Non è peccato – La Quinceañera (Richard Glatzer, 2006)

Ignobilmente tradotto come “Non è peccato”, “La Quinceañera” è un film oggetto di culto negli U.S.A. e la storia di formazione di due cugini e del tessuto familiare e non che li avvolge in una comunità messicana di Los Angeles, ad Echo Park. La Quinceañera è un rito atzeco conservato tutt’oggi, una festa per il quindicesimo compleanno delle ragazze della comunità, che segna il loro ingresso in società ed è  l’emblema della poetica del film, così contaminata dalle usanze americane (Hammer limousine e così via): qual’è lo spazio di dialogo tra il passato e un presente che è sempre un passo avanti a noi? Questa domanda si ripercuote  su ogni livello narrativo, dai riti appunto, ai rapporti familiari sospesi tra tradizionalismo rigido eppur di cuore, sino all’arrivimismo di chi i soldi è riuscito a farli ma ha l’ego prima del cuore, ai due protagonisti dichiarati.

Film indipendente del 2006, senza star e con molti attori non professionisti e con la doppia regia di Richard Glatzer e Wash Westmoreland, “racconta con credibilità un mondo intero attraverso una storia dai tratti drammatici (ma che riserva un lieto fine) con il supporto di dettagli non trascurabili, come il cartello inquadrato per pochi secondi che pubblicizza un corso per eliminare l’accento spagnolo. A Echo Park si ride e ci si commuove, ma soprattutto si scoprono valori – la famiglia, l’amicizia – senza il peso della retorica”.
“La Quinceañera” è soprattutto, parafrasando il titolo di un altro esemplare e pur diverso racconto di formazione, una sorta di “This are U.S.A.” vista da un quartiere messicano di Los Angeles, un’operina deliziosa, una commedia divertente che “riesce a star bene in bilico tra agro e dolce, mentre scava con sensibilità in un piccolo mondo schiavo dell’intolleranza”, che ci concede la quotidinaeità di una comunità senza voler dare messaggi eterni, mostra l’etico nell’etnico e ci insegna come senza accoglienza e amore puro, disinteressanto, non possano accadere i miracoli.

Magdalena e Carlos sono cugini che si trovano in un presente sempre un passo avanti a loro stessi per due episodi particolari: la prima, in costante e perdente confronto con la cugina Eileen più bella e ricca si trova incinta senza aver avuto un rapporto sessuale, venendo così espulsa di casa dal padre poliziotto e predicatore. Il secondo, fratello di Eileen e della parte ricca della famiglia viene espluso di casa in seguito alla rivelazione del proprio orientamento omosessuale, oltre che di vizi e abitudini inaccettabili per i buoni costumi della borghesia americana al cui approdo questa parte di famiglia messicana sta consacrando la propria vita.
Circondati da un colorito gruppo di personaggi minori, ben caratterizzati nonostante la brevità sullo schermo, i due cugini si ritroveranno entrambi accolti dall’eminenza grigia della pellicola, lo zio Tomàs, il pastore di pecore nere della famiglia nonchè uno dei personaggi più “buoni” che il (poco) cinema di qualità recente ci ha regalato. Egli accoglie senza giudicare, indirizza senza consigliare, si imprime nei cuori senza quasi parlare, semplicemente essendo in soccorso (e non correndo: ci si stanca subito) dell’umanità residua d’una comunità dove chi per campare lavora in un autolavaggio e si vede giungere uno sfratto vive accanto a Yuppie o autori televisivi. Se il Royal Tenenbaum di Wes Anderson si scopriva d’una profonda e autentica magnanimità effondendola a tutti senza limiti dopo una vita in cui ne era stato reticente, lo zio Tomàs è un uomo che non sa neppure di essere ciò che rappresenta per gli altri, che invece di imporsi sfila a lato, onnipresente senza strafare, e soprattutto senza mai giudicare.

Del resto, come ha detto Don Gallo:”Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri” e questo film testimonia i silenziosi costruttori di ponti familiari che amano stare nell’ombra e giocare per il sole.

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