Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana, 2011)

“Romanzo di una strage” è un film che dopo 43 anni ha l’ambizione di riportare all’onore delle cronache un caso giudiziario che ha avuto un esito grottesco (non ci sono colpevoli per la strage di Piazza Fontana). Non intende perseguire tale risultato con una violenza sensazionalistica e sconnessa da una efficace cronaca giudiziaria come in “Diaz”, ma bensì, basandosi su una parte delle rivelazioni del libro di Paolo Cucchiarello, “Il segreto di Piazza Fontana”, che, attraverso un poderoso recupero di elementi dimenticati dalle indagini ufficiali, afferma che quel 12 dicembre del 1969 le bombe erano due. Una, la “bombetta” col timer, doveva esplodere a uffici chiusi senza causare morti; la seconda invece, azionata a miccia, era stata posta per fare una strage che potesse comprimere l’apparato statale su una linea dell’emergenza che avrebbe favorito scenari simili a quelli del colpo di stato in Grecia.

Quello che emerge dal film è una verità nebulosa che riesce a porre nuove domande sul coinvolgimento di apparati deviati dello stato, guidati a loro volta da manovre internazionali in mano alla Nato e ai servizi segreti anglosassoni e statunitensi e che si servivano di Ordine Nuovo e di altri gruppi della destra eversiva italiana dell’epoca, responsabili materiali della strage.
La trama del film segue quel filo investigativo che porta da piazza Fontana sino alla morte dell’editore Feltrinelli e del commissario Calabresi, che sarebbe arrivato troppo vicino al cuore dell’eversione degli anni ’70, e cioè al patto non scritto tra organizzazioni neofasciste, settori dei Servizi di sicurezza e malavita che, come è emerso in indagini successive, è stato il cuore della “strategia della tensione”.
I protagonisti sono l’anarchico Pinelli, il commissario Calabresi e Aldo Moro, interpretato da uno strepitoso Fabrizio Gifoni, attorno ai quali ruotano il Presidente Saragat, il capo dello UAARR D’Amato, l’anarchico Valpreda, “Nino il fascista” Sottosanti, i neonazisti Ventura e Freda ed altri. Ma non sono solo vite umane travolte, o responsabili, della “strategia della tensione” ad apparire, quanto una Italia la cui storia non si può più cambiare, ma che può aiutarci a comprendere quello che siamo diventati oggi.

L’opera in questione si avvale di valenti interpreti, di un’atmosfera di tensione, mistero e doppiezza fedele alla ipotesi storica espressa e della felice scelta d’una narrazione anedottica eppur secca, non equivocabile oltre la stessa difficoltà di lettura propria dei fatti storici contestati. Ma è anche un’opera che presenta scelte incomprensibili, che pur non intaccano il valore intrinseco del film e riferibili alla scelta di narrare anche il Calabresi e il Pinelli privati, ritagliando per essi apposite scene completamente in discontinuità rispetto al ritmo infernale della tensione storica (e con una interprete indecente: Laura Chiatti nei panni della moglie di Calabresi), l’inspiegabile cameo di Luca Zingaretti ma soprattutto la riabilitazione smodata della figura di Calabresi, che qui compie un salto narrativo eccessivo rispetto alle altrettanto contestabili accuse lanciategli per anni dalla sinistra eversiva. Una via di mezzo tra l’omicida del Pinelli e la vittima dello stato sarebbe stata preferibile, oltre  che più aderente alla verità storica che ci è stata concessa di conoscere. Eccezionali invece i costanti intermezzi discorsivi di Aldo Moro, che al pari del Pinelli, sparisce nella seconda parte del film, la più sregolata, oscura e determinante per la sanguinaria evoluzione degli anni di piombo.

Ma la versione di Marco Tullio Giordana è una versione che non può e non deve essere scambiata come verità storica e la scelta del titolo è stata raramente così felice come anteprima dei contenuti filmici. Il regista ha avuto il coraggio di esprimere il proprio punto di vista senza timore, come il vero cinema “impegnato” dovrebbe fare senza nascondersi dietro a un realismo privo di contingenze storiche e a prescindere dalla veridicità non confutabile delle proprie ipotesi dopo oltre 43 anni, ma in fedele prosecuzione di quel “Cos’è questo golpe? Io so” a firma di Pier Paolo Pasolini del 14 novembre 1974.
Oggi con questo film sappiamo qualcosa in più ed abbiamo del coraggio in più per porci delle domande sull’origine dell’attuale impasse della società civile italiana, contagiata dall’impasse democratica del sistema Italia, oltre che per respingere le voci rotte dei nostri attuali governanti, in primis l’attuale Capo dello Stato Napolitano, che ha sempre rispedito al mittente chi parlava di “Doppio Stato” in Italia adducendo prove oltre che istant book all’Adriano Sofri in cui si sostituisce alla verità giudiziaria la propria versione dei fatti, avanzando con mezze verità e rivelazioni al limite del surreale nella propria scalata alla riabilitazione pubblica e facendo sprofondare la verità negli abissi della fragile democrazia italiana.
Averne, in definitiva, di film così importanti e coraggiosi, che scavalchino con la forza della ricerca della verità il chiacchiericcio furbo e innocuo dei protagonisti degli anni di piombo. Da proiettare nelle scuole, a cui far seguire un approfondimento storico-politico e la lettura del brano di Pasolini, uno che non ha avuto paura di dire ciò che sapeva solo attraverso la propria intelligenza (pagando con la vita), invece di nascondersi pur con le mani sporche di sangue (guadagnandosi lo status di intellettuale):

“Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”
Pier Paolo Pasolini

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