John Harstad – Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

“La persona che ami è fatta per il 72,8% d’acqua e non piove da settimane”.
L’incipit di “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?” di John Harstad, uno dei libri più compiutamente leggeri e col senso del quotidiano che abbia mai letto. Non vorrei esagerare, ma era da “Alta Fedeltà” di Nick Hornby che un libro non mi risultava così terapeutico senza per questo essere un mattone nichilista (che sarebbe poi il mio genere preferito).

Avrei dovuto cercare di fare qualcos’altro?
Non avevo ambizioni?
Ne avevo invece.
Sognavo le stesse cose che sogni tu. Anch’io volevo viaggiare, avere un lavoro che mi appassionasse, anch’io volevo vedere Praga, vivere un anno in Guatemala, aiutare i contadini con il raccolto e mettermi a posto la coscienza, salvare la foresta pluviale, ripulire le spiagge dal petrolio, anch’io volevo portare al parlamento quel partito, invece che questo. Anch’io volevo impegnarmi per il bene di tutti. Anch’io volevo essere utile.

Ma non volevo essere d’intralcio. A quelli che volevano stare in prima fila, visibili a tutti: niente di male, onore e gloria a quelli che osano, a quelli che non mollano mai, e si vede, quelli che salvano la compagnia aerea dalla bancarotta, che hanno il coraggio di buttar fuori migliaia di persone e di prendersi le telefonate d’odio la notte, a quelli che dicono che se ne occuperanno loro, quando nessun altro è disposto a farlo.
Anche loro ruote dell’ingranaggio. Né più né meno importanti, semplicemente più visibili. Solo che io non avevo nessun bisogno di farmi vedere, di sentirmi dire quanto ero bravo. Perché sapevo benissimo quanto lo ero.

Ero tuo compagno di scuola alle elementari, alle medie, alle superiori, quello di cui non riesci mai a ricordarti il nome quando tiri fuori le foto di classe dieci anni dopo per far vedere alla tua fidanzata com’eri da piccolo. Ero il ragazzo seduto più o meno in mezzo all’aula, a una fila dal muro, quello che non dimenticava mai la tuta da ginnastica, che arrivava preparato ai compiti in classe, non faceva chiasso durante le lezioni e rispondeva quando lo interrogavano, quello che non pretendeva di accaparrarsi che sketch più lunghi nelle ore di attività libera, quello che nessuno candidava mai come rappresentante del consiglio studentesco, capoclasse o delegato dei maturandi. Ero quello di cui eri stato compagno per quasi sei mesi prima di sapere come mi chiamassi. Quello che non ti è mancato quando se n’è andato per continuare gli studi altrove, perché in ogni caso non era venuto alla festa, quello che al concerto era seduto in mezzo al locale e con i suoi applausi richiamava fuori la band, ma nessuno lo sentiva, quello che ti sembrava avesse la vita più noiosa del mondo, nzi pensavi che non avesse neanche una vita. Ero quello che tu e i tuoi amici non riuscivate a credere che avesse trovato una fidanzata, quando qualcuno ve l’ha raccontato, anni dopo. Chi? Ah, sì, quello. Come? Davvero? Be’, se ce l’ha fatta lui può farcela chiuque.
Ti ricordi di me?
Mi vedi?
Ero la cosa peggiore che ci si possa immaginare. Ero normale.
Ero quasi invisibile, vero?
E forse ero la persona più felice che tu potresti aver incontrato.

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