MolaMola (mi) intervista Luca Buonaguidi

Dall’aver scoraggiato in ogni modo novelli amici di MolaMola dallo scrivere de “I giorni del vino e delle rose”, al proporvi un’intervista a cuore aperto sul rapporto tra musica e poesia nel mio libro e non, che ho avuto il piacere di rilasciare per testimoniare nel mio (piccolo) caso particolare la tanto agognata fusione dei linguaggi artistici che la webzine si propone di esplorare senza troppo mainstream per le mani. Con un’appassionata introduzione de Il Conigliastro, sotto peyote, e lavoro oscuro (si legge) ma raffinato e preciso di Viola Fuffa Clematis, a cui va il mio grazie. E buona lettura a chi concederà la sua attenzione a questa imprevista nuova occasione di parlare del mio libro d’esordio.
L’articolo originale è al link seguente – http://www.molamola.it/index.php/musicart/9-libri-a-musica/432-immateriale-come-la-poesia-qi-giorni-del-vino-e-delle-rose-fermenti-roma-2010-intervista-a-luca-buonaguidi.html

Mentre leggo “I giorni del vino e delle rose”, raccolta di poesie, o silloge come direbbero i fini intenditori, mi piace immaginare Luca Buonaguidi come un novello Kerouc, sebbene magari gli accostamenti più semplici da richiamare alla memoria potrebbero essere quel Emanuel Carnevali omaggiato dall’autore in apertura d’opera. Un L.B. errante, sotto il sole cocente e da esso arso, abbronzato, gli occhi due fessure rugose, un sorriso sottile, segni di una saggezza concreta, quella che impari solo viaggiando e vivendo. Ora non so se davvero il ritratto, invero romantico, possa corrispondere con l’uomo reale, ma a ben vedere, a me sta bene continuare a immaginarlo così e spero che un giorno non mi smentisca o non se ne avrà a male. Aiutato dalla presenza imprescindibile della collega conosciuta come Viola Fuffa Clematis, nella stesura delle domande (in realtà le domande migliori e quasi tutto il lavoro è opera sua a me piace pigliarmi solo i meriti), ci accingiamo a sollevare il velo dell’esistenza del caro Luca Buonaguidi, sperando di disturbarlo il più possibile.
E comunque, Buonaguidi, sono tremendamente etero, quindi non guardarti le spalle.

(Il Conigliastro)

Domanda parecchio originale: parlaci del tuo libro.

L’ho scritto tra i 17 e i 23 anni e l’ho pubblicato quando è arrivata la consapevolezza di aver chiuso un percorso, prima che con le parole, con me stesso. E’ un libro di domande e che con uno slancio di sintesi si può dire abbia una sola risposta possibile: l’innamoramento, non tanto come sentimento verso l’altro, quanto come temperamento nei confronti del mondo e della vita, come spazio certo residuale e marginale ad oggi ma ancora possibile e per questo più necessario che mai. È poi soprattutto un apprendistato poetico che non avrei mai pensato di poter pubblicare e che ha destato perfino buone impressioni in chi se ne è occupato o lo ha solo letto. Se questo è successo, è grazie a Girolamo De Simone e Stefano Bartolini, entrambi musicisti, il primo anche prefatore del volume, che hanno creduto dal primo istante nel valore di questo percorso e poi libro, che a distanza di un anno e mezzo credo comporrei diversamente, ma è esattamente quello che avevo da dire in quel momento.

La tua è una scrittura asciutta, diretta, priva di fronzoli o costruzioni ardite, ma, lasciami aggiungere, non per questo banale o semplicistica. Pregio o limitazione? Te lo chiedo perché da sempre sussiste il sanguinoso dibattito fra i sostenitori dell’arte fruibile a chiunque contro quelli dell’arte incomunicabile ad appannaggio di una élite.

Sinceramente trovo questi discorsi estremamente interessanti in qualsiasi momento eccetto uno: l’attimo poetico. Però vorrebbero “legiferare” proprio su questo, curioso, non trovi?
E’ per questo che, benchè sia il primo a tentare di darmi delle risposte non solo sulla mia poesia, quanto sulla “questione estetica” in sè, finisco sempre col pensare che è qualcosa che si può fare solo nell’attimo dopo all’attimo creativo. Dico questo perchè non ho una risposta e dunque non so cosa possa costituire pregio o difetto di una poesia, tanto meno delle mie.
Io cerco sempre di scrivere la mia verità, e se non ce l’ho, di descriverne l’assenza e il peso o la leggerezza che questa comporta. Umberto Saba diceva che “ai poeti resta da fare la poesia onesta” e quando ho letto questa frase ho capito che si applicava al mio caso particolare, perchè non credo di avere nè ho la tentazione di scrivere qualcosa di nuovo e inaudito. Non mi interessa scrivere per scrivere bei libri o affermare questa o quella idea di poesia, quanto scrivere per vivere pienamente tutto ciò che mi accade, dunque anche la poesia. Non mi interessa d’esser originale, nè fruibile, nè avanguardista, nè conservatore. Mi basta esser me stesso, con semplicità, onestà e passione.
Certo, la vertigine è bella viverla, sia nella vita che nella poesia. Non sono un visionario e ne sono felice, visto che i visionari sono sempre dei martiri della comunicazione, ma qualche “visione” (cioè, qualcosa che dona la sensazione ineludibile di scavalcare i normali processi logico-percettivi) piace sentirla anche a me sulla pelle, quando si offre la possibilità di accogliere questa “visita”. E quando capita, cerco di tradurla come tale pur da persona assolutamente “normale”. In quel momento deve avvenire qualcosa di molto simile a una sospensione dell’identità cosciente, si ha la sensazione di bagnarsi nell’eternità e di avere tutte le identità e quindi nessuna. “Trance” per i più, “Pensare Poetico” per Heidegger, “Sentire e Capire” per María Zambrano. E così via, per dire poi la stessa cosa da prospettive diverse e allungare un dibattito tanto interessante tanto appena fuori da ciò su cui verte.

Ti chiederai perché parlare, in una webzine musicale, di un libro di poesie. Le innumerevoli citazioni smaccatamente musicali varrebbero già da giustificazione, ma preferirei sia tu a parlare di esse e, perché no , a spiegarcele.

L’idea è vostra, e ammetto che la proposta mi ha sorpreso, perchè siamo abituati a webzine ombelicali, che invece di gettare ponti tra discipline proseguono con un autismo corale, che certo è molto interessante, ma che si riduce a uno sterile metter 5 o 7 in pagella a questo o quel disco. Questo vale ancora di più per certi blog letterari, d’una autoreferenzialità puzzona e al limite del grottesco.
Il titolo non è come molti pensano un omaggio al film di Blake Edwards ma a una canzone dei Dream Syndicate in cui trovai tanto del senso che avevo smarrito.
La poesia che apre il libro è una delle prime cose che ho scritto e che mi ha donato poi la sensazione di aver potenzialmente testimoniato qualcuno in più di me stesso. Non è un caso che questo sia avvenuto con un testo dedicato a Nick Drake, che l’essere umano con cui mi sento più in debito di riconoscenza. Ho cercato di giocare con alcune dei simboli che ruotano intorno alla sua poetica, in un momento in cui mi sentivo emotivamente dipendente dalla consapevolezza che qualcuno come lui fosse realmente esistito e avesse lasciato qualcosa di sè all’umanità. Ad oggi, credo che sia la cosa più riuscita che abbia mai scritto.
Poi c’è l’omaggio a Luca Flores. Come Nick, anche Luca aveva in comune una sorta di primordiale e fanciullesco innamoramennto verso tutto, tradito però dalla prossimità di qualcosa di tremendo (per Luca, la perdita precoce della madre, per Nick il “Black Eyed Dog” di cui nessuna parola in più è possibile dire oltre alle sue) a cui persone dalla pelle così sottile non hanno avuto la forza di resistere. Non fu niente di premeditato anche in questo caso. C’era una canzone da cui non riuscivo a staccarmi (“How Far Can You Fly”), una storia d’una delicatezza rara e la penna in mano quando è l’attimo poetico ha fissato un appuntamento con il mio taccuino.
Inoltre “Fabula” è un brano scritto dal prefatore e musicista vesuviano Girolamo De Simone, che non potrò ringraziare mai abbastanza per quanto ha creduto nella mia scrittura quando ne avevo più bisogno e senza che neppure ci conoscessimo. Questione di serendipità, sincronie invisibili, l’arte dell’incontro. Quella poesia deriva da suggestioni provocate dalla musica omonima.
E poi qua e là altri indizi musicanti e non (da un testo teatrale come “La vida es sueño” di Calderón de La Barca ad altri ancora più eminetemente letterari) che trovo non necessario spiegare oltre.

Esiste, e se sì, qual è, il rapporto tra la tua poesia e la musica cantautorale? Hai mai pensato di musicare i tuoi versi?

E’ capitato di giocare con la musica altrui e le mie parole ed è stata una bella esperienza senza alcuna pretesa. C’è l’idea comune di rifare qualcosa di simile con alcuni amici e musicisti, e se si tratterà di giocare con elementi espressivi a noi cari e vicini bene, ci divertiremo a giocare, mentre non ho alcun interesse ad essere io stesso a musicare i miei testi o a identificare in essi un percorso musicale per il quale non sono nati, e per giunta dirigere questo processo creativo verso cui non ha alcuna preparazione né alcun talento.
Certe cose devono accadere come scintille, prima che come progetti cerebrali e a tavolino, tra due discipline artistiche, tra due persone che hanno un messaggio comune e strumenti diversi per indirizzarlo. Esplorare la complementarietà degli strumenti in questione è qualcosa che mi interessa, perchè sarebbe l’occasione di imparare qualcosa di nuovo, prima che di realizzarlo, ma non è una priorità nè una ossessione personale, perchè credo che solo nello spazio imprevedibile dell’incontro qualcosa del genere possa accadere e materializzarsi.
Ecco, io credo che si percepisca quando due persone o più non potevano fare a meno di collaborare per un progetto comune e trovo molto presuntuoso chi crede nel caso opposto di poter integrare letteratura e musica da solo. Traduco in fatti con un esempio: un De Andrè unico e irripetibile ha generato centinaia di mostri qua in Italia. Ma questi sono i paradossi dell’industria culturale, appunto, e non della cultura nè dei suoi interpreti. Basterebbe tenere a mente questa enorme differenza quando si approccia l’integrazione di più linguaggi artistici e si eviterebbero tante catastrofi: creare per ispirazione appassionata, reale e necessaria e non per consumismo compositivo, per inseguire lo status di poeta, musicista o peggio entrambi, o per racimolare “un panino al mese” come diceva Carmelo Bene.

Musica o silenzio come fonte ispiratrice, o semplicemente durante i momenti della composizione su carta?

Entrambi. Ultimamente più silenzio, mentre fino a qualche anno fa credo che nella mia testa fosse sempre presente una canzone, anche a stereo spento, istante per istante, per riempire un vuoto che piano piano sto imparando ad abitare. C’è stato infatti un momento nel passato in cui non ho avuto altro che la musica, unico interlocutore possibile. La musica altrui era il substrato emotivo a cui mi appoggiavo in assenza di costituirne uno mio, autentico. Non è un caso che prima avessi un rapporto più morboso con essa, mentre ora è più gratuito e libero, per corrispondenza e non più per coerenza.
Prima alcuni testi avevano il suono di alcune canzoni, ora ne hanno uno proprio. Per me è un passo avanti sul piano della ricerca poetica.

Ci parli del tuo metodo di scrittura? Appena l’ispirazione arriva, scrivi freneticamente, o sei più tipo da tornare all’infinito su ogni singola frase?

L’unica scrittura poetica possibile è per me ben racchiusa nella tua espressione “appena l’ispirazione arriva”: arriva davvero, nel senso che la sensazione è quella di ricevere una visita nella stanza del linguaggio e una alterazione emotiva tanto breve tanto intensa. Ho rincorso fino ad ora questa sensazione, questa “voce”. Solo poco tempo fa ho avuto la sensazione di camminarle accanto, di aver cambiato la prospettiva dalla quale accoglievo l’ispirazione. Prima traducevo in corsa l’ispirazione, ora si è venuto a creare un dialogo con questa, e proprio da questo dialogo muove il testo che ho appena ultimato (e si chiamerà appunto “Ho Parlato Alle Parole”) ancora un testo poetico ma con una forte valenza poematica, da cui non era già escluso secondo alcuni critici già “I giorni del vino e delle rose”, a partire dal titolo stesso.

Quanto c’è di Luca Buonaguidi nelle sue poesie? L’ “io lirico” che utilizzi, è un “io” reale o piuttosto un tipo umano generico, un personaggio estraneo a te, o semplicemente il portavoce di emozioni, situazioni che vuoi analizzare, senza che necessariamente ti appartengano?

Credo di aver parzialmente già risposto a questa domanda attraverso le precedenti. Ripeto comunque che le mie poesie sono io e nessun altro. Se ci sono degli ospiti, sono stati invitati oppure già abitavano lo spazio poetico in cui cerco continuamente accoglienza. E’ una poesia di frontiera identitaria, perché tanto sono l’Io di quel preciso istante a rappresentare ed esser rappresentato in quelle poesie, tanto questo stesso Io muta e sfuma continuamente, sbattendo contro limiti e muri, baciando imperfezioni, visioni e tutto ciò che costituisce l’immaginario poetico di cui sopra. E’ il senso globale di questa costante migrazione dell’Io a costituire più di ogni altra cosa il nucleo tematico centrale di questo testo e della mia poesia, credo.

Che ne pensi dell’editoria italiana? Ha senso scrivere e impegnarsi per farlo al giorno d’oggi o è solo un maniera come un’altra per soddisfare il proprio ego?

L’editoria è una farsa, una esemplare diapositiva del sistema Italia. Il merito è un fantasma e se esiste è ben confinato e poi catturato. Non condanno quindi l’ingenuità di tanti esordienti e non di pubblicare col primo che capita e dietro un pacco di soldi, ma non la capisco ed è il serbatoio al quale si serve l’attuale editoria per tenersi in sinistra salute. C’è un cortocircuito dell’intelligenza alla base di questo stato delle cose. Le “colpe” sono di tutti: in primis di coloro che piuttosto che leggere un libro si sparerebbero; delle case editrici che pensano prima al profitto e poi, nei casi più meritevoli, al valore culturale che non potrebbero però esimersi dall’interpretare per esser chiamate tali; del grande autore che fa battaglie civili e poi pubblica con editori colpevoli del peggio del peggio che si è visto negli ultimi anni di vita pubblica italiana; infine, dei bischeri che sganciano migliaia di euro per raccontare di sè, oltre a una serie di scontrini, di aver scritto un libro alla compagna di corso o alla collega di lavoro altrimenti irraggiungibile e che non hanno un alcun reale interesse nella parola, nella poesia e nella letteratura. Se queste ultime tre condizioni vengono a mancare infatti, siamo nella categoria da te tracciata della soddisfazione narcisistica, se invece ci sono e sono appassionate, sincere e pronte a qualche sacrificio, siamo nella letteratura, nell’impegno civile (l’arte non conta meno della politica per gli equilibri di una società, tanto che il livello del dibattito di queste due discipline è in costante e reciproco rapporto d’influenza) e, ben più importante, nella possibilità di sapersi ancora emozionare per qualcosa di così profondamente immateriale, futile ed eterno: le parole, e dunque, la poesia.

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