Il suicidio economico dell’Europa tra Paul Krugman e Fabrizio Tonello

Che Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nonchè considerato l’opinionista più influente del mondo dalla sua colonna sul New York Times, auspichi l’uscita dall’Euro per l’intera Eurozona è un segnale certo della follia e della perversione degli attuali leader europei. Persino i liberal democratici anti Bush ma pro multinazionali ci vedono morti, di questo passo; persino le loro denunce assumono rilievo anche per chi rifugge l’economia come chiave sistemica.
La risposta di Fabrizio Tonello, professore di Scienza politica nonchè collaboratore della pagine culturali de “Il Manifesto” e “Nazione Indiana” è chiara, anedottica ed esauriente: di cosa stiamo parlando mentre ci conducono all’abisso? Conviene davvero guardarci i piedi sporchi di fango o è meglio guardare avanti, senza seguire i passi di chi ci precede sempre verso lo stesso abisso?
Che questo suicidio avvenga è però un peccato solo perchè è inconsapevole o per chi crede ancora che sia l’economia a dover guidare la politica e la società, mentre la morte dell’economia è l’esito naturale di un’ideologia che non ha lavorato che per l’imbecillità e la morte, che ci ha dato i mezzi e ci ha tolto gli scopi, ponendoci di fronte a un colossale abisso con cui abbiamo perso ogni confidenza, perchè qualcuno ci aveva detto che non ci sarebbe più stato davanti a noi.

Paul Krugman – Il suicidio economico dell’Europa
Traduzione tratta da “Investire Oggi

Sabato scorso il Times ha riferito su un fenomeno apparentemente in crescita in Europa: “il suicidio da crisi economica”, persone che perdono la vita per disperazione dovuta a disoccupazione e fallimento. E’ una storia straziante. Ma sono sicuro che non sono stato l’unico lettore, in particolare tra gli economisti, a chiedersi se la storia più grande non riguardi tanto i singoli individui quanto la determinazione apparente dei leaders Europei a un suicidio economico del continente nel suo complesso.

Solo pochi mesi fa avevo qualche speranza per l’Europa. Vi ricorderete che alla fine dello scorso autunno l’Europa sembrava essere sull’orlo del tracollo finanziario, ma la Banca Centrale Europea, la controparte Europea della Fed, è venuta in soccorso del continente. Ha offerto alle banche Europee linee di credito aperte, se portavano a garanzia i bonds dei governi Europei; questo ha sostenuto direttamente le banche ed indirettamente i governi, ed ha messo fine al panico.

La domanda allora era se questa azione coraggiosa e efficace rappresentava l’inizio di un  ripensamento  più ampio, se i leaders Europei avrebbero utilizzato questo respiro concesso dalla banca per riconsiderare in primo luogo le questioni politiche che avevano portato la situazione a precipitare.

Ma non l’hanno fatto. Invece, hanno raddoppiato le loro idee e politiche fallimentari. E sta diventando sempre più difficile credere che qualcosa li possa indurre a cambiare rotta.

Si consideri la situazione in Spagna, che ora è l’epicentro della crisi. Non si parla di recessione, la Spagna è in piena depressione, con un tasso di disoccupazione globale al 23,6 per cento, paragonabile all’America nel fondo della Grande Depressione, e il tasso di disoccupazione giovanile superiore al 50 per cento. Non può andare avanti – e il segno che non può andare avanti è che i rendimenti dei bonds spagnoli crescono.

In un certo senso, non importa come la Spagna sia arrivata a questo punto – ma per quello che vale, la storia Spagnola non ha alcuna somiglianza con le storielle morali così popolari tra i funzionari Europei, soprattutto in Germania. La Spagna non era fiscalmente in disordine – alla vigilia della crisi aveva un basso debito e un avanzo di bilancio. Purtroppo, aveva anche una enorme bolla immobiliare, una bolla resa possibile in gran parte dagli enormi prestiti delle banche Tedesche alle loro controparti Spagnole. Quando la bolla è scoppiata, l’economia Spagnola è stata lasciata a bocca asciutta;  i problemi fiscali della Spagna sono una conseguenza della depressione, non la causa.

Tuttavia, la prescrizione proveniente da Berlino e Francoforte, sì, avete indovinato, è una maggiore austerità fiscale.

Questo è, per non usare mezzi termini, una cosa folle. L’Europa ha avuto diversi anni di esperienza con duri programmi di austerità, ed i risultati sono esattamente ciò che gli studiosi di storia avevano detto che sarebbe successo: questi programmi spingono le economie depresse ancor più nella depressione. E perché gli investitori guardano allo stato dell’economia di un paese nel valutare la sua capacità di ripagare il debito, i programmi di austerità non hanno nemmeno funzionato come modo per ridurre gli oneri finanziari.

Qual è l’alternativa? Ebbene, negli anni ’30 – un’era che l’Europa moderna sta iniziando a replicare in maniera sempre più fedele – la condizione essenziale per il recupero era l’uscita dal gold standard. La mossa equivalente adesso sarebbe l’uscita dall’euro, e il ritorno alle valute nazionali. Direte che questo è inconcepibile, e davvero sarebbe un evento estremamente distruttivo, sia economicamente che politicamente. Ma, proseguire sulla strada attuale, imponendo sempre più severe austerità a dei paesi che stanno già soffrendo una disoccupazione da grande depressione, è questo che è veramente inconcepibile.

Quindi, se i leaders Europei volessero davvero salvare l’euro sarebbero alla ricerca di un percorso alternativo. E questa alternativa è in realtà abbastanza chiara. Il continente ha bisogno di politiche monetarie più espansive, sotto forma di una volontà – una volontà annunciata – da parte della Banca Centrale Europea di accettare un’inflazione leggermente più elevata; ha bisogno di politiche fiscali più espansive, sotto forma di programmi di bilancio in Germania, che compensino l’austerità in Spagna e nelle altre nazioni in difficoltà nella periferia del continente, piuttosto che rafforzarla. Anche con tali politiche, le nazioni periferiche si troverebbero ad affrontare anni di tempi duri. Ma almeno ci sarebbe qualche speranza di ripresa.

 Quello che stiamo vedendo in realtà, tuttavia, è completa mancanza di flessibilità. Nel mese di marzo, i leaders Europei hanno firmato un patto fiscale che in effetti vincola  all’austerità fiscale come la risposta a qualsiasi e tutti i problemi. Nel frattempo, i principali funzionari presso la banca centrale stanno a sottolineare la volontà della banca di alzare i tassi al minimo accenno di rialzo dell’inflazione.

Quindi è difficile evitare un senso di disperazione. Piuttosto che ammettere che hanno sbagliato, i leaders Europei sembrano decisi a guidare la loro economia – e la loro società – verso una scogliera. E il mondo intero pagherà il prezzo.

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Fabrizio Tonello – Come reagiamo al suicidio dell’Europa?
da “Il Fatto Quotidiano“, 17/04/2012

Va bene, abbiamo la Minetti che balla vestita da suora, la Rosy Mauro che si perde i diamanti e Lavitola che porta i soldi a Craxi (chissà quanti ne saranno arrivati, con un corriere del genere…). Mancano solo De Gregorio che dimagrisce, la Santanché in convento di clausura e Alfano che dichiara in parlamento: “Silvio è una grandissima testa di minchia!” poi lo spettacolo sarebbe completo.

Stamattina mi è però venuto un dubbio: non è che ci sarebbero cose più importanti di cui occuparsi? Per esempio, il suicidio economico dell’Europa, come lo definisce Paul Krugman sul New York Times di domenica? Dieci anni di stagnazione di fronte a noi sono meno importanti delle vacanze di Formigoni? Tutti i settori che potrebbero dare un contributo alla ripresa, a cominciare dalla cultura, dalla scuola, dall’università e dalla ricerca, sono sotto stress e si parla solo di nuovi tagli: né il governo, né i partiti, né i giornali sembrano preoccuparsene troppo. Possiamo continuare nell’ignoranza dei problemi economici di fondo?

Le direttive di Berlino all’Europa rimangono le stesse: risparmiate, diminuite le pensioni (ma non le spese militari, almeno finché i francesi e i tedeschi hanno nuovi sistemi d’arma da vendere) e aspettate fiduciosi: prima o poi la politica della Banca centrale europea di tenere a bada un’inflazione inesistente darà i suoi frutti. Nell’immediato la Germania rifiuta di impegnarsi in una politica espansiva (i salari medi tedeschi sono diminuiti negli ultimi dieci anni) come di sostenere la ripresa dei partner nell’euro. Il capitalismo europeo è impantanato (si veda l’ottimo articolo di Maurizio Lazzarato su Alfabeta2 in edicola).

Tutto quello che potrebbe salvare la zona euro -la messa in comune del debito, gli eurobond, la trasformazione della Banca centrale in un organo che garantisca gli Stati in difficoltà e li aiuti a crescere, come fa la Federal Reserve americana- continua a essere ostacolato anche in extremisdalla Germania.

La “cura” dell’austerità forzata per gli altri è il frutto dell’ideologia che domina le élite tedesche e ha le sue origini lontane in ciò che accadde nel 1922-23, un anno e mezzo di iperinflazione che polverizzò i risparmi delle classi medie. C’è un ricco repertorio di aneddoti popolari su quanto accadde allora: le banconote da 1000 miliardi di marchi, stipendi e salari pagati giornalmente e immediatamente spesi per anticipare il rincaro dei generi alimentari, il caffè che aumenta di prezzo del 60% dal momento in cui viene ordinato al momento in cui viene portato al tavolo, le monete alternative emesse da alcune città o aziende (Notgeld), il ritorno al baratto. Prima della guerra, un libretto di risparmio con 50.000 marchi permetteva di vivere usando i soli interessi; nell’agosto 1923 l’intera somma permetteva a stento di comprare il giornale.

Questa esperienza traumatica domina ancora oggi, a 90 anni di distanza, la percezione dell’economia delle élite tedesche. A Bruxelles, sarebbe forse ora di affrontare il tema degli incubi tedeschi invece di presentarsi come i più secchioni tra gli allievi della Merkel. E in Italia lasciamo che a occuparsi dei vent’anni di famelico governo berlusconiano-leghista siano i magistrati, preferibilmente buttando via la chiave, però c’è urgenza nel decidere cosa fare invece di seguire la Germania e l’Unione Europea lungo la strada del suicidio economico. Molte idee stimolanti si trovano nel bel libro di Mario Pianta Nove su dieci (Laterza 2012).

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