy dalla sue amiche, trentenne insegnante alle scuole elementari. In inglese “happy-go-lucky” indica una persona allegra e spensierata, che prende la vita come viene. La traduzione italiana del titolo non rende questo concetto, anzi, è fuorviante. Poppy svolge con passione il suo lavoro, vive amorevolmente con una cara amica da dieci anni ed ha molte ottime amiche, corre dietro a tuttò ciò che sembra possa anche solo da lontano interessarla, è felicemente single e si scontra, senza ferirsi, con l’infelicità degli altri, cercando sempre di attenuarla per il tempo della sua compagnia. La trama è il racconto estremamente lineare di una primavera londinese, in cui compaiono qua e là piccoli drammi, amori, sorrisi e litigi, vissuti costantemente con la leggerezza di chi ha trovato un proprio equilibrio e s’inebria di tutto ciò che gli accade. Il film è Poppy, che non viene abbandonata neppure per una sola scena: gli altri personaggi sono i bordi del suo sorriso, ora in morbidi e in linea con la nostra, ora ruvidi e in mirabile e controllato contrasto con il loro palese opposto lato dell’Io, nell’incapacità di digerire la serenità altrui di chi ne respira una pesante assenza ed invidia un “egoismo antico e sano di chi non sa nemmeno che fa del bene a sè e all’umanità”, per dirla alla Sandro Luporini-Giorgio Gaber.

“Un film realista e che invita al buonumore e alla riflessione, la storia di un piccolo universo di felicità che riconcilia con il Cinema. Definirlo eccezionale sarebbe poco”, e, aggiunta mia, ritratto di donna eccezionale, mai sopra le righe, sempre dentro la curva più bella di una donna: il sorriso. Se Amélie è stata giustamente osannata, sufficientemente utopica da non far sentire la possibilità della propria felicità senza favole, incastri magici della trama e svolte da film più che da vita reale, Pauline è tutte le donne, ogni donna, almeno in un momento della loro vita, che lei insegna a far durare a lungo. Non serve un “favoloso mondo” all’Amélie per esser felici. Basta il mondo, così com’è, e il coraggio d’un sorriso che ci fiorisce in viso. Ecco la lezione preziosa di questo film.

Questa voce è stata pubblicata in Cinema. Contrassegna il permalink.

Rispondi