Franco Fortini – I cani del Sinai

“Fare il cane del Sinai” pare sia stata locuzione dialettale dei nomadi che un tempo percorsero il deserto altopiano di El Tih, a nord del monte Sinai. Variamente interpretata dagli studiosi, il suo significato oscilla tra “correre in aiuto del vincitore”, “stare dalla parte dei padroni”, “esibire nobili sentimenti”.

Sul Sinai non ci sono cani.

(…)

23.

Non è antirazzista chi rifiuta soltanto l’ereditarietà biologica, il determinismo del sangue. Anche una separazione ed una gerarchia fra gli uomini fondata solo sulle loro eredità storiche può condurre ad aberrazioni razziste. D’altra parte il rifiuto illuministico-giacobino delle eredità storiche porta al borghese “democratico”, alla sua “eguaglianza” ipocrita; e conduce finalmente alla psicologia volgare e alla sociologia volgare, quali studio delle differenze fra gli uomini stabilite a partire da una immaginaria identità supposta una volta per tutte e che, non essendo più in prospettiva, non riuscendo a proporsi come fine, diventa sempre più una ipotesi rituale, la maschera delle gerarchie di fatto ed accettate.

Se l’eredità storica dei diversi gruppi umani e degli individui non è vissuta come consapevolezza-prassi, essa diventa il più ipocrita alibi dei giorni nostri, sotto la forma di uno storicismo degradato che pretende conoscere il donde con il rifiuto del dove. Gli uomini i gruppi i popoli non sono uguali; ma non sono diversi solo perché il loro passato è diverso e perché diversamente li determina. Non sono, non debbono, non possono essere uguali, anzi debbono essere, sono costretti ad essere, diversi, perché qui e ora agiscono diversamente, perché diversamente si collocano nel complesso delle forze storiche, nella simultaneità del mondo. Il loro passato li ha collocati dove sono; ma è il futuro a farli muovere. E sono diversi rispetto a te perché coinvolgono, con il loro agire nel presente, la tua diversità, il tuo agire. “Non mi interessa che cosa è stato fatto all’uomo ma che cosa egli fa di quel che è stato fatto di lui” (Sartre).

Contro i determinismi biologici, contro l’egalitarismo illuministico ma anche contro i fatalismi storicistici e contro i più recenti tentativi di fondare una identità di categorie su differenze di “sistemi” o “strutture” (il “pensiero selvaggio”): la mia vicinanza a te, la tua lontananza da me si misurano da quel che noi due facciamo, dal come e dove lo facciamo, nel contesto di un confronto, di una lotta immediata e universale.

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